20 agosto 2006

Radio America (A Prairie Home Companion)

Avendola persa durante la primavera, ho strenuamente cercato di recuperare l'ultima fatica di Robert Altman per alcuni mesi, riuscendoci ieri sera, nell'unico cinema di Milano che ancora la proiettava.
Ebbene, avrei tranquillamente potuto aspettare Radio America in dvd, o meglio ancora nel primo passaggio televisivo, che con tutta probabilità avverrà tra non meno di un anno e mezzo. Eh sì, nel complesso si è trattato di una sonora delusione. Con ben poche cose che riesco a salvare: sporadici magistrali piani-sequenza, alcune chicche musicali (Lily Tomlin in testa, sebbene oscurata dall'invasività di Meryl Streep), i personaggi minori.
Il resto, come si suol dire, è noia.
Sceneggiatura autocompiaciuta e sostanzialmente priva di qualsiasi ombra di interesse che catturi lo spettatore, numeri "carini" ma ripetuti alla nausea, personaggi al limite del ridicolo (la "donna pericolosa" e il "tagliatore di teste"), ritmo che affonda dopo mezz'ora.
Peccato.
A questo punto posso affermare con cognizione di causa che negli ultimi anni Altman si è dedicato ad un ideale di cinema molto più intimista e personalizzato rispetto al passato, realizzando pellicole di dubbio gusto (eccezion fatta per Gosford Park) e di scarso (se non scarsissimo) interesse.
Ma non importa. Che piaccia o no, secondo il mio modesto parere Altman va sempre e comunque visto.

18 agosto 2006

Superman Returns

L'uomo d'acciaio è tornato.
Con un buon merchandising ma senza particolari squilli di tromba, Nembo Kid ha ripreso a volare sulle nostre teste ergendosi ancora una volta a paladino della giustizia. E il risultato è tutto sommato gradevole, il che non è niente male se paragonato alla devastante (e ripugnante) orda di versioni cinematografiche di celebri supereroi di carta.
Per carità, non si tratta di un capolavoro, ma riesce ugualmente a interessare, emozionare e divertire il pubblico, nonostante l'eccessiva durata (due ore e mezza) e qualche ingenuità di troppo.
Chi invece non è assolutamente ingenuo, anzi si cala perfettamente nel ruolo, è Brandon Routh, imponente attore ex-modello dotato di un viso rassicurante e pulito, che recita senza fronzoli ma risulta credibile e sincero in una parte dove aveva tutti gli occhi (soprattutto della critica) puntati addosso. Bravi i comprimari, a cominciare da Kevin Spacey, che interpreta un Lex Luthor sarcasticamente sanguigno; convincente Kate Bosworth, una decisa e risoluta Lois Lane; letteralmente strepitosa Parker Posey, che rende al meglio Kitty Kowalski, dispensatrice di battute al vetriolo nei confronti dell'amato/odiato Lex.
La regia di Bryan Singer conferma il talento visivo pop dei primi due X-Men, anche se perde un po' in originalità e incede troppo sulla leggiadria volante del supereroe.
Gli effetti speciali visivi e sonori sono ovviamente splendidi e hanno il merito, una volta tanto, di offrire qualcosa di nuovo agli occhi dello spettatore, giustificando almeno in parte il faraonico budget del film (260 milioni di dollari).
Bella la colonna sonora di John Ottman, che riprende (forse in maniera un po' ridondante) l'immortale tema musicale del primo Superman, composto dall'immenso John Williams.
In sostanza una riuscita "operazione nostalgia", un po' naif ma sicuramente piacevole.
Concludendo, vorrei riportare di seguito il dialogo (dallo script originale) che a mio avviso racchiude lo spirito con il quale è stato concepito il film:

Lois Lane: The world doesn't need a saviour...
Clark Kent: Listen...
Lois Lane: I don't hear anything.
Clark Kent: I hear everything. You wrote that the world doesn't need a saviour, but every day I hear people crying for one.

Bentornato, Superman.

16 agosto 2006

Have you confessed?


E' questa la frase che campeggia sul megaschermo al termine dell'evento musicale dell'estate italiana 2006: il concerto romano di Madonna (48 anni oggi), nell'ambito del suo straesaurito Confessions Tour.
Ebbene sì, la Signora del pop alla fine chiede se ci siamo confessati: semplice provocazione o un modo come un altro per chiudere "in tema" il suo strepitoso show? Chissà. Fatto sta che, da spettatore presente e arruolato (terzo tour di fila), posso dire che Her Madgesty non ha veramente rivali sul palcoscenico, sia dal punto di vista scenografico che da quello della tenuta fisica.
Non credo che servano molte parole, dato che è già stato detto molto più del dovuto, pertanto quello che posso aggiungere è che ancora una volta mi sono emozionato (strepitoso il duetto con Yitzhak Sinwani in "Paradise [not for me]"), mi sono commosso ("Live to tell" riarrangiata sulla contestatissima croce e la sottovalutatissima "Forbidden love", autentico pezzo da novanta dell'ultimo cd), ho ovviamente ballato come un folle ("Sorry" e "Ray of light" su tutte, a parte l'eccessivamente lunga ma favolosa "Hung up") e, purtroppo, mi sono anche un pochino annoiato (che brutta la nuova versione de "La isla bonita"). Ma chi se ne frega. Madonna è e resta l'artista che mi ha accompagnato, nel bene e nel male, in ogni momento della mia vita: può suonare banale, ma è così. E spero che continui a esibirsi finchè le gambe la sorreggeranno.
A proposito, have you confessed?