23 aprile 2007

Le vite degli altri

Circa un anno fa, Le vite degli altri sbancò i Deutscher Filmpreis (gli Oscar tedeschi) aggiudicandosi sette riconoscimenti su undici candidature. Essendo una kermesse di stampo nazionale, il fatto non ebbe alcun tipo di eco sulla scena europea e tantomeno mondiale.
A dicembre la pellicola vinse, non proprio da favorita, l'European Film Award come miglior film, aggiudicandosi altri due award su un totale di sei nomination. Dato che il suddetto premio non ha ancora alcun credito nell'ambiente cinematografico, la vittoria passò del tutto inosservata.
Due mesi fa, tra sguardi attoniti di sorpresa, l'opera prima di Florian Henckel von Donnersmarck vinse l'Oscar come Miglior Film Straniero e conquistò finalmente l'attenzione degli addetti ai lavori, o perlomeno di quelli che non si erano ancora disturbati a considerare questo film degno di attenzione.
34 premi vinti su un totale di 44 possibili (non sto ad elencare l'incredibile serie di festival cinematografici in cui il film ha trionfato).
Cifre impressionanti. Per un film davvero impressionante.
Diretto, come già detto, dal talentuoso regista di Colonia (ma da genitori fuggiti dalla Germania Est), il film è sostanzialmente uno sguardo realistico e un po' rétro alla DDR pochi anni prima della caduta del muro di Berlino. Il tutto attraverso gli occhi di un agente della Stasi (la terribile polizia segreta del regime socialista) che vedrà vacillare il proprio credo politico e sociale in occasione di un compito apparentemente di routine: tenere sotto controllo (con microfoni e telecamere) la vita di una coppia di artisti.
Trama d'altri tempi, verrebbe da pensare, ed in effetti il film, ben costruito e molto ben recitato, ricorda piuttosto da vicino le pellicole "vecchio stile" che ormai non vengono più realizzate da almeno una ventina d'anni. L'incedere, senza fronzoli, è infatti assolutamente consequenziale e lo script non si preoccupa minimamente dell'effetto sorpresa (alcuni sviluppi risultano addirittura prevedibili), quanto del modo di descrivere i fatti con accurata precisione e misurata partecipazione.
Attori e regia (un po' scolastica, ma davvero efficace) fanno il resto.
Qualche parola di Andrea D'Addio dal sito FilmUP.com: "...Un film profondo, intenso, importante tanto a livello storico quanto artistico, che si avvale delle grandi performance del terzetto di protagonisti. Su tutti Ulrich Mühe: intenso, duro e al contempo fragile nel suo lento cambiamento. La sua seconda moglie fu, al tempo, una collaboratrice della Stasi. In Germania, alla presentazione del film, gli hanno chiesto come si fosse preparato per il suo personaggio. La sua risposta è stata: 'Ho semplicemente ricordato'".
C'è bisogno di aggiungere altro?

16 aprile 2007

La sconosciuta

Senza indugio, lo scarno plot: in una Trieste mascherata da cittadina veneta giunge Irena, una giovane donna ucraina che, in breve tempo, trova un appartamento in cui vivere e un lavoro come domestica in una famiglia benestante. La "sconosciuta" vive segretamente con fantasmi e incubi del passato di cui teme l'improvviso ritorno. Ciò, però, non la distoglierà dall'obiettivo ultimo di riprendersi la propria vita...
E non serve sapere altro, in modo da godersi appieno l'intricato ed appassionante evolversi della pellicola, autentico colpo di genio di Giuseppe Tornatore, a diciotto anni di distanza dall'Oscar per Nuovo Cinema Paradiso e a sei dalla sua ultima fatica, il non fortunatissimo Malèna.
I meriti di questo grandissimo affresco dell'anima sono davvero molteplici, e risulta quindi arduo elencarne i meriti in modo equamente ripartito.
Riprendendo il tema appena sottolineato, ritengo sacrosanto lodare in primo luogo la regia d'alta scuola di Tornatore, che passa da raffinate geometrie sceniche a viscerali ritratti emotivi con maestria e naturalezza, dirigendo al contempo un cast stellare in modo sublime. E così facendo dimostra ancora una volta di essere davvero baciato da un talento non comune.
Tutti gli attori, come appena detto, sono in stato di grazia: la "sconosciuta" (almeno in Italia) Kseniya Rappoport, affermata attrice teatrale russa fortemente voluta dal regista siciliano, perfetta nel ruolo della protagonista; Michele Placido, immenso nella rappresentazione del suo personaggio più diabolicamente nauseabondo; i grandissimi Claudia Gerini, Alessandro Haber, Piera Degli Esposti e Pierfrancesco Favino (che adotta un credibilissimo accento veneto); l'esordiente Clara Dossena, di un'espressività disarmante; infine Margherita Buy e Angela Molina, che regalano camei d'eccezione.
Doveroso il commento sulla splendida partitura del solo ed unico Ennio Morricone, capace di costruire tre diseguali ed ugualmente efficaci temi musicali, modulati a seconda degli stati d'animo e delle situazioni in cui versa la protagonista.
Infine, poche parole d'encomio per la strepitosa fotografia di Fabio Zamarion, che ritrae tre mondi a parte scindendoli in maniera netta ed inequivocabile, grazie all'utilizzo di indovinatissime saturazioni di colore portate al limite monocromatico.
In sostanza "un film d'autore di grande carattere e di forte coinvolgimento emotivo, privo di sbavature e, anche per questo, vicino alla perfezione".
Assolutamente da non perdere, in attesa delle nomination ai David di Donatello che usciranno il prossimo 8 maggio.

Diario di uno scandalo

Un film può essere di differente impostazione registica o dissimile approccio visivo, ma non può assolutamente prescindere dalla recitazione.
Alcune volte, poi, gli interpreti raggiungono vette artistiche così elevate da diventare gli unici protagonisti della pellicola: sono quegli attori e quelle attrici che riescono a plasmare un personaggio con un impercettibile sorriso o un "come stai?" detto con il fuoco dentro.
Judi Dench (Oscar per Shakespeare in Love) e Cate Blanchett (Oscar per The Aviator) fanno parte di questo ristrettissimo gruppo di eletti ed elette della cinematografia mondiale.
E rendono angosciosamente appassionante un film difficile, girato con piglio un po' asettico da Richard Eyre e scritto un po' troppo frettolosamente dal pur lodevole Patrick Marber.
Il plot è apparentemente convenzionale: Sheba Hart (Blanchett) è la nuova insegnante d'arte in un liceo di Londra. Il suo magnetismo e il suo modo di fare serafico attirano l'attenzione di tutti, studenti e professori. Anche quella dell'anziana professoressa Barbara Covett (Dench) che quando scoprirà la relazione segreta tra la giovane insegnante e uno studente di appena quindici anni, non tarderà ad usarla a suo vantaggio per ricattare la donna e formare con lei un ambiguo e malato rapporto di complicità.
Il risultato, grazie alle due straordinarie protagoniste, è accattivante, fortemente disturbante e morbosamente angosciante. L'incedere è veloce (troppo), lo script è teso (con qualche esagerazione e/o estremizzazione), alcune scelte di montaggio lasciano perplessi, ma il film, non c'è nulla da fare, cattura e ipnotizza lo spettatore.
Grazie, lo ripeto ancora una volta, alla sconvolgente perfidia e lacerante solitudine dipinte sul volto di Dame Judi, o all'estatico candore misto a sotterranea pulsione sessuale da parte di Cate Blanchett.
Un film quindi da non perdere e preferibilmente da apprezzare in lingua originale per cogliere ogni minima sfumatura regalataci dalle due regali interpreti. Che spereremmo di poter vedere sempre più spesso in produzioni simili, senza fronzoli, effetti speciali o altri elementi distraenti.
Perchè quando una di queste due regine dello schermo recita, non è lecito distogliere l'attenzione da ogni parola che viene proferita dai loro personaggi.

Scrivimi una canzone

A volte mi chiedo come due smorfie, un aggrottamento della fronte e qualche mossetta ben congegnata possano trasformare Hugh Grant in un personaggio "istrionicamente autoironico e contagiosamente simpatico". O, ancora, mi chiedo come una serie imbarazzante di tic, un po' di imbranataggine e una mise fintamente sciatta possano trasformare Drew Barrymore in una "formidabile caratterista dalla femminilità un po' maldestra".
Ma per favore.
Perchè questa (purtroppo) numerosa schiera di critici continua a proliferare senza ritegno alcuno? Quando finiranno i tempi dello scrivere per sentito dire?
E perchè questa acredine da parte mia? Perchè Scrivimi una canzone è un film brutto, noioso, fintamente arguto, infarcito di melassa (abilmente nascosta da una fin troppo patinata nostalgia delle hit degli anni '80) e mal interpretato da due attori che desiderano terribilmente risultare simpatici. E mai tentativo da parte di entrambi è stato più vano.
La trama? Alex Fletcher (Grant) negli anni '80 era il leader di una band di successo, ma ormai è ridotto a lavorare per un pubblico di nostalgici alle fiere e nei parchi di divertimento. Quando gli viene proposto di comporre una canzone per la popstar del momento capisce che è la sua grande occasione per tornare alla ribalta. Dal momento che ha solo due giorni di tempo e la sua vena creativa si è inaridita, si affida a Sophie Fisher (Barrymore), una giovane scrittrice con un talento naturale per le parole.
Originale, vero?
Lasciate perdere...

13 aprile 2007

Onore a Nicole

L'immensa Nicole Kidman, che tuttora conserva la doppia cittadinanza australiana e statunitense, riceve in questa foto l'onorificenza dell'Ordine d'Australia dal governatore generale Michael Jeffery alla Casa del Governo di Canberra.
Il riconoscimento, il più alto in Australia in ambito civile, le è stato dato in considerazione dei propri meriti artistici che hanno contribuito a tenere alto il nome dell'australianità nel mondo.
Nicole è attualmente impegnata nella pre-produzione del film di prossima uscita "Australia", diretto da Baz Luhrmann, nel quale interpreterà il ruolo di una aristocratica inglese, Lady Sarah Ashley.

06 aprile 2007

In Memoriam: Luigi Comencini (1916-2007)

All'età di 90 anni si è spento il regista Luigi Comencini. Lo ha annunciato la famiglia, "dopo una lunga malattia sopportata con grande coraggio e discrezione".
Nato a Salò l'8 giugno 1916, è stato uno dei padri della commedia all'italiana, insieme a Risi, Monicelli e Scola. E di quello che è stato definito il neorealismo rosa. Ha diretto i più importanti attori italiani, come Vittorio de Sica e Gina Lollobrigida in Pane, amore e fantasia, del 1953, ma anche Sordi, Manfredi, Mastroianni, Tognazzi. Aveva cominciato, nel 1946, con Bambini in città e ha idealmente chiuso la carriera col remake di Marcellino pane e vino (1991) che cercava di restituire il piccolo santo cattolico a una dimensione laica e non lacrimosa. L'etichetta di "regista dei bambini" gli rimase sempre addosso, attraverso quasi tutte le fasi della sua carriera, da Proibito rubare (1948), La finestra sul Luna Park (1957), Incompreso (1967), Le avventure di Pinocchio (1972), Voltati Eugenio (1980), fino al Cuore per la tv del 1986.
"Io non sono un artista - ribatteva con forza a chi lo criticava - mi considero un buon artigiano e non è detto che il mio cinema non raggiunga per questo l'artisticità del risultato". Solo negli anni '70 la critica gli avrebbe reso merito, facilitata anche dal grande successo ottenuto in Francia e dalla rivalutazione della commedia all'italiana che con il suo Tutti a casa segna uno dei suoi momenti più alti. Lavoratore instancabile, burbero all'apparenza, curioso come i suoi occhi sempre in movimento dimostravano bene, ha vissuto da patriarca illuminato in una famiglia tutta di donne, favorendone con l'esempio l'inserimento in quel mondo del cinema che non aveva mai mitizzato. Negli ultimi anni della sua carriera ha inoltre tenuto a battesimo gli esordi nella regia delle figlie Francesca e Cristina.