23 aprile 2010

Un amore senza tempo (Evening)

Tratto dal pluripremiato romanzo di Susan Minot, Evening (il titolo italiano è quanto di più ovvio e scontato esista) racconta la storia di Ann Grant (Vanessa Redgrave anziana, Claire Danes ragazza) che, bloccata a letto da un tumore in fase terminale, ricorda gli episodi salienti della sua vita, a cominciare dall'incontro con l'amore più importante della sua vita, avvenuto in occasione del matrimonio della sua migliore amica, avvenuto molti anni prima su un'isolotto del Maine. Tra sogno, ricordi e realtà, la donna ne approfitta per fare un bilancio della sua vita in compagnie delle due figlie (Natasha Richardson e Toni Collette) che l'accompagnano nel suo ultimo viaggio...
Oltre alle sopracitate attrici, gli altri illustrissimi nomi di questo polpettone rigido e banalissimo sono: Meryl Streep, Glenn Close, Eileen Atkins e gli emergenti Hugh Dancy (che proprio sul set di questo film conobbe l'attuale moglie Claire Danes) e Patrick Wilson. In tutto nove pezzi da novanta (più Mamie Gummer, figlia di Meryl Streep, al primo ruolo importante), che infatti campeggiano in primissimo piano nella locandina, per un risultato francamente ben al di sotto della sufficienza.
Lajos Koltai, stimato direttore della fotografia, cade infatti nelle più triviali e glicemiche trappole del melodramma, confezionando un prodotto che in un paio di occasioni sfocia anche nel ridicolo involontario (i viaggi onirici della moritura): non è in grado di dirigere un cast a dir poco stellare, non ha il senso del ritmo e soprattutto non sa dove collocare un po' di spessore emotivo in una sceneggiatura da romanzi Harmony (con tutto il dovuto rispetto).
Una pellicola tranquillamente evitabile, con musiche belle ma poco originali del premio Oscar Jan A.P. Kaczmarek e con troppi tramonti, la maggior parte dei quali vietata ai diabetici.
Un'ultima considerazione: fa veramente stringere il cuore vedere Natasha Richardson (al suo terz'ultimo film), figlia di Vanessa Redgrave nella vita e nel film, stringere la mano alla madre morente (nella finzione), quando a lasciarci è stata lei (davvero), poco più di un anno fa.

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