11 dicembre 2010

Sì, Carolina è il MIO mito sportivo

Non esiste compagine nazionale di qualsivoglia sport, non esiste Juventus Football Club, Pallavolo Cuneo o Auxilium Basket Torino, non esistono Deborah Compagnoni (che io tuttora adoro, ma che mi ha fatto lo sgarbo di ritirarsi troppo presto), Alberto Tomba, Stefania Belmondo e mille altri nomi ancora: per me nella vita lo sport è Carolina Kostner. Il mio vero, autentico, folle, appassionatissimo mito sportivo.
Dedico questa divagazione dalla settima arte a lei, il mio angelo d'inverno, la più brillante stella sul ghiaccio che l'Italia abbia mai avuto e che la stessa Italia non ha mai saputo capire.
Carolina, oggi, con un ginocchio malandato (anche se forse sarebbe meglio usare la parola "infortunato", che tanto va di moda), senza i salti più difficili e più premiati dai giudici e senza alcuna pressione ma con tanta genuina voglia di pattinare, è scesa in pista a Pechino per la finale del Grand Prix, piazzandosi seconda e conquistando un argento che rappresenta il suo miglior risultato in questa competizione. Ma tutto ciò, di fronte alla serenità e al sorriso che Carolina ha sciorinato alla fine del programma, è passato decisamente in secondo piano: quello che colpisce di lei, tornata allo storico allenatore Michael Huth dopo un deludentissimo anno passato negli USA, è la passione ritrovata, quasi come se si fosse risvegliato un antico amore. Erano anni, infatti, che Carolina, dopo un errore su un salto (semplice anzichè triplo), non decideva di ritentarlo: secondo tentativo, salto perfetto. E un brivido mi è corso lungo la schiena: Carolina è di nuovo Carolina. Senza combinazioni di tripli-tripli-doppi, senza il Flip, senza il Lutz, senza voler strafare ma curando ogni minimo dettaglio con sapienza e leggerezza, e piazzando quella combinazione triplo-doppio-doppio proprio alla fine del programma, da vera campionessa. E poi soddisfazione, piena soddisfazione, e come già detto quel sorriso che diceva più di mille dichiarazioni... E che peraltro mi ha fatto scendere una lacrima...

1 argento e 1 bronzo ai Campionati Mondiali
1 argento e 2 bronzi alle finali del Grand Prix
3 ori, 1 argento e 1 bronzo ai Campionati Europei


Carolina è la pattinatrice italiana che ha vinto di più nella storia, ma per tutto il popolino è quella che cade alle Olimpiadi.
Che la ritrovata serenità di Carolina sia dedicata a tutti quelli che ne hanno sparlato solo per il gusto di distribuire facili cattiverie o per aver qualcuno da sacrificare sull'altare della patria sportiva.
E che Carolina Kostner, novella regina del flamenco, sappia ancora regalarci ma soprattutto regalarsi parecchie soddisfazioni.
Sì, io amo Carolina.

09 dicembre 2010

Ma sì, iniziamo a parlare di Oscar...

Mancano ancora 81 giorni ai prossimi Academy Award, ma la febbre delle previsioni, a pochissimi giorni dalle nomination ai Golden Globe, si è già più che accesa.
Cerchiamo quindi di capire, presentando le varie pellicole, quali sono quelle che sembrano avere più possibilità di raggranellare candidature alla statuetta più ambita della settima arte.

INCEPTION
di Christopher Nolan
Sarebbe una grandissima sorpresa se il film-evento del (a mio parere) sopravvalutato nuovo Re Mida di Hollywood non venisse candidato; il problema è che la critica specializzata l'ha un po' snobbato, e che gli attori non dovrebbero trovare spazio.
Possibili candidature: film, regia, sceneggiatura, categorie tecniche.

THE SOCIAL NETWORK
di David Fincher
Uno degli attuali favoriti, solidissimo sia dal punto di vista delle recensioni che della risposta di pubblico. In più, nominations quasi certe per Jesse Eisenberg e Andrew Garfield, bravissimi nei rispettivi ruoli.
Possibili candidature: film, regia, sceneggiatura, attore protagonista (Jesse Eisenberg), attore non protagonista (Andrew Garfield).

BLACK SWAN
di Darren Aronofsky
Attesissimo thriller con protagonista Natalie Portman, sembra essere uno degli inamovibili protagonisti della stagione degli awards. Durante i pre-screening, i giudizi sono stati letteralmente entusiastici, quindi è lecito attendersi una messe di nomination.
Possibili candidature: film, regia, sceneggiatura, attrice protagonista (Natalie Portman), categorie tecniche.

THE KIDS ARE ALL RIGHT
di Lisa Cholodenko
Commedia dal tema attualissimo (l'adozione e crescita dei figli da parte di genitori omosessuali, in questo caso due donne), potrebbe essere l'occasione giusta per il sospiratissimo primo Oscar di Annette Bening, ottimamente supportata dalla magnifica Julianne Moore.
Possibili candidature: film, regia, sceneggiatura, attrice protagonista (Annette Bening e Julianne Moore).

TOY STORY 3
di Lee Unkrich
Lo strepitoso terzo capitolo delle avventure di Woody e Buzz sembrerebbe non avere rivali nella categoria dei film d'animazione, ma c'è chi è pronto a scommettere su una nomination quasi certa in qualità di miglior film.
Possibili candidature: film, sceneggiatura, categorie tecniche.

127 HOURS
di Danny Boyle
La terribile storia dell'alpinista Aron Ralston, costretto ad amputarsi un braccio per sopravvivere durante una scalata, viene portata sullo schermo dal regista fresco vincitore (due anni fa) dell'Oscar per The Millionaire. E c'è già chi parla (un po' avventatamente, secondo me) di bis.
Possibili candidature: film, regia, sceneggiatura, attore protagonista (James Franco), categorie tecniche.

THE KING'S SPEECH
di Tom Hooper
Re Giorgio VI, una volta asceso al trono, aveva qualche problema di eloquio: nessun problema, un terapista lo aiutò a meritarsi la carica che rivestiva. Pur essendo interpretato da un cast monstre, non è comunque il classico film che si basa esclusivamente sull'interpretazione degli attori. Quasi scontata la nomination per Firth.
Possibili candidature: film, regia, sceneggiatura, attore protagonista (Colin Firth), attore non protagonista (Geoffrey Rush), attrice non protagonista (Helena Bonham Carter), categorie tecniche.

BLUE VALENTINE
di Derek Cianfrance
Le vicissutidini di una giovane coppia sposata dei nostri tempi sono ritratte in modo estremamente reale dall'esordiente regista, che potrebbe consentire ad entrambi gli attori di rientrare nella cinquina dell'eccellenza. Sarà comunque durissima.
Possibili candidature: film, attore protagonista (Ryan Gosling), attrice protagonista (Michelle Williams).

ANOTHER YEAR
di Mike Leigh
Attraverso lo scorrere delle quattro stagioni e degli amici e colleghi che vanno e vengono, il maestro Mike Leigh delinea i tratti di una felice coppia ultracinquantenne: cinema britannico d'alta scuola che potrebbe portare più di una nomination in ambito recitativo.
Possibili candidature: sceneggiatura, attore protagonista (Jim Broadbent), attrice protagonista (Lesley Manville).

THE FIGHTER
di David O. Russell
Caso atipico ma non rarissimo di film in cui solo gli attori non protagonisti sembrano aver già la nomination in tasca: è la storia del pugile "Irish" Micky Ward e del fratello che l'aiutò ad allenarsi in modo da entrare nel circuito professionistico.
Possibili candidature: film, regia, sceneggiatura, attore non protagonista (Christian Bale), attrice non protagonista (Melissa Leo e Amy Adams), categorie tecniche.

TRUE GRIT
di Joel & Ethan Coen
Si chiamerà con ogni probabilità "Il grinta", come l'originale del 1969 interpretato dal leggendario John Wayne: francamente non riesco a capire i motivi di questo remake, peraltro interpretato da un cast d'eccezione.
Possibili candidature: film, regia, sceneggiatura, attore protagonista (Jeff Bridges), attore non protagonista (Matt Damon), attrice non protagonista (Hailee Steinfeld), categorie tecniche.

RABBIT HOLE
di John Cameron Mitchell
Sarà questo il film che riporterà Nicole Kidman agli onori della cronaca non solo per la tumefazione delle sue orrende labbra ma anche e soprattutto per la sopraffina arte recitativa? Personalmente, lo spero con tutto il cuore.
Possibili candidature: sceneggiatura, attrice protagonista (Nicole Kidman).

Da segnalare infine il fatto che "Hereafter", l'ultima fatica di Clint Eastwood, non dovrebbe essere minimamente considerato in quanto la critica americana l'ha praticamente stroncato.
Vedremo...

Cattivissimo me (Despicable Me)

Premessa: la visione è stata un ripiego dato che il sonno, sul volo di ritorno dagli USA, proprio non sopraggiungeva; la pellicola era stata immediatamente accompagnata da entusiastiche lodi sia oltreoceano che nel vecchio continente, quindi le mie aspettative erano conseguentemente alte; ho deciso di scegliere la versione italiana perchè davvero non sopporto Steve Carell, né come attore né tantomeno come doppiatore.
Risultato: mah. Non saprei. Il classico nulla di fatto, forse. Cosa vorrebbe dire? Beh, sostanzialmente che i pregi si annullano con i difetti e che Despicable Me è alla fine un bicchiere d'acqua fresca il cui gusto si dimentica in un batter di ciglia.
I pregi: l'incipit, le caratterizzazioni dei personaggi, i Minions, il doppiaggio di Max Giusti (odioso come presentatore televisivo, ma qui efficace).
I difetti: la melassa a profusione presente nella seconda parte, le tre insopportabili bambine, la noia che fa capolino un po' troppo spesso.
In sintesi, il pensiero di A.O. Scott del New York Times che sintetizza in pochissime parole l'essenza stessa del film: "So much is going on in this movie that, while there’s nothing worth despising, there’s not much to remember either."
Vedibile, ma lontanissimo dal clamore che ha inspiegabilmente suscitato.

Bolt - Un eroe a quattro zampe

Il mio viaggio verso gli USA su uno dei più nuovi e moderni aeromobili Alitalia su cui abbia volato, è proseguito, dopo l'appena recensito Shrek 4, all'insegna del cartoon, con questo simpatico ma inconsistente prodottino del 2008, che ha almeno il merito di partire da un'idea abbastanza originale (un cane cresciuto su un set televisivo che crede di avere reali superpoteri).
In più, chi rende davvero gradevole il personaggio di Bolt è il doppiaggio di Raoul Bova, mai stato così appassionato e credibile.
Poco da dire sulla trama e su tutto il resto: meglio riservare questo prodotto a un pubblico di under 14.

Shrek - E vissero felici e contenti

Personalmente, ritengo che la saga dell'orco verde abbia già iniziato a stancare nel corso del secondo episodio, raggiungendo il massimo del minimo nell'inguardabile e noiosissimo terzo capitolo.
Potete pertanto immaginare la mia indifferenza nell'affrontare (peraltro gratis, sull'aereo) addirittura la quarta vicenda.
Ebbene, nonostante qualche inevitabile ripetizione e parecchie ovvietà, Shrek Forever After si lascia guardare: non tanto per l'introduzione del cattivo di turno (Tremotino o Rumpelstiltskin, in originale), ma per la rivisitazione di alcuni personaggi che avevano perso quasi tutta la loro naturale verve nell'incedere della serie.
Niente di trascendentale, ma francamente posso dire di schierarmi contro la maggior parte della critica che ha bocciato senz'appello l'ultimo (si spera, comunque) episodio di una delle saghe animate più di successo mai realizzate.

In Memoriam

Durante il mese di novembre ci hanno purtroppo lasciato alcuni illustrissimi nomi della settima arte.

Jill Clayburgh (1944-2010)

Attrice statunitense candidata due volte all'Oscar, ha legato il suo nome all'interpretazione di Erica ne "Una donna tutta sola" (An Unmarried Woman); nella sua lunga carriera ha lavorato, tra gli altri, con Bernardo Bertolucci ne "La luna".

Leslie Nielsen (1926-2010)

Impossibile non riconoscerlo e non piangerne la scomparsa. Leslie William Nielsen può infatti essere considerato l'attore per eccellenza nell'ambito dei film demenziali anni ottanta-novanta. Epiche le sue interpretazioni nella saga della "Pallottola spuntata" o de "L'aereo più pazzo del mondo". Le sue beffarde espressioni, a metà tra il colpevole e lo stupito, rimarranno per sempre nella nostra memoria.

Mario Monicelli (1915-2010)

Il ribelle ci ha lasciati. E lo ha fatto alla sua maniera, lanciandosi dal quinto piano dell'ospedale dov'era ricoverato. Nulla, nelle gesta del regista e sceneggiatore viareggino, è mai stato volto ad assecondare o compiacere il grande pubblico: massimo esponente della commedia all'italiana insieme a Dino Risi e Luigi Comencini, Monicelli ha sempre spiazzato l'audience con pellicole scomodissime eppur divertentissime.
Nominato all'Oscar nel 1960, vinse nello stesso anno il Leone d'Oro a Venezia con il film dai più considerato il suo capolavoro: "La grande guerra".
Monicelli è però ricordato da tutti noi per aver diretto una commedia che ha cambiato il concetto stesso di comicità: lo strepitoso "Amici miei" (1975), interpretato magistralmente dal pokerissimo composto da Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Adolfo Celi, Philippe Noiret e Duilio Del Prete.
Addio, grandissimo Mario.

19 novembre 2010

The Social Network

Mark Zuckerberg, il ragazzo che sarebbe diventato il più giovane miliardario della storia creando il social network più usato al mondo, nel 2004 era uno studente di Harvard brillante ma con poche doti sociali. Lasciato dalla ragazza, schifato dai club più elitari e con un complesso d'inferiorità malcelato nei riguardi degli atleti, crea in una notte un software che preleva tutte le foto delle studentesse messe online dalle università e le mette a disposizione degli studenti per votarne la loro avvenenza fisica. Per l'inusuale "impresa" compiuta, due atleti appartenenti al club più importante del college lo contattano per chiedergli di realizzare la loro idea. Non solo Zuckerberg non lo farà, ma prenderà i loro spunti per migliorarli e allargarli dando vita all'odierno Facebook.
"The Social Network sintetizza in qualche modo tutto quanto sperimentato dal regista David Fincher in passato: si tratta del primo lungometraggio che mette al centro della storia, legittimandolo definitivamente agli occhi del pubblico, l’ultimo e più potente dei media informativi, Internet, strumento principale di connessione globale. Attraverso la storia della nascita di Facebook e delle vicende giudiziarie legate al suo creatore Mark Zuckerberg, viene raccontata in filigrana la frammentazione psicologica ed emotiva delle generazioni più (ma anche meno) giovani, assuefatte dalla possibilità di stringere rapporti virtuali potenzialmente infiniti ma sempre più in difficoltà quando si tratta di stringerne nella vita reale. Zuckerberg, interpretato con notevole aderenza da Jesse Eisenberg, diventa in questo modo anti-eroe e simbolo di questa contraddizione tutta contemporanea, senza diventare in alcun momento retorico oppure invasivo rispetto alla costruzione narrativa. Merito di questo va anche attribuito alla penna finissima di Aaron Sorkin, genio assoluto quando si tratta di far passare un messaggio civile o sociale dietro dialoghi taglienti e trame composite. Dal canto suo Fincher dirige il film mettendo l’inquadratura al servizio di dialoghi ed attori, molto più che nei lavori precedenti. Pur essendo notevolmente elegante nella fotografia e perfettamente scandito nel montaggio, The Social Network non antepone mai la messa in scena alla storia e ai personaggi, trovando un impressionante equilibrio tra visione e narrazione." (Adriano Ercolani, ComingSoon.it)
Poco altro da aggiungere alla sapiente review di Ercolani, se non che la pellicola, lanciata in modo piuttosto contenuto, va assolutamente vista.
Imperdibile.

11 novembre 2010

In Memoriam: Dino De Laurentiis (1919-2010)

Dino de Laurentiis, leggendario produttore italiano da tempo residente oltreoceano, è deceduto oggi a Los Angeles. De Laurentiis ha prodotto alcuni tra i film più celebri del cinema italiano, da Riso Amaro (1948) di Giuseppe De Santis a Napoli milionaria (1950) di Eduardo De Filippo, da Dov'è la libertà? (1954) di Roberto Rossellini a Miseria e nobiltà (1954) di Mario Mattoli e La grande guerra (1959) di Mario Monicelli, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman, Leone d'Oro a Venezia. Nel 1948 con Carlo Ponti ha costituito la Ponti-De Laurentis e realizzato il primo film italiano a colori, Totò a colori (1952) per la regia di Steno. Con Federico Fellini sono arrivati poi La strada e Le notti di Cabiria, ambedue premi Oscar per il miglior film straniero. Nel 1957 ha sposato l'attrice Silvana Mangano, morta nel 1989.
Anche in America ha prodotto pellicole di grande successo, come I tre giorni del Condor di Sidney Lumet, Il giustiziere della notte di Michael Winner (1974, con Charles Bronson), i remake di King Kong di John Guillermin (1976) e di Il Bounty di Roger Donaldson (1984, con Mel Gibson) oltre all'Anno del dragone di Michael Cimino.
In 60 anni di carriera ha prodotto oltre 600 film, ha ricevuto 33 candidature all'Oscar e più di 59 premi internazionali. Il 25 marzo 2001 gli è stato consegnato l'Oscar alla carriera.
Un altro pezzo di storia d'Italia della settima arte che se ne va...
Addio, Dino.

08 novembre 2010

Piovono polpette (Cloudy with a chance of meatballs)

Flint Lockwood fin da piccolo ha avuto la passione per le invenzioni, che si rivelavano puntualmente autentici disastri. Divenuto adulto, e abitando su un'isola la cui unica produzione fonte di alimentazione sono le sardine, prova ad inventare un marchingegno che trasformi l'acqua in alimenti. Anche in questo caso sembra destinato al fallimento, ma quando, per un eccesso di energia, la macchina finisce con l'essere lanciata nel cielo sopra l'isola, accade un fatto mai visto prima: i fenomeni atmosferici si trasformano in precipitazioni di cibo...
Sovralimentazione e junk food, ambiguità ed ambivalenza della politica, protagonismo in età prescolare che condiziona un'intera vita, silenzi e incomprensioni nel rapporto padre-figlio, rivincite di nerd vari e chi più ne ha più ne metta: Piovono polpette è stato decantato come una delle più fresche sorprese animate del 2009, sia oltreoceano che nel vecchio continente, soprattutto per l'importanza degli scottanti temi trattati seppur in veste di cartoon.
Ebbene, fermo restando che i messaggi nella maggior parte dei casi sono in effetti centrati e arrivano al destinatario senza filtri particolari, il film ha un unico, enorme, difetto: la noia. Dopo circa cinquanta minuti tutto sommato godibili, infatti, la pellicola si inerpica verso la prevedibilissima catastrofe tirando ogni scena allo spasimo e finendo inevitabilmente per incocciare in tutti, ma proprio tutti, i luoghi comuni del cartoon medio.
Peccato, perchè visivamente il film è gradevole (in 3D credo potesse essere anche più catalizzante) e nella prima parte qualche risata esce spontanea, ma il devastante secondo tempo cancella ogni minima residua traccia positiva.
Da vedere in tivù senza fretta e se l'alternativa è un film con Christian De Sica...

26 ottobre 2010

Inception

Dom Cobb (Leonardo DiCaprio) possiede una qualifica speciale: è in grado di inserirsi nei sogni altrui per prelevare i segreti nascosti nel più profondo del subconscio. Viene contattato da Saito (Ken Watanabe), un potentissimo industriale di origine giapponese, il quale gli chiede di tentare l'operazione opposta. Non deve prelevare pensieri celati ma inserire un'idea che si radichi nella mente di una persona. Costui è Robert Fischer Jr. (Cillian Murphy) il quale, alla morte dell'anziano e dittatoriale genitore (Pete Postlethwaite), dovrà convincersi che l'unica cosa che può fare è distruggere l'impero ereditato. Saito avrà allora campo libero. In cambio offrirà a Cobb la possibilità di ...coronare il suo sogno. Cobb accetta e si fa affiancare da un team di super-esperti del virtuale, tra cui la giovane architetto Ariadne (Ellen Page) e i fidi collaboratori Arthur (Joseph Gordon-Levitt) ed Eames (Tom Hardy).
-Un piccolo warning: qua e là sono presenti spoiler sul film.-
Svelato agli addetti ai lavori con pochissimo e calcolatissimo anticipo rispetto all'uscita USA e worldwide, Inception, settima fatica dell'osannato regista Christopher Nolan (sull'ultimo numero di Ciak è stato addirittura indetto un sondaggio per consacrarlo - o meno - quale erede di Stanley Kubrick) è una pellicola preparata con cura maniacale, recitata in modo ineccepibile da un cast deluxe, scritta con puntiglio più che certosino e diretta senza l'ombra della benchè minima sbavatura.
I costanti richiami a Sigmund Freud, l'omaggio a James Bond, la dichiarata ispirazione alle paradossali incisioni di Maurits Cornelis Escher, le più che evidenti contaminazioni (anch'esse anticipatamente divulgate alla stampa) dalla saga di Matrix: dieci anni di lavoro per un progetto a cui lo stesso Nolan teneva in modo particolare, al punto da blindare il set per un tempo decisamente superiore alla media dei film di genere, creando così quell'hype che tanto va di moda per garantire e garantirsi ancor più presa sull'audience.
Il risultato, a mio avviso e in (quasi) totale controtendenza con la critica tutta, è contradditorio; se da un lato, infatti, si rimane stupefatti di fronte a tale abilità nell'incastrare ad arte e rendere comprensibile un plot come questo, in seconda analisi si finisce per esserne sopraffatti: "by convoluting the various planes of experience, by overlapping and obscuring ostensible realities and ostensible dreams, Mr. Nolan deprives us the opportunity of investing emotionally in any of it" (John Anderson, Wall Street Journal). Ed è proprio questo il punto: la privazione di una sincera partecipazione emotiva, sia nei confronti dello svolgersi globale degli avvenimenti, che dell'intera vicenda che coinvolge Cobb e la sua Mal (un'intensissima Marion Cotillard, che è forse la cosa più bella della pellicola).
Tralasciando l'aspetto emozionale (che per me, peraltro, ha sempre una valenza fondamentale), ci sono comunque almeno un paio di scene mozzafiato dal punto di vista visivo (anche se, visivamente, e qui susciterò le ire di gran parte degli estimatori del regista britannico, mi sarei aspettato di più...): l'esplosione degli oggetti nelle strade di Parigi con Cobb e Ariadne impassibili, e la lotta in assenza di gravità che coinvolge Arthur nell'hotel. Catartico e ben strutturato il finale aperto, che sostanzialmente lascia allo spettatore la facoltà di decidere per conto proprio il destino di Cobb.
In conclusione: nel panorama attuale Inception è una perla rara; nel contesto di almeno trenta/quarant'anni di film di genere, l'opera di Nolan è tecnicamente inappuntabile (cast compreso), ma, a mio avviso, l'eccessiva diligenza Nolan la paga, quasi naturalmente di conseguenza, con la quasi totale assenza di pura emozione (intesa come emotività).
Comunque, da vedere.

08 ottobre 2010

L'uomo che fissa le capre (The men who stare at goats)

Bob Wilton (Ewan McGregor) è un giornalista pavido e impacciato, abbandonato dalla moglie e a caccia dello scoop della vita. Inviato di guerra in Iraq nel tentativo disperato e maldestro di attirare l'attenzione della fedifraga consorte, Wilton incontra lo stralunato Lyn Cassady (George Clooney), soldato Jedi e monaco guerriero appartenente alla New Earth Army, un'unità sperimentale dell'esercito americano che vuole "combattere" le guerre col flower power. L'esercito hippy, fondato dallo stupefacente Bill Django (Jeff Bridges), accoglie tra le sue fila il giornalista, iniziandolo al lato nobile della Forza...
Tratto dall'omonimo romanzo di nonfiction del giornalista gallese Jon Ronson (tradotto in italiano con "Capre da guerra"), L'uomo che fissa le capre è un pamphlet abbastanza divertente con serissime tematiche presenti nel sottobosco dell'ironica sceneggiatura, che immediatamente ci svela che le vicende narrate nella pellicola, seppur poco credibili, sono molto più verosimili di quanto si possa pensare.
Discretamente interpretato e diretto, a mio avviso questo prodotto difetta però in interesse e appeal: più volte il ritmo cede, la satira è a dir poco telefonata e il cast si diverte più che divertire; l'impressione è infatti quella di un cinema di pseudodenuncia montato ad arte per le recitazioni istrioniche di grandi caratteristi che non fanno altro che scimmiottare i loro ruoli più celebri, e lo script in diverse circostanze è troppo studiato per non cadere nel retorico o nel fasullo.
Secondo il mio modesto parere, si tratta quindi di un'occasione mancata, e il fatto che il pubblico l'abbia pressochè snobbato dopo un'iniziale buona accoglienza lo dimostra.
Peccato.

Sex Movie in 4D (Sex Drive)

Intrappolato in un animo adolescente troppo gentile e sensibile, Ian (Josh Zuckerman) ha diciotto anni e una sessualità ancora immacolata. In famiglia è vessato sia da Rex (James Marsden), il fratello maggiore omofobo e razzista, che dal fratello minore che gli rinfaccia le sue conquiste, mentre al centro commerciale dove lavora, un goffo costume da ciambella messicana lo rende preda di insulti e scherni. Su internet, dove può fingersi un giocatore di football palestrato, riesce invece a conquistare la bella Ms. Tasty e, dopo l'ennesima delusione amorosa, decide di rubare la Pontiac d'epoca di Rex e di partire alla volta del Tennessee per incontrarla. Compagni di questo viaggio che si rivelerà una lunga e folle avventura sono gli amici di sempre Lance (Clark Duke), affabile conquistatore di giovani fanciulle, e Felicia (Amanda Crew), la vicina di casa punk di cui Ian è da sempre innamorato.
Sex Drive, INSPIEGABILMENTE titolato Sex Movie in 4D dai dementi distributori italiani, è una commedia sgangherata, poco originale e anche un po' volgarotta, ma ha un pregio su tutti, che le consente di stagliarsi spanne e spanne sopra ai film di genere: un cast. Un vero cast. Non un'accozzaglia di bonone tettute e fustacchioni mononeuronici, ma un gruppo di attori che perlomeno si impegna per risultare divertente.
Sia chiaro che non ho "voluto" vedere questa pellicola, ma ci sono inciampato nella classica serata di zapping compulsivo: il fatto stesso che sia riuscito a seguirla fino alla fine dimostra che tutto sommato riesce addirittura a rendersi godibile.

04 ottobre 2010

In Memoriam: Tony Curtis (1925-2010)

Solo oggi, a cinque giorni di distanza dalla sua morte, pubblico la notizia del decesso di una leggenda della Hollywood degli anni d'oro: il grandissimo Tony Curtis, protagonista di film cult come ad esempio "A qualcuno piace caldo".
Curtis, una delle star del botteghino degli anni 50 e grande playboy dell'epoca, è morto nel suo letto intorno alla mezzanotte del 29 settembre a Henderson, Nevada.
Curtis, all'anagrafe Bernard Schwartz, era nato a New York da immigrati ungheresi il 3 giugno 1925. Considerato un rubacuori, annoverò tra le sue fidanzate Marilyn Monroe e Natalie Wood. Si sposò sei volte. La sua ultima moglie, per la cronaca, aveva 45 anni meno di lui.
Tra i suoi figli, la più famosa è sicuramente Jamie Lee Curtis, che gli è stata lontana per la maggior parte della sua vita, tanto da fargli ammettere di essere stato un fallimento come padre.

30 settembre 2010

"La prima cosa bella" alle selezioni degli Oscar

La prima cosa bella è il candidato italiano all’Oscar 2010 per il miglior film straniero. Il film di Paolo Virzì è stato designato dalla commissione istituita appositamente dall'Anica per la designazione del miglior film in lingua non inglese che rappresenterà l'Italia ai prossimi Academy Awards.
Non ho visto il film e devo ammettere che non mi interessa particolarmente: non sono di conseguenza molto d'accordo su questa scelta, peraltro coraggiosa.
Le nomination saranno rese note dall'Academy il prossimo 25 gennaio 2011, mentre la premiazione degli 83esimi Academy Awards si svolgerà domenica 27 febbraio al Kodak Theatre di Los Angeles.

In Memoriam: Arthur Penn (1922-2010)

Arthur Penn, il regista statunitense che cambiò il modo di fare cinema di un'intera generazione con il suo Bonnie & Clyde (in italiano Gangster story) del 1967, è mancato l'altro ieri a New York.
Nato il 27 settembre 1922, è riuscito a festeggiare l'ottantottesimo compleanno, ma si è spento poche ore dopo la mezzanotte. A parte il sopracitato capolavoro con Warren Beatty e Faye Dunaway, tra l'elenco dei suoi film non è semplice scegliere il più famoso: da Anna dei miracoli (con Anne Bancroft) del 1962 a Alice's Restaurant (1969), da Piccolo grande uomo (1970) a Target-Scuola omicidi (1985).
Figlio di un orologiaio e di un'infermiera di origine ebrea russa, si trasferì piccolissimo a New York da Philadelphia. Studiò con il celebre Stanislavski, prima di diventare un autore televisivo negli anni 50. Nel dopoguerra studiò anche in Italia, prima a Perugia e poi a Firenze.

21 settembre 2010

In Memoriam: Sandra Mondaini (1931-2010)

Sandra Mondaini, l'attrice comica più amata dagli italiani, nonchè un'icona della nostra televisione, si è spenta in giornata a Milano, dopo aver da pochissimo festeggiato i 79 anni e soli cinque mesi dopo la morte dell'amato Raimondo Vianello.
Più di venti rappresentazioni teatrali, più di quaranta film, più di sessanta varietà televisivi, per non parlare della prosa sul piccolo schermo, dei varietà radiofonici e dei 45 e 33 giri incisi tra il 1959 e il 1987: Sandra è stata e rimarrà un mito dello spettacolo, indissolubilmente legata al grandissimo Raimondo, compagno di vita e di mille avventure vissute insieme, sia in tv che sul grande schermo.
Sandra, per me, era come una nonna: affettuosa, divertentissima, sensibile e anche un po' snob.
Come Giulietta Masina con Federico Fellini, non ce l'ha fatta a vivere senza il suo adorato marito: si è limitata a sopravvivere per un breve periodo, probabilmente conscia del fatto che la sua vita era "terminata" nell'aprile di quest'anno.
Queste storie di amore e di vita coniugale e professionale così totalizzanti mi hanno sempre lasciato a bocca aperta: in fondo, chi non desidererebbe un'esistenza simile?
Sandra, addio.

20 settembre 2010

Best Animated Short: Tin Toy


Nel 1988 "Tin Toy", prodotto da una nuova società chiamata Pixar, vinceva il sessantunesimo Academy Award della storia inerente i cortometraggi animati.
Nessuno avrebbe immaginato che ventidue anni dopo la Pixar Animation Studios si sarebbe aggiudicata (dato ovviamente aggiornato ad oggi) 24 Oscar, 6 Golden Globe e 3 Grammy.
Nel guardare questo piccolo capolavoro (quattro minuti e qualcosa), tenete molto bene a mente che era, come già detto, il 1988.
Buona visione.

16 settembre 2010

Tanti auguri a... me!

Attorno alle 14 di 40 anni fa, venivo alla luce in quel di Asti.

Cosa posso dire? Semplicemente, HAPPY BIRTHDAY to me!

13 settembre 2010

Somewhere

Johnny Marco (Stephen Dorff) vive in un appartamento dell'hotel Chateau Marmont di Los Angeles. Tra spettacoli erotici di dubbia eleganza e avventure amorose brevi e disimpegnate, trascorre le giornate in un'apatia ovattata e silenziosamente distruttiva. L'inaspettata e forzata permanenza della figlia Cleo (Elle Fanning) imporrà un cambiamento nel ritmo quotidiano dell'attore.
Poche parole estremamente sintetiche per descrivere ciò che in conclusione è Somewhere: un ritratto di abulica solitudine sofferta dall'essere umano che materialmente ha già tutto, tranne la più infinitesimale traccia di felicità. Di conseguenza e in buona sostanza, assolutamente nulla di nuovo.
Ma se nelle mani di parecchi cineasti la supposta pellicola si sarebbe trasformata in un prodotto ovvio, melenso o didascalisco, o tutt'e tre le cose, in quelle di Sofia Coppola, nuovamente alle prese con un "plain plot" ambientato in un hotel dopo Lost in Translation, si rivela un'altra convincente prova verso la maturità registica.
Il film infatti è scarno, essenziale, estremamente lineare e quasi sfrondato di ogni inutile dettaglio glam: ai più potrà apparire (non a torto, dato che lo stile della regista è decisamente anacronistico) noioso, lento o fine a sé stesso, mentre, a mio avviso, sono proprio il lento incedere di ogni piano-sequenza o l'insistente ripetersi di un'azione ad esaltare i meriti della figlia dell'incommensurabile Francis Ford e a rendere (quasi) unico nel panorama contemporaneo questo prodotto.
C'è da ammettere che rispetto al sopracitato Lost in Translation ho personalmente riscontrato un piccolo passo indietro, ma fa piacere constatare che l'approccio della Coppola sia rientrato nelle "sue" corde, decisamente più intimistiche, dopo la parentesi un po' supponente di Marie Antoinette, di gran lunga il suo film più debole.
Il cast: Stephen Dorff, fortunatamente riesumato dopo anni e anni di totale anonimato, è intenso e misurato; Elle Fanning, sorellina della più famosa (ed antipatica) Dakota, è deliziosa e riesce a costruire un personaggio sorprendentemente credibile. Nulla da dire sulla comparsata di varia Italia televisiva: tutti professionalmente in parte.
Due giorni fa Somewhere ha vinto il Leone d'Oro a Venezia: qualche (giustificata) polemica e alcune facce storte hanno accompagnato il trionfo della Coppola in laguna; non ho visto nessun altro film in concorso pertanto non posso certo dire se il film abbia meritato, ma se, a detta del presidente di giuria Quentin Tarantino, il titolo del film era l'unico che in fase di discussione saltava sempre fuori, vuol dire che Sofia è almeno riuscita nel suo principale intento: restare impressa.
Da vedere.

Best Animated Short: Mona Lisa Descending a Staircase


Continuando con i corti d'animazione che hanno lasciato il segno agli Academy Award, torniamo indietro al 1992, anno in cui Joan C. Gratz si aggiudicò la statuetta con questo splendido short, intitolato Mona Lisa Descending a Staircase, in cui veniva sdoganato l'uso dell'"art speed painting", poi ampiamente sfruttato in diversi campi.
Buona visione.

12 settembre 2010

In Memoriam: Claude Chabrol (1930-2010)

È morto a Parigi un'icona del cinema contemporaneo, il regista francese Claude Chabrol. Aveva 80 anni. A riferire alla stampa della morte del regista è stato un collaboratore del sindaco della capitale francese, Bertrand Delanoe. Protagonista della Nouvelle Vague con François Truffaut e Jean-Luc Godard, diresse film come Un affare di donne, Una morte di troppo, Il buio nella mente e Grazie per la cioccolata.
Chabrol è stato «un immenso cineasta francese, libero, impertinente, politico e prolisso», ha commentato Christophe Girard, responsabile per la cultura al Comune di Parigi, comunicando la scomparsa del cineasta.
Al 2009 risale la sua ultima apparizione pubblica, in occasione del premio alla carriera al Festival del Cinema di Berlino.
Personalmente non ho mai veramente apprezzato il suo approccio cinematografico: mi riprometto di colmare questa mia grave lacuna riscoprendo qualche grande classico girato dal maestro d'oltralpe.

11 settembre 2010

L'era glaciale 3: l'alba dei dinosauri

Manny e Ellie stanno per avere un bambino e la novità sembra sconvolgere qualche equilibrio. Diego sente di non avere più lo smalto di una volta mentre Sid desidera sperimentare la "maternità" a tutti i costi, anche se si tratta di dover badare a tre cuccioli di dinosauro nati da uova trovate per caso. Una nuova avventura al salvataggio proprio di Sid e l'incontro con un nuovo personaggio (Buck) serviranno a riunire il branco.
Recuperato su Sky Cinema ovviamente senza l'ausilio del 3D (che ho letto essere del tutto superfluo), Ice Age 3: Dawn of the Dinosaurs è, nel contesto della saga, un terzo capitolo godibile e piuttosto divertente, in cui viene saggiamente dato più spazio al personaggio-clou della serie, il roditore Scrat, questa volta accompagnato nelle sue (dis)avventure da Scrattina, esemplare femmina della sua specie.
L'introduzione di Buck, una sorta di commistione tra Robinson Crusoe, Orzowei e Ryu, apporta nuova linfa all'aspetto prettamente ironico della pellicola, donando al contempo un po' di vigore quando la pellicola incontra momenti stagnanti (e non sono pochi), la maggior parte dei quali legati al troppo melenso Manny e all'eccessivamente supponente Ellie.
In buona sostanza un discreto prodotto, decisamente migliore del secondo, che non rappresenterà sicuramente la conclusione della serie animata ideata da Chris Wedge.
Da godersi in poltrona, senza fretta e senza tridimensionalità di alcun tipo.

10 settembre 2010

Best Animated Short: The Danish Poet

A partire da oggi, senza uno scadenzario preciso, mi piacerebbe ricordare chi è stato in grado di lasciare il segno nel campo dell'animazione aggiucandosi l'Oscar per il miglior cortometraggio animato, non necessariamente in ordine cronologico.
Inizio pertanto da The Danish Poet, splendida opera seconda di Torill Kove narrata da Liv Ulmann, che vinse nel 2007.
Buona visione.

31 agosto 2010

In arrivo: Temple Grandin

Temple Grandin, nata nel 1947, è una delle personalità più famose nel mondo affette da autismo: professoressa associata all'Università del Colorado, progettista in ambito zoologico e grandissima attivista sociale, in tutto ciò che ha compiuto ha sempre presentato il punto di vista delle autistiche, contribuendo in tal modo all’affinamento di metodologie di intervento più adatte a supportare le persone colpite da questa sindrome.
La HBO, emittente televisiva da sempre all'avanguardia nella self-production di notevolissimi prodotti (su tutti lo strepitoso Angels in America), ha lanciato nel febbraio 2010 l'omonimo tv-movie che proprio due giorni fa ha fatto incetta di premi Emmy (gli Oscar della televisione), e che verrà trasmesso in ottobre su Sky.
Perchè questa incursione nell'universo del piccolo schermo? Beh, innanzitutto perchè tutti e tre gli attori protagonisti (ovviamente premiati con la statuetta di cui sopra) sono interpreti che io personalmente trovo superbi (la mia adorata Claire Danes, il talentuoso David Strathairn e il gradito ritorno di Julia Ormond), e in secondo luogo perchè fare en-plein nelle categorie principali (prodotto, regia e cast) all'Emmy rappresenta un'incontestabile garanzia di qualità.
Occhio quindi alla programmazione autunnale di Sky...

12 agosto 2010

I Love You Phillip Morris

Cosa ne dite del CHIARISSIMO e più che esplicito poster giapponese?

E di quello russo? Carino, vero? (Ah, in entrambi i casi il manifesto recita "Ti amo Phillip Morris")

Con la locandina inglese i due attori principali si staccano, ma il messaggio è comunque chiaro.

Il manifesto internazionale, che verrà forse utilizzato negli USA, elimina il personaggio di McGregor, ma quasi esclusivamente per ragioni commerciali, dato che Carrey in diversi paesi del mondo è da solo una garanzia al botteghino. Sottolineo comunque il fatto che ho detto "quasi".
Ed ora prepariamoci alla catastrofe, cioè al poster di casa nostra.

Eccolo.
Titolo stravolto, ridicolo e fuorviante; McGregor (il cui nome è della stessa grandezza di quello di Carrey!) sbattuto sullo sfondo di destra; dulcis in fundo, tre immagini di Carrey che portano il futuro spettatore a pensare alla solita pellicola caciarona del protagonista, re degli istrioni.
Ebbene, mai marketing è stato meno competente e soprattutto lungimirante: la pellicola, infatti, è stata un autentico flop nei paesi in cui è già uscita (negli Stati Uniti uscirà presumibilmente in autunno dopo una serie incredibile di vicissitudini di ogni tipo) e nessuno (tranne chi si è debitamente documentato) ha capito di che razza di prodotto si potesse trattare.
I Love You Phillip Morris (mi rifiuto categoricamente di utilizzare l'obbrobrioso titolo made in Italy) è infatti la vera storia d'amore tra un esperto in truffe, tal Steven Russell (Jim Carrey) e un sensibile ragazzo incontrato in carcere, il Phillip Morris del titolo (Ewan McGregor), da cui il protagonista tenterà di non separarsi mai. Punto.
Troppo difficile da capire? No, non credo. Piuttosto, troppo difficile da digerire, da parte della distribuzione italiana, che Jim Carrey interpreti (e molto bene) un ruolo gay, in un film a tematica gay, con un paio di scene -gay- piuttosto "forti" e con un messaggio di fondo decisamente disturbante per gli ignoranti dinosauri del merchandising nostrano: si può arrivare davvero a fare di tutto per amore (gay).
Detto tutto ciò, il film è divertente, ben interpretato e con una regia quantomeno sperimentale: a parer mio, difetta in ritmo e in coinvolgimento e alcune circostanze, seppur volutamente eccessive, sono davvero risibili. Però tanto di cappello a due grandissimi attori -eterosessuali- che non si sono assolutamente risparmiati in quanto ad aderenza al ruolo e veridicità dell'interpretazione.
Nel complesso, più che vedibile. Ma non azzardatevi a chiamarlo con il nome italiano. Mai.

01 agosto 2010

Mine Vaganti

Pochi, essenziali dettagli inerenti l'incipit dell'ottava fatica di Ferzan Ozpetek, dato che fin dalle primissime battute gli eventi che si susseguono meritano di essere visti senza alcun suggerimento o spoiler che sia: a casa Cantone, famiglia proprietaria di uno dei più importanti pastifici del Salento, c'è molto fermento per il ritorno del figlio più giovane Tommaso (Riccardo Scamarcio), che, insieme al fratello maggiore Antonio (Alessandro Preziosi), dovrà ereditare la gestione dell'attività famigliare. Il fratello, la mamma Stefania (Lunetta Savino), il padre Vincenzo (Ennio Fantastichini), la zia Luciana (Elena Sofia Ricci), la nonna (Ilaria Occhini), la sorella Elena (Bianca Nappi) e l'amica d'infanzia Alba (Nicole Grimaudo), con approcci completamente differenti, complicheranno (e non poco...) l'immediato futuro di Tommaso...
Mine Vaganti, pur non arrivando alle vette raggiunte da Hamam, Le fate ignoranti e La finestra di fronte, ci riporta al vero Ozpetek, che a mio parere, quando racconta ciò che conosce veramente, centra l'obiettivo. E il fatto di utilizzare la commedia come punto di partenza (anzichè il dramma, che comunque è più che presente, soprattutto nella seconda parte) è un gradevole cambiamento, fermo restando che la "riflessione", sia essa di stampo sociale o comportamentale, rimane il leit-motiv delle pellicole ozpetekiane.
Recitativamente, il cast è stellare, con l'unica eccezione della Ricci, il cui personaggio è in sé divertente, ma l'attrice fiorentina non lo rende al meglio, apparendo il più delle volte spaesata o "fuori tono"; per il resto, un trionfo: Lunetta Savino (me-ra-vi-glio-sa) e Ilaria Occhini (splendida) sono grandiose, e sorprende il fatto che ai David di Donatello, ad essere candidata insieme alla Occhini (che poi ha vinto quale Miglior Attrice Non Protagonista) è stata la Ricci e non la Savino; il protagonista Scamarcio è davvero credibile in un ruolo per nulla facile, al pari di un affascinantissimo Preziosi; Fantastichini (anch'egli premiato con il David), un po' teatrale ma divertentissimo, e Nicole Grimaudo sono entrambi efficaci in ruoli di forte impatto emotivo, e in più di un'occasione ci si perde nei loro occhi, resi ancora più profondi dalla magnifica direzione degli attori da parte di Ozpetek, che si conferma un maestro in tale campo; infine, una menzione particolare per la divertentissima Paola Minaccioni, nel ruolo della domestica scansafatiche.
Lo script, finalmente, non delude: la scena finale corale e qualche siparietto sono un po' forzati, ma i teatrini degli amici di Tommaso sono aderentissimi alla realtà, e la ricostruzione della famiglia patriarcale pugliese è indovinata e neanche troppo banalizzata.
Bellissime, poi, le musiche di Pasquale Catalano, che in più punti richiamano le partiture di Andrea Guerra ne La finestra di fronte.
A questo punto, per completare la filmografia del regista italo-turco, dovrei recuperare due pellicole che ho negli anni evitato: Cuore sacro (2005) e Un giorno perfetto (2008). Ho molto timore però che dopo questa felice avventura, il ritorno al passato possa essere una spiacevole esperienza...
In conclusione, un film da vedere e da assaporare, che scivola via lieve e si fa davvero apprezzare per più di una ragione: bentornato, Ferzan.

23 luglio 2010

Terminator Salvation

Anno 2003. Marcus Wright (Sam Worthington) è detenuto nel Braccio della Morte in attesa di ricevere l'iniezione letale. Ha ucciso suo fratello e due poliziotti e vuole soltanto farla finita ma la dottoressa Serena Kogan (Helena Bonham Carter) ha deciso per lui un altro destino. Firmato un documento legale che consegna il suo corpo alla scienza e gli promette una seconda opportunità, Marcus viene ‘terminato'.
Anno 2018. John Connor (Christian Bale), leader ideale e carismatico del genere umano, partecipa alla Resistenza contro Skynet, il network di intelligenze artificiali, e il suo esercito di Terminator indistruttibili. Efficace e intraprendente, è deciso a sferrare un attacco mortale al nemico, a trovare suo padre Kyle Reese (Anton Yelchin) e a garantire un futuro all'umanità dopo l'apocalisse nucleare scatenata dalle macchine.
I loro destini, ovviamente, si incroceranno...
Dopo il terzo episodio della serie, un autentico disastro, era lecito essere più che prevenuti nei confronti di questo quarto capitolo, per giunta diretto da un regista neanche lontanamente vicino alla qualità di James Cameron, autore degli storici primi due.
Invece, Terminator Salvation è un prodotto che, pur non avendo le granitiche basi delle pellicole con Schwarzy, restituisce credibilità alla franchise; nulla di trascendentale, intendiamoci, ma un onesto film ben interpretato da attori dotati di fisicità e talento, con effetti visivi funzionali allo svolgimento della vicenda e almeno un paio di trovate diciamo "simpatiche": i moto-terminator e il cameo finale di un Arnold Schwarzenegger interamente digitalizzato.
Per carità, la trama in alcuni passaggi rimanda troppo ad alcune recenti pellicole del filone sci-fi horror e diversi dialoghi sono risibili, ma nel complesso il risultato si può dire accettabile.
Insomma, un godibile popcorn-movie da gustarsi senza pretesa alcuna.

10 luglio 2010

Toy Story 3 (RealD 3D)

Andy, il padroncino dei protagonisti di questa splendida saga targata Pixar, è in partenza per il college. Dovendo svuotare la sua stanza, la madre lo obbliga a scegliere che fare dei vecchi giocattoli. Woody, Buzz, Jessie e tutti gli altri, tra mille peripezie, dovranno nuovamente affrontare ogni genere di prova per restare insieme, come una vera famiglia...
Dato che sarei seriamente in difficoltà e risulterei prolisso e ripetitivo di fronte all'ennesimo C-A-P-O-L-A-V-O-R-O di quegli assoluti geni della Pixar, mi affido una volta tanto ai giudizi di alcune importanti testate web di casa nostra, che non la pensano molto diversamente dal sottoscritto...
La Repubblica.
Toy Story 3 è fatto per piacere in uguale misura ad adulti e bambini. Divertente e commovente dall’inizio alla fine, il film è particolarmente spassoso nelle scene con Barbie e Ken.
Il Corriere della Sera.
Se non è un capolavoro poco ci manca: un fuoco d’artificio di trovate e di colpi di scena che passano dalla commedia al dramma fino al melodramma, capaci di bruciare in poche sequenze materiali per almeno un’altra dozzina di film. C’è la capacità di passare da un cinema d’invenzione a uno di emozione a un’altro ancora di riflessione senza perdere mai di vista il piacere dell’avventura e della sorpresa.
Il Foglio.
Dopo Wall-E e Up, l’animazione Pixar non conosce limiti, né di tecnica (sublime) né di temi (universali). Dove lo trovate un altro film di un’ora e mezza furiosamente riscritto per un paio d’anni, fino all’assoluta perfezione? Applausi fino a spellarsi le mani.
ComingSoon.
Ancora una volta, la Pixar instaura con lo spettatore una complicità spontanea, che dribbla la ragione e abbatte le difese emotive: è la qualità fondamentale di un “autore”, al quale non si richiede tanto la perfezione, quanto la fedeltà a un modo di concepire l’arte e l’esistenza.
MoviePlayer.
La solita cura dei dettagli, dalle infinite citazioni, interne al mondo Pixar e non, un uso della terza dimensione funzionale alla storia, mai invasivo o stancante; la ormai scontata raffinatezza dell’aspetto tecnico, qui al suo meglio in sequenze che impressionano per il quantitativo di oggetti presenti in scena e mirabilmente animati nella definizione di un mondo mai realistico, ma assolutamente credibile, l’incredibile livello emotivo di un film che intrattiene i più giovani ed arriva a commuovere gli adulti in più di un’occasione. Tutto questo ha un nome: Pixar, uno studio che ormai non smette di sorprendere e che, probabilmente, non sbaglierà mai un film.
Per ogni residua considerazione, rimando alla recensione fatta per Up nell'ottobre 2009. Nulla è cambiato.
Anche Toy Story 3, pertanto, è un film ASSOLUTAMENTE da non perdere.

08 luglio 2010

X-Men le origini: Wolverine

Hugh Jackman, protagonista di questo spin-off della bella serie cinematografica dedicata ai mutanti, aveva detto, durante la campagna promozionale del film, testuali parole: "è un film d'azione diverso dagli altri, perchè alla base c'è un soggetto vero, una storia che riporta indietro ai classici film d'avventura".
Ora, fermo restando il fatto che durante le press-conference di lancio della pellicola chiunque parlerebbe del proprio prodotto come di un irrinunciabile masterpiece, arrivare a dire che alla base di Wolverine c'è la sceneggiatura è affermazione da corte marziale istantanea. E francamente dal signor Jackman, che apprezzo molto soprattutto per l'istrionica ed ironica vena tipica dello showman, non mi sarei mai aspettato una simile mercificazione della propria immagine.
Detto questo, la STORIA: Sulle montagne rocciose canadesi, Logan (Jackman) cerca la pace dopo un secolo di guerre e violenza. Kayla (Lynn Collins) lo ama e lo incoraggia a dar retta alla propria natura umana e a tenere a bada la forza sovrumana e mutante che è in lui, ma il brutale assassinio della donna da parte del fratello Victor (un INSOPPORTABILE Liev Schreiber), riporta inevitabilmente Logan nelle mani di William Stryker (Danny Huston), che vuole fare di lui l'Arma X, una macchina da guerra indistruttibile...
Prologo ed epiloghi da denuncia a parte, l'incedere del film è pari a quello di una testuggine che cerca di raggiungere uno scoglio su una spiaggia deserta, e le scene d'azione sono straviste; sorprende poi il fatto che neanche gli effetti visivi riescano ad essere convincenti fino in fondo, e che alcune caratterizzazioni sfiorino (e superino, in alcuni casi) il ridicolo.
Si salva il solo Ryan Reynolds in un doppio ruolo che affronta con la giusta dose di sarcasmo e di credibilità.
Da evitare senza dubbi di sorta.

05 luglio 2010

Watchmen

Dall'omonimo fumetto dei britannici Alan Moore e Dave Gibbons, in auge verso fine anni ottanta, Zack Snyder, autore dell'osannatissimo (ma a mio avviso inguardabile) 300, trae questo Watchmen, pellicola dal sapore acido e nostalgico, diretta con partecipazione e affetto, molto ben interpretata, ma che ha due grevi difetti: la durata (due ore e 43 minuti: per i non adepti, troppo) e lo sfilacciamento dello script a partire dalle scene ambientate in prigione, più o meno a metà dell'opera.
Per chi, come il sottoscritto, non aveva alcuna nozione del plot, ecco l'incipit: siamo nell'ottobre del 1985 e un uomo precipita dall'alto di un palazzo di New York e una goccia di sangue macchia per sempre un sorriso. Edward Blake (Jeffrey Dean Morgan), il Comico, è morto: Rorschach (Jackie Earle Haley) era un suo collega ed ora è inquieto. Si è convinto che Blake fosse solo il primo della lista e che qualcuno stia complottando contro gli avventurieri in costume, ridotti all'inattività. Jon Osterman, ovvero dottor Manhattan (Billy Crudup), la sua ragazza Laurie Spettro di Seta II (Malin Åkerman), il fedele amico Dan Gufo Notturno II (Patrick Wilson), e l'uomo più intelligente del mondo, Adrian - Ozymandias - Veidt (Matthew Goode), devono sapere e tornare in azione...
Iniziando dagli attori, non si può certo dire che l'intero cast non si sia impegnato nel tentativo di interpretare un gruppo di vigilantes mascherati caduti in disgrazia: chi ha steccato, infatti, è proprio il direttore d'orchestra, la mente dietro alla macchina da presa, ovvero il signor Snyder. Che si è sicuramente ridimensionato rispetto al fastidiosissimo autocompiacimento del sopracitato 300, ma continua ad essere troppo innamorato del ralenti, del dettaglio, del "parlare per immagini", del trendy a tutti i costi.
In ogni caso, la colonna sonora, anche se un po' ovvia, e i titoli di testa sono davvero splendidi, anche se non rappresentano da soli una valida ragione per voler vedere questa pellicola.

02 luglio 2010

Transformers - La vendetta del Caduto

Boiata lanciata ad arte dal successo del primo capitolo e da una solidissima e ben costruita campagna marketing, Transformers 2 non possiede nemmeno la caratteristica di potersi chiamare film.
La trama - attenzione agli spoiler - trascende ogni più basso concetto di stupidità, raggiungendo livelli inenarrabili di idiozia con: 1) il coinvolgimento dei genitori di Sam Witwicky nella 2) vicenda ricca di pathos della resurrezione di Optimus Prime in cui viene coinvolto 3) un Decepticon passato dalla parte dei buoni che si sacrifica per... per... per... 4) la prosecuzione della saga, con un ricattatorio e oltremodo ridicolo finale che vede fuggire ancora una volta il cattivissimo Megatron...
Il tutto condito da:
- una miriade di effetti visivi ripetitivissimi che dopo venti minuti hanno già steso anche i più irriducibili;
- una serie di attori nevrotici (Shia LaBeouf, fastidiosissimo), insopportabili (Megan Fox, truccata alla perfezione anche a 45 gradi Celsius all'ombra) o troppo caricaturali (John Turturro, un'improbabilissima macchietta);
- una sceneggiatura a cui interessa solo il product placement e, come già detto, arrivare alla fine delle due ore e passa per gettere le basi in modo ripugnante del terzo capitolo.
Ovviamente, nessuna sorpresa in questo giudizio: d'altronde ho atteso il passaggio su Sky per vederlo (e rapidamente dimenticarlo).