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10 luglio 2012

X-Men: L'inizio


La genesi della specie e la conseguente autocoscienza dei propri poteri da parte dei mutanti, nuova "razza" coniata da un salto evolutivo generazionale: i primi passi di Charles Xavier (James McAvoy), futuro mentore della progenie, di Erik Lehnsherr (Michael Fassbender), futuro Magneto, e di Raven (Jennifer Lawrence), meglio nota come Mystique (Mystica in italiano). Insieme dovranno fronteggiare un cattivissimo ex-generale delle SS (Kevin Bacon) in possesso di un incommensurabile potere.
Diretto dal (quasi) enfant prodige Matthew Vaughn (regista dei bellissimi Stardust e Kick-Ass), il prequel della fortunatissima saga degli "Uomini X" è un film volenteroso, disomogeneo, sufficientemente gradevole ma con un colpevolissimo difetto: un miscasting quasi totale. La cosa che stride di più, infatti, è che singolarmente tutti i caratteristi sono innegabilmente talentuosi ma, a mio avviso, se si eccettua Fassbender, credibilissimo nel ruolo reso celebre da Sir Ian McKellen, il resto del cast è spaesato, non conforme al personaggio o, nel caso di McAvoy, totalmente fuori contesto, soprattutto fisicamente. Ed è un peccato, perchè la fisicità e la rispondenza visiva di un mutante è tutto in una serie di film del genere: basti pensare allo straordinario Wolverine di Hugh Jackman o alla intrigante Mystica di Rebecca Romijn.
Il resto è routine, seppur professionale, ma questo prodotto nella carriera di Vaughn rappresenta un deciso passo indietro. Purtroppo.

28 giugno 2012

Kung Fu Panda 2


Il panda Po (nuovamente doppiato da un più che inadeguato Fabio Volo), diventato il Guerriero Dragone nell'episodio precedente contro tutto e contro tutti, deve fronteggiare il pavone Shen, cattivissimo esperto in fuochi d'artificio, e cercare di raggiungere la propria pace interiore legata agli accadimenti di un passato ormai lontano.
Il secondo capitolo delle avventure del pingue panda esperto in arti marziali è meno divertente dell'originale, più adrenalinico, meno ponderato, più dozzinale e con i medesimi difetti del prototipo, già chiaramente descritti nel post di due anni e mezzo fa.
Il problema più grosso, che sta purtroppo diventando una costante da estendere alla quasi totalità dei cartoon, è l'anima: non c'è più identità e non si prova neanche un brandello di vero stupore di fronte alla perfezione asettica e distante delle nuove tecnologie (3D compreso), anche se il risultato visivo man mano raggiunto è davvero sorprendente.
Ma, come detto, non trasmette nulla. Nulla.
E il film, che scorre via senza un intoppo, è già dimenticato dopo pochi minuti.

20 giugno 2012

W.E. - Edward e Wallis


La scandalosa e struggente vicenda di Re Edoardo VIII (James D'Arcy) e della pluridivorziata Wallis Simpson (Andrea Riseborough); la difficile relazione coniugale di Wally (Abbie Cornish) che la spinge tra le braccia di una security guard russa (Oscar Isaac). Due donne legate da un destino per certi versi comune, ma differenziate da epoche ed approcci sentimentali.
Avendo il concerto di Lady Ciccone in serata, non potevo che scegliere di andare a gustarmi la sua nuova fatica in veste di director nel primo pomeriggio, per un full day dedicato alla sola e unica Madonna.
Non essendo ancora riuscito a vedere la sua opera prima del 2008, Sacro e profano, peraltro lodata da una folta schiera di critica specializzata, W.E. rappresentava il battesimo sul grande schermo del mio indiscusso mito musicale.
Esperienza che si è rivelata, in una parola, nefasta.
L'unico pro: le recitazioni di Riseborough e Isaac, aderenti ai personaggi.
I contro: tutto il resto, dalla partitura strasentita ed eccessivamente reiterata ai costumi e alla ricostruzione d'epoca (troppo leccati), dallo sguardo catatonico della Cornish alla sceneggiatura puerile e masticatissima, dall'eccessiva durata alla regia purtroppo assente dell'icona musicale pop per eccellenza.
Mia adorata Louise Veronica, per cortesia riponi la cinepresa in un cassetto e non tirarla più fuori.
Lasciate assolutamente perdere.

06 giugno 2012

Captain America: Il primo vendicatore


Stati Uniti, 1942. Steve Rogers (Chris Evans), ripetutamente respinto alle visite d'arruolamento in quanto troppo basso e gracile, viene notato per l'ostinato coraggio e il contagioso patriottismo e conseguentemente scelto a far parte di un esperimento scientifico volto a creare un esercito di superuomini. Con il nome di Captain America diventerà un simbolo della lotta contro il nazismo.
Nato nel 1941 dalla fantasia di Joe Simon e Jack Kirby quale elemento di propaganda nazionalista a stelle e strisce, il personaggio di Captain America cadde nel dimenticatoio quasi subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale; a metà degli anni sessanta, però, il mitico fumettista Stan Lee lo riesumò mutandone lo spirito e lo trasformò in uno dei character più amati di sempre.
Ovvio e naturale che al cinema, prima o poi, ci sarebbe piombato anche il nerboruto eroe dallo scudo tricolore (attualmente nelle sale con l'attesisima reunion degli Avengers, che sta peraltro facendo sfracelli ai botteghini di tutto il mondo): la versione per il grande schermo, come la quasi totalità dei prodotti griffati Marvel usciti negli ultimi anni, non si può certo dire che deluda, ma, a mio avviso, è lontanissima dall'essere considerata una pellicola degna di questo nome.
Il problema è quasi sempre il medesimo: non c'è anima, non c'è cuore, non c'è emozione. Il protagonista si prodiga quanto basta, la regia è apprezzabilmente old-fashioned, gli effetti speciali non sono il top (la sovrimpressione del viso di Evans sul corpo di un rachitico esserino ha effetti involontariamente esilaranti) ma si lasciano guardare, eppure al termine della visione non rimane nulla. Nulla.
E il fatto che sia già in pre-produzione il sequel (in uscita nel 2014) chiarisce ancora una volta quale sia il livello medio al quale il nostro palato si sta purtroppo abituando.
In definitiva una visione neutra, senza guizzi e senza (eccessive) alzate degli occhi al cielo.


02 maggio 2012

Crazy, Stupid, Love.


Cal (Steve Carell), tradito dalla moglie (Julianne Moore) con un collega di lei (Kevin Bacon), si affida agli esperti consigli del playboy Jacob (Ryan Gosling) e finisce per conoscere la scatenata Kate (Marisa Tomei); il figlio tredicenne di Cal, Robbie (Jonah Bobo), è perdutamente innamorato della babysitter diciassettenne Jessica (Analeigh Tipton), a sua volta invaghita di Cal; Hannah (Emma Stone), in procinto di terminare gli studi, è affettivamente legata all'ingessatissimo avvocato Richard (Josh Groban). In un finale esplosivo, tutto (o quasi) si risolverà per il meglio.
Acclamatissima commedia diretta da Glenn Ficarra e John Requa, già autori del poco considerato I Love You Phillip Morris, Crazy, Stupid, Love. è una romantic comedy che parte in sordina (e per un po' davvero non si capisce dove possa andare a parare), accelera improvvisamente e si chiude con un azzeccato finale, dove la bella struttura ad incastro trova la sua meritata catarsi.
Ben orchestrata e altrettanto ben scritta, la pellicola non ha mai un sensibile cedimento e, nonostante qualche teatralità di troppo da parte del pur encomiabile cast, si lascia apprezzare fino in fondo: merito di un Carell finalmente spogliato dei fastidiosi orpelli da comedian, di un Gosling mai così sexy e di una debordante Tomei, che ruba la scena a tutti i comprimari. Ma gli elogi vanno anche indirizzati a chi ha avuto l'idea di produrre un genere di film che non si faceva più da diversi anni, essendosi affermate le bromance, i chick flick e i filoni più pecorecci e parolacciari, dalla risata facile e immediata ma dal gusto insipido e tedioso.
Un prodotto gradevole e sul quale non aggiungo altro, lasciando a chi non l'avesse ancora visto il piacere di (ri)scoprire una commedia romantica equilibrata e intelligente.

L'alba del pianeta delle scimmie


Lo scienziato Will Rodman (James Franco), alla ricerca di un farmaco per curare la malattia del padre (John Lithgow), finisce per adottare un cucciolo di scimpanzè destinato alla soppressione. Ma il primate, una volta cresciuto e in seguito forzatamente abbandonato in una specie di zoo, dimostrerà una spiccata intelligenza frutto degli esperimenti effettuati sulla madre.
Sorta di prequel di una delle saghe più seguite (e mitizzate) degli ultimi quarant'anni, Rise of the Planet of the Apes (questo il titolo originale) è stato accolto molto positivamente sia dalla critica di settore che dall'audience: in linea di massima posso essere d'accordo, ma con alcune consistenti frenate agli (a mio parere) eccessivi slanci di entusiasmo nei confronti della pellicola.
Se da una parte, infatti, il plot tiene, gli effetti visivi colpiscono nel segno e l'empatia nei riguardi dello scimpanzé Cesare non è insincera, dall'altra lo scollamento tra le due parti risulta eccessivamente marcato, la scena finale è tirata troppo per le lunghe e gli attori (non tutti) si limitano svogliatamente al minimo sindacale.
Ne esce, a mio avviso, un film diseguale: ottimo nella crescente consapevolezza di Cesare verso le discrasie del genere umano, sbracato quando punta tutto sull'azione. E' infatti un peccato (probabilmente necessario) che il bellissimo primo tempo si risolva nel consueto reiterato scontro su un luogo simbolo degli USA (questa volta il Golden Gate).
Una precisazione: non sono mai stato e presumibilmente non sarò mai un fan di questo filone, quindi a mio sfavore potrebbe aver contribuito una totale assenza di partecipazione emotiva, paragonabile al senso di indifferenza (scusate l'azzardo) che ho sempre provato nei confronti della saga di Guerre Stellari.
Un unanime e incondizionato plauso va in ogni caso a Andy Serkis, la cui performance capture del nostro protagonista peloso è letteralmente immensa.
In definitiva un prodotto gradevole, da vedere senza fretta e da gustare con lo spirito appropriato.
Primo tempo
Secondo tempo

27 aprile 2012

Country Strong


Kelly Canter (Gwyneth Paltrow), famosissima cantante country appena uscita dalla riabilitazione, e Beau Hutton (Garrett Hedlund), suo "tutor" (ed amante) in clinica nonché aspirante cantante, cercano insieme seppur in modi completamente diversi la gloria del palcoscenico: per un clamoroso comeback la prima, per una grande ascesa il secondo. Ma il di lei marito (Tim McGraw) e l'altra performer del loro tour, Chiles Stanton (Leighton Meester), avranno voce in capitolo nel futuro di entrambi.
Opera seconda della pressochè sconosciuta Shana Feste, Country Strong è un ritratto amaro, facilotto e piuttosto ben cantato di quattro individualità legate al mondo della musica country: prevedibile (se non addirittura telefonato), superficiale e noiosetto nella prima parte; gradevole, anche se mai davvero coinvolgente, nella seconda. L'impressione che si sia trattato di un mero esercizio di stile al servizio delle qualità vocali dei protagonisti è forte, e il fatto che i tre principali caratteristi diano sfogo alle loro abilità canore, mentre l'unico vero cantante (McGraw, leggenda vivente della musica country nonchè vincitore di tre Grammy Award) si cimenti nell'arte della recitazione fa immediatamente pensare a una calcolata, seppur riuscita, operazione di marketing.
In ogni caso, dato che è meglio soprassedere sullo script (davvero scolastico), dedichiamoci alle performance del cast: Tim McGraw è decisamente convincente, e il fatto che non canti è in sostanza un gran peccato; la Paltrow, anche se non offre una delle sue consuete prestazioni, se la cava egregiamente con il microfono e sulla scena; Hedlund ha una bella voce e una forte presenza sullo schermo; la Meester, invece, pur salvandosi con le varie esecuzioni, non ha né l'appeal né il carisma di una possibile futura star.
Molto godibili le canzoni, soprattutto quelle cantate dall'attrice premio Oscar.
In definitiva una pellicola che si potrebbe definire leggera (termine ormai abusatissimo), discretamente appetibile ma un po' ricattatoria nelle intenzioni. Si può comunque vedere senza pentirsene troppo.

26 aprile 2012

Weekend


Nottingham, Inghilterra. Venerdì sera. Dopo una serata di festa a casa di amici, Russell (Tom Cullen) si dirige verso un gay club. Poco prima della chiusura incontra Glen (Chris New): quello che però doveva essere il classico one-night stand si trasforma nell'arco di due giorni in qualcosa di completamente diverso.
Seconda fatica di Andrew Haigh (che in precedenza aveva diretto il mal accolto Greek Pete), Weekend è senza mezzi termini un film bellissimo. E, paradossalmente, il suo principale merito risiede nel non sembrare neanche per un microframmento un'opera di fiction. Weekend è infatti un vissuto, un'esperienza, una scoperta, una sorpresa, uno stato d'animo che ridotto o amplificato abbiamo provato tutti, gay o etero, uomini o donne.
Il soggetto poi non suggerisce nulla di nuovo, i personaggi non sono eroi o anti-eroi da assurgere a icone o simboli, e non sono presenti tragedie incombenti, scene madri o facili stereotipi dell'universo gay: è la storia di due ragazzi assolutamente nella norma, ognuno con le proprie insicurezze e pulsioni, che si incontrano e fanno sesso, scivolando in modo diametralmente opposto verso una situazione in un certo senso inaspettata per entrambi. E l'approccio del regista Haigh, partecipe e interessato a mostrare tutti i lati di un rapporto (sessuale, intellettivo e sentimentale), dimostra un'assoluta maturità anche quando il film decolla verso temi più alti, come la nostra esistenza e l'impegno che adoperiamo per viverla appieno.
Ambientata in una Nottingham linda e anonima dove tutto sembra seguire l'ordine naturale delle cose, la vicenda di Russell e Glen incuriosisce, appassiona, emoziona e finisce, senza mai puntare alla lacrima facile, per commuovere anche gli animi meno sensibili.
Il merito, comunque diviso tra direction, dialoghi e cast, va attribuito in larghissima parte alla stupefacente interpretazione dei due protagonisti, Tom Cullen e Chris New (entrambi provenienti dal teatro), che per intensità e aderenza al ruolo avrebbero meritato ben altro palcoscenico rispetto ai pur numerosi festival ai quali la pellicola ha partecipato.
Una nota conclusiva: ho dovuto ordinare il film su Play.com e vederlo in lingua originale, dato che come di consueto la distribuzione italiana, nonostante la presenza al Film Festival di Roma dello scorso autunno, non si è minimamente disturbata ad acquistarlo.
Assolutamente da non perdere.

24 aprile 2012

African Cats


Documentario della Disney Nature uscito lo scorso anno e riproposto da Sky in occasione dell'Earth Day di due giorni fa, African Cats (Il regno del coraggio è il sottotitolo italiano) è un prodotto che non si discosta molto dal filone di genere, ma che si rivela gradevole e a tratti appassionante.
Interamente girata in esterni nella riserva faunistica di Masai Mara (pianura del Serengeti) in Kenya, la pellicola narra le vicende di due madri, la leonessa Leila e il ghepardo Sita, e del loro amore verso i rispettivi cuccioli, che dovranno proteggere contro ogni genere di pericolo.
A prescindere dai soliti (e un po' dozzinali) paesaggi mozzafiato del continente nero, il docufilm si fa apprezzare per due essenziali motivi: le straordinarie riprese in loco e, soprattutto, la calda e avvolgente voce narrante di Claudia Cardinale, vera motivazione per cui ho deciso di seguire fino in fondo questo "reportage". Una volta tanto una scelta assolutamente vincente dopo gli scempi perpetrati ai danni di prodotti potenzialmente interessanti, resi inascoltabili da uno stuolo di comici svogliati e privi di pathos che non riuscivano a divertire neanche l'audience meno pretenziosa. La Cardinale, invece, con un tono a metà tra il partecipato e il solenne, e grazie al suo magnetico, lieve accento francese, è riuscita nell'impresa di ipnotizzarmi fino alla visione completa del film.
Attenzione, non è niente di trascendentale e spinge un po' troppo sul lato femminista dei branchi di felini, ma, come già detto, non annoia mai e il suo incedere risulta piacevole e ben ritmato.
In sostanza si può tranquillamente vedere senza avere l'impressione di aver "bruciato" due preziosissime ore...

13 aprile 2012

Transformers 3


La trama: il teenager protagonista (Shia LaBeouf), pompatissimo dalle massacranti sedute in palestra e misteriosamente fidanzato con una nuova gnocca da urlo (Rosie Huntington-Whiteley), deve fronteggiare insieme ai robot buoni una nuova minaccia apocalittica, pretestuosamente concepita da uno stuolo di sceneggiatori men che dementi.

Il motivo per cui l'ho visto: un momento di cedimento all'indole truzza che sotto sotto mi alberga.

I pro: dopo attenta analisi durata un paio di secondi, nessuno.

I contro: meglio avvalersi di apposita lista numerica.
1) Non c'è una sola scena che stupisca, visivamente o in altro modo.
2) Il plot è da contorcersi dalle risate per reiterata idiozia che sfocia nel più melenso e deprimente déjà vu.
3) Gli ultimi cinquanta minuti sono insostenibili in quanto a noia a dir poco devastante.
4) Dopo sette minuti gli effetti visivi hanno già ampiamente stancato.
5) Shia LaBoeuf è un cane, urla troppo ed è epidermicamente da fucilare.
6) La Huntington-Whiteley, seppur una dea della recitazione in confronto a quell'inespressiva pseudo-Barbie di Megan Fox, non fa che mostrare le labbra e non mostrare un filo di polvere sul viso, nonostante si trovi in mezzo a una guerriglia stile tsunami.
7) Mette una tristezza infinita vedere attori del calibro di Frances McDormand (che se la cava) o John Malkovich (che tocca il fondo della sua carriera) in questo cast.
8) Le spiegazioni scientifiche sono da catalogo del ridicolo involontario.
9) La durata del film poteva essere inferiore di almeno due ore e passa, cioè limitarsi ai soli titoli di testa e di coda.
10) Michael Bay (il regista) è uno dei più inetti e volgari distruttori dell'arte cinematografica in quanto tale.

Prometto che non cadrò mai più nell'errore di dare ascolto al mio lato più tamarro. Solennemente.

12 aprile 2012

Drive: la splendida soundtrack

Come sottolineato nel post di ieri, Drive è un film splendido, che entra in circolo al pari di una poderosa scossa di adrenalina, ma il cui effetto non si esaurisce, anzi ritorna con il passare dei giorni.
Uno degli elementi cardine della pellicola è senza alcun dubbio la strepitosa colonna sonora, composta da cinque azzeccatissime canzoni e dalla sapiente partitura di Cliff Martinez: a metà tra Mike Figgis e il primo David Lynch, la soundtrack trae chiare ispirazioni dagli anni ottanta e dal filone techno-psichedelico sviluppatosi proprio verso la fine di quel meraviglioso decennio.
Ascoltiamola, quindi, senza ulteriori indugi.

Kavinsky - Nightcall

Fonte: utente YT Record Makers
Inizio dirompente con questa dance ballad decisamente rétro con innesti robotici e volutamente anacronistici. I titoli di testa già immergono in qualcosa che ha un buon sapore...

College feat. Electric Youth - A Real Hero

Fonte: utente YT Valerie Records
Geniale sulla scena della gita in macchina sui canali prosciugati. L'unico momento di relax del plot (e di allentamento del costante senso di angoscia che pervade la pellicola).

The Chromatics - Tick of the Clock

Fonte: utente YT owinoneforme
Un vero e proprio viaggio, un autentico trip a livello inconscio a prescindere dalle immagini.

Riz Ortolani feat. Katyna Ranieri - Oh My Love

Fonte: utente YT gorrinillo
Una scelta che mi ha assolutamente lasciato di stucco, dato che non so veramente come il regista Winding Refn abbia fatto a scovare questo brano di Ortolani, inserito nel film italiano del '71 Addio zio Tom di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi. Traccia dall'altissima carica emozionale peraltro, che nella pellicola del cineasta danese anticipa di poco la resa dei conti finale. Gustatevi il montaggio di questo video, con il film del '71 in alto e Drive nel riquadro in basso, e cercate di interpretare come la bellissima voce della Ranieri abbia accompagnato così differentemente l'ottima resa di entrambe le scene.

Desire - Under Your Spell

Fonte: utente YT Erntefix
La traccia dei titoli di coda non ha la forza dei quattro precedenti brani, ma risulta comunque gradevole, seppur meno originale e ricercata.

Cliff Martinez - Hammer (Traccia 14)

Fonte: utente YT speedFreak622
Un excerpt scelto a caso, per mostrare la forza e la classe del compositore statunitense, che necessita di maggior attenzione da parte del grande pubblico.

Scena dell'ascensore con musica originale di Martinez (SPOILER)

Fonte: utente YT loloize
Semplicemente, la scena più bella del film. Da brividi.

11 aprile 2012

Cars 2


In soldoni: Saetta (in originale Lightning) McQueen e il fido Cricchetto (Mater) si ritrovano nel bel mezzo di un intrigo spionistico quando il loro intento era solo quello di partecipare alle tre tappe del World Grand Prix.
Avete ragione: il 21 novembre dello scorso anno pubblicai un post di inappellabile stroncatura nei confronti dei primi quaranta minuti di questa infame porcheria. Ora ho approfittato della visione su Sky per completare l'opera e infliggermi la definitiva pena di "dover sopportare fino al temine una pellicola della Pixar", frase che non avrei mai pensato di pronunciare nella mia intera esistenza.
Null'altro da aggiungere.
Qualcuno mi restituisca la Pixar. Quella vera.

Drive


Un ragazzo misterioso, taciturno e alienato (Ryan Gosling), di giorno meccanico e stuntman, di notte espertissimo autista "di fuga", si trova in seri guai dopo aver ceduto al primo vero sentimento nei confronti della vicina di casa (Carey Mulligan) e del figlioletto di lei.
Lo scorso autunno, per iniziale scetticismo (che manifesto sempre nei casi di pellicole letteralmente osannate dalla critica tutta), l'avevo mancato; poi l'onda di The Artist e Meryl Streep aveva fagocitato il mio interesse per quasi tutta la stagione degli awards. Il tarlo della scandalosa mancata candidatura di Gosling all'Oscar continuava però a rodermi, aumentando di conseguenza il mio desiderio di vedere questo prodotto.
Fino a pochi giorni fa.
Senza mezzi termini, infatti, Drive è un film bellissimo. Dagli strepitosi titoli di testa sulle note psichedeliche di Nightcall di Kavinsky agli estranianti boulevard losangelini, dalla satura e pastosa fotografia di Newton Thomas Sigel alla regia vagamente rétro di Nicolas Winding Refn, dalle esplosive e quasi insostenibili scene di violenza ai momenti di spiazzante quotidianità familiare: un mix azzardato ma riuscitissimo, e sorprendente per coinvolgimento ed eleganza.
Il cast, poi, è la classica ciliegina sulla torta, con un Ryan Gosling più che meritevole della (mancata) nomination: i suoi sguardi attoniti e i suoi gesti senz'ombra d'esitazione parlano molto di più di tante verbosissime sceneggiature.
Null'altro da aggiungere.
Assolutamente imperdibile.

28 marzo 2012

Thor


Thor (Chris Hemsworth), figlio di Odino, padre degli dei (Sir Anthony Hopkins), viene bandito dal regno di Asgard, privato dei suoi poteri (e soprattutto del suo martello Mjölnir) e spedito sulla Terra. Grazie all'intervento (e all'affezione) di un'astrofisica (Natalie Portman), riuscirà a guardare dentro sè stesso e a ritrovare la forza del tuono che l'aveva sempre accompagnato.
Diretto dall'ex regista prodigio (nonché ottimo attore) Kenneth Branagh, Thor è l'ennesima trasposizione cinematografica di un fumetto Marvel e, bisogna riconoscerlo, neanche una delle peggiori. Forse il tocco di un director abituato ad adattare William Shakespeare ha giovato, certo è che la sceneggiatura è addirittura accettabile e non sono presenti troppi luoghi comuni (o, se ci sono, vengono trattati con la giusta dose d'ironia).
Quello di cui difetta clamorosamente la pellicola è, paradossalmente, il ritmo. Nonostante i continui split tra Asgard e la Terra siano ben amalgamati, dopo un'ora non si è ancora riusciti a capire il vero intento del film: tutte le situazioni sono infatti abbozzate e condotte al punto in cui, quando ci si attende il vero sviluppo, il plot passa ad altro. Ovvio che la mia attenzione sia gradualmente andata scemando, per non riprendersi più, nemmeno in occasione dello scontro finale (oggettivamente mal girato).
Il cast, poi, non aiuta affatto: a parte le scolastiche prove di Hopkins e Portman, l'unico attore che prova a recitare è Tom Hiddleston, nel ruolo del perfido fratello Loki; stendiamo invece un velo intriso di pietà sull'inespressività del protagonista e dei comprimari, Stellan Skarsgård incluso.
Lode, al contrario, ai sontuosi effetti speciali atti a rappresentare il Regno Eterno.
In definitiva, un prodotto a cui si possono anche dedicare un paio d'ore, fermo restando che non ci sia molto altro d'interessante da fare.
 

23 marzo 2012

Magnifica presenza


Pietro (Elio Germano), "preparatore di croissant" nonché aspirante attore, si trasferisce nel quartiere romano di Monteverde dalla natia Sicilia in un appartamento sontuoso e un po' decadente, di cui si innamora all'istante. Dopo essersi fattivamente insediato, scopre però che l'abitazione ospita altre "presenze", uomini e donne in elegantissimi abiti di scena anni quaranta, che, inquietanti in un primissimo momento, si trasformeranno in una sorta di specchio di coscienza per l'indeciso (anche sessualmente) ragazzo di provincia.
Giunto al nono lungometraggio, Ferzan Ozpetek affina le armi e affronta, con la consueta classe e un'ispirata vis comica, il tema del soprannaturale: lo fa senza clamori, con citazioni importanti (la Badessa, ben interpretata da Mauro Coruzzi-Platinette, non può non richiamare il Kurtz di Apocalypse Now) e con il collaudato canovaccio sviluppato sull'alternanza dei toni (commedia, dramma, introspezione) che costituisce il cardine dell'opera del regista italo-turco.
Indovina la prima parte, con il supporto di una Paola Minaccioni strepitosa, strutturata come una sorta di spin-off di Mine vaganti, esagera con il segmento centrale, troppo d'attesa e con un numero eccessivo di esche lanciate agli ami dell'audience, e conclude con alcune scene "forti" che, seppur disomogenee, restituiscono al film una sorta di "logica illogicità" spiazzante ma liberatoria. Non tutte le situazioni e i personaggi sono fini al plot stesso, sia ben chiaro, ma l'amalgama riesce, e la pellicola risulta comunque piuttosto originale e tutto sommato molto gradevole.
Il merito ancora una volta è da attribuirsi soprattutto al cast: detto della Minaccioni, che merita un ruolo di primissimo piano nella settima arte di casa nostra, la mia personale e onnicomprensiva lode va a Elio Germano. Questo trentunenne di Roma, a mio avviso, è talento cristallino all'ennesima potenza: non a caso già Palma d'Oro a Cannes in qualità di Miglior Attore nel 2010 e doppio vincitore del David di Donatello (2007 e 2011), non credo sia esagerato definirlo il miglior attore italiano della sua generazione. L'intensità, la preparazione, l'inaudita bravura con cui sciorina accenti diversissimi tra loro sono merce rara: se si aggiunge poi l'eclettismo, il più che lusinghiero quadro è completo. Sarà mia premura recuperare nei prossimi mesi la sua cinematografia più significativa, avendolo visto, mea culpa, solo in Tutta la vita davanti (dove peraltro era bravissimo).
Detto di Germano, e sottolineata ancora una volta la straordinaria capacità di Ozeptek in qualità di direttore d'attori, una nota conclusiva: i fasti di perle quali La finestra di fronte e Hamam-Il bagno turco sono lontanucci, ma questo film ha un fascino tutto suo, e merita sicuramente la visione.

14 marzo 2012

Rabbit Hole


Rebecca (Nicole Kidman) e Howie (Aaron Eckhart) hanno da otto mesi perso il loro unico figlio di quattro anni, travolto accidentalmente dal giovanissimo Jason (Miles Teller). Frequentano le consuete sedute di gruppo, cercano di tenersi impegnati, ma qualcosa stride all'interno del loro rapporto, ormai basato quasi esclusivamente sulla sopportazione del dolore: hanno un approccio completamente differente nella cosiddetta elaborazione del lutto. Riusciranno a trovare uno straziante ma indispensabile punto d'incontro?
Tratto dalla pièce di David Lindsay-Abaire e sceneggiato dallo stesso autore, Rabbit Hole è un film sorprendente per più di una ragione: il regista è John Cameron Mitchell, noto scavezzacollo famoso per due pellicole a dir poco provocatorie, Hedwig e Shortbus; il tono, malgrado i prevedibili rischi "lacrimogeni", si mantiene garbatamente realistico per tutta la durata del film; gli attori, nonostante siano stelle di prima grandezza (Kidman e Dianne Wiest su tutti), recitano in modo sontuosamente understated e con grandissima umiltà.
Questa inusuale alchimia trasforma quindi Rabbit Hole in un notevole esempio di cinema da camera: da melodramma stucchevole e iettatorio che poteva essere, ne risulta invece un gradevolissimo (seppur impegnativo) prodotto, che non si pone troppi quesiti ma non è neanche così sgradevolmente furbo da trovare una soluzione al dolore più grande che una coppia di genitori possa provare.
Merito pertanto, come già detto, del solidissimo script, dell'eclettismo del regista e dello straordinario cast, che conduce alla necessaria citazione di un paio di scene: lo struggente abbraccio di Howie al cane, involontaria causa della morte del figlio, e il dialogo nel pre-finale tra Rebecca e la madre, da brividi.
Da vedere (o recuperare) senza alcun indugio, dato che raramente il cinema sa ancora offrire emozioni così forti ed autentiche.

25 febbraio 2012

Paradiso amaro (The Descendants)


Matt King (George Clooney), in procinto di vendere un favoloso appezzamento di terra ereditato dalla trisavola regina hawaiiana, si vede suo malgrado costretto ad occuparsi delle due figlie, la problematica Alexandra (Shailene Woodley) e la pepata Scottie (Amara Miller), dopo che la moglie finisce in coma in seguito a un incidente nautico. Ce la farà?
Alla quinta fatica (ma il grande pubblico, compreso il sottoscritto, non conosce affatto la prima, tale Citizen Ruth del 1996), Alexander Payne sceglie un'inedita location, le Hawaii, ma non cambia registro, dando vita a un nuovo spaccato di real life solido e ben strutturato, supportato dal solito ottimo cast e suffragato da uno script impeccabile fedelmente trasposto dall'omonimo romanzo di Kaui Hart Hemmings.
Questa mia recensione, a dirla tutta, potrebbe anche finire qui: film inappuntabile, attori in parte, sceneggiatura di ferro.
Invece sapete cosa? A me non ha coinvolto neanche per un solo minuto. A parte la coraggiosa scelta di mostrare com'è realmente questo supposto paradiso del Pacifico e la splendida prestazione di George Clooney, davvero bravissimo, questa pellicola non mi ha mai suscitato un singolo sussulto emotivo (escludendo le ovvie scene riguardanti la moglie di King, fin troppo ricattatorie). E a questo punto posso affermare che Payne, da me idolatrato dopo il magnifico Election, si è via via perso in storie senza una grinza ma totalmente prive della grinta e della sapida lucidità del grandissimo film del 1999. Ed è un peccato, perchè si vede che il regista del Nebraska ha talento (inesploso o sopito, questo è ancora da capire) da vendere.
Non serve aggiungere altro, a parte il fatto che non sarò mai un estimatore della musica hawaiiana...
Andate comunque a vederlo, dato che ho l'assoluta certezza che sarò uno dei pochissimi a pensarla così.

24 febbraio 2012

Albert Nobbs


Irlanda, fine diciannovesimo secolo. Albert Nobbs (Glenn Close) è un inappuntabile maggiordomo in servizio da parecchi anni presso l'hotel più posh di Dublino, il Morrison. Albert Nobbs è in realtà una donna, che per poter lavorare è costretta a comprimersi il seno e ad adottare movenze e comportamenti che appartengono all'universo maschile. Albert Nobbs, un giorno, conosce un pittore (Janet McTeer) occasionalmente al lavoro nel suo hotel: a quel punto dovrà decidere se continuare a inseguire il proprio sogno di "normalità" o fuggire dalla menzogna nella quale sta vivendo.
Rappresentata sui palcoscenici da moltissimi anni, la vicenda di Albert Nobbs è stata fortissimamente voluta dalla protagonista, già interprete a teatro di questo controverso ruolo, che ha per anni atteso un produttore disposto a finanziare un progetto che sembrava di difficile trasposizione sul grande schermo (e soprattutto di scarso interesse cinematografico): trovato il regista, il fido Rodrigo Garcia, Glenn Close si è quindi dedicata anima e corpo ad una credibile rendition in vesti maschili. Nelle interviste che rilasciava parlava di connessione emotiva con il pubblico e di smisurata passione per questa sua creatura, e i teaser apparsi in rete qualche mese fa non facevano che confermare l'incredibile veridicità fisica del personaggio.
Una volta messi di fronte alla spietata "realtà" della pellicola, però, il risultato non ha convinto. Tanto meno il sottoscritto.
Albert Nobbs, infatti, non è un bel film. E Glenn Close, purtroppo, ha forse peccato di eccesso di zelo, snaturando il suo timido e posato butler delle caratteristiche che andava predicando in fase promozionale: non basta infatti irrigidire il viso e camminare scimmiottando Chaplin per risultare credibile. Punto.
Inutile che mi dilunghi nel descrivere le ahimè numerose scene in cui si precipita nel ridicolo più che involontario, e altrettanto inutile che mi soffermi nell'analisi del resto del cast, piuttosto ingessato e/o smaccatamente teatrale in dialoghi e atteggiamenti (se si eccettua la sanguigna performance di Aaron Johnson), a cominciare da un'improponibile Janet McTeer.
Il resto del film? Inconsistente, anche se si può affermare che, in termini di performance movies, sembra addirittura più riuscito questo rispetto a The Iron Lady. E che qualcuno ponga fine alle dilaganti e fastidiose presenze dell'insopportabile Mia Wasikowska, ormai onnipresente.
Insomma, un film a prima vista deludente che, più per dovere che per piacere, meriterebbe forse una seconda visione. Forse.

L'arte di vincere (Moneyball)


California, 2002. Billy Beane (Brad Pitt), General Manager degli Oakland Athletics, squadra di baseball dal glorioso passato ma dall'ormai limitato budget, deve fare i conti con l'esodo dei giocatori più rappresentativi dopo l'ennesima bruciante sconfitta. Si affiderà a un giovanissimo laureato (Jonah Hill) in economia a Yale e alle sue statistiche, basate su principi sabermetrici, che lo porteranno a formare un team di giocatori di supposto medio-basso valore: contro tutto e contro tutti, riuscirà comunque a fare la storia.
Un avvertimento: fate come me, guardatevi bene dal googlare i suddetti nomi. Riscoprite l'ebbrezza di vedere una pellicola senza saperne nulla (o quasi).
Sinceramente, questo film non m'interessava affatto: pensavo sarebbe stato il solito tortuosissimo percorso di una peraltro lungimirante figura sportiva che alla fine si prende una sonora rivincita venendo portato in trionfo dalla comunità tutta. Ebbene, non potevo essere più in errore, sia per il mio personale coinvolgimento che per il ritratto di questo signor Beane, un uomo tutto d'un pezzo che è davvero riuscito a sorprendermi in quanto a perseveranza e coraggio.
Detto ciò, posso tranquillamente affermare che questa seconda fatica di Bennett Miller, già apprezzato director del bel Capote è, in poche parole, un'autentica sorpresa.
Il ritmo è splendidamente congegnato, lo script (a cui ha collaborato Aaron Sorkin, e si vede) non ha una sola battuta scontata, eccessiva o peggio ancora telefonata, l'aspetto meramente sportivo viene affrontato senza inutili tecnicismi, e la recitazione è sempre funzionale allo svolgimento stesso delle scene, senza una singola sbavatura. Insomma, una rivelazione.
L'aspetto più affascinante di Moneyball è l'approccio old-style nei confronti del tema trattato, con personaggi reali nel contesto di situazioni reali, poche romanzate e solidissimi interpreti che, a mio avviso, rendono alla perfezione il clima che si può respirare dietro le quinte della Major League.
Brad Pitt, infatti, nonostante qualche perdonabile teatralità, si cala in un ruolo assolutamente adulto da attore maturo, abbandonando con convizione l'inevitabile aura da sex-symbol costantemente appioppatagli; mentre Jonah Hill, seppur non memorabile (nel senso intrinseco del termine), sciorina una prestazione contenuta e "al passo" con il compito assegnatogli, e cioè quello di neolaureato più che convinto delle proprie teorie ma timoroso di fronte alle decisioni più sofferte.
Assolutamente da brividi, poi, il climax raggiunto nel pre-finale, dove solo un cuore di pietra (o qualcuno non particolarmente avvezzo ad emozionarsi per questioni sportive) può riuscire a non partecipare e commuoversi per le gesta degli Oakland A's.
Ultima menzione per la delicatissima (quasi un soffio), azzeccatissima soundtrack di Mychael Danna.
In sostanza, un film assolutamente da non perdere, soprattutto se, come nel mio caso, una bella storia di sport riesce ancora a farvi scendere due oneste lacrime di sana commozione...

Beginners


Il quasi quarantenne Oliver Fields (Ewan McGregor), incapace di impegnarsi in una relazione duratura, deve affrontare due duri colpi nello spazio di breve tempo: l'ultrasettantenne più che arzillo padre (Christopher Plummer) lo informa del fatto che ha un cancro, non prima di averlo messo al corrente di essere... gay. Riuscirà a sopravvivere alle notizie?
Diretto da un quasi esordiente, il bravo Mike Mills, Beginners (complimenti vivissimi per l'azzeccatissimo titolo) è una piacevole dramedy che fa sapientemente il verso ai nuovi vezzi new-age (split-screen, immagini subliminali, scelte "simpatiche" di regia) concentrandosi sulla metabolizzazione dei rapporti umani e sulle conseguenze che hanno nei confronti delle nostre capacità relazionali. Il tutto attraverso la destabilizzazione dello spettatore con un paio di notizie shock date a breve distanza l'una dall'altra, per giunta all'inizio: poi, il film acquista una sua dimensione e un suo lento e (im)prevedibile evolversi dei fatti, fino al bel finale.
Ottimo il cast, su cui svetta un titanico Plummer, credibilissimo nella parte di un uomo che, avendo dovuto soffocare la sua natura per settant'anni, esce allo scoperto in modo prorompente, quasi disorientando il pacato figlio, un bravissimo Ewan McGregor, che vorremmo vedere molto più spesso in questo genere di ruoli; nota di merito anche per la talentuosa Mélanie Laurent, intensa e misurata.
Geniale, infine, l'utilizzo dei sottotitoli per dare voce ad alcuni pensieri del dolcissimo Jack Russell di proprietà del padre di Oliver: sottotitoli che nell'edizione italiana del DVD sono stati inspiegabilmente e colpevolmente eliminati.
In definitiva un film intelligente, rinfrescante e senza fastidiosi intellettualismi, da gustare tutto d'un fiato.