
Da oltre 30 anni il cinema rappresenta per me la passione più grande, il coinvolgimento più puro, la summa delle emozioni più autentiche.
Quando mi siedo in sala, sento gli storici jingle delle varie case produttrici e le luci lentamente si spengono, provo sempre un brivido.
E' la magia del cinema, penso. Qualsiasi film io stia per vedere.
Certo, ci sono le aspettative, le attese, i passaparola, gli interessi ed altro ancora a condizionare la visione di ogni pellicola, ma l'attimo che precede i titoli di testa (ormai sempre più rari, l'avete notato?) è per me una sorta di speciale momento di riflessione in cui raccolgo tutto ciò che ho pensato fino a quell'istante e lo metto da parte, almeno per un paio d'ore.
Ecco, ora sono pronto.
Le prime scene di ogni film, essendo l'imprinting della pellicola sul nostro iniziale indice di gradimento, sono fondamentali, quindi le seguo con avida attenzione: se un film non mi conquista entro i primi 10 minuti, è infrequente che ci riesca nel prosieguo.
A questo proposito mi viene in mente
The Hours, che reputo uno dei migliori film del primo decennio di questo terzo millennio: i 4 minuti che precedono gli opening titles, cioè la decisione di Virginia Woolf di suicidarsi tramite missiva al marito, sono a mio parere uno degli inizi più audaci e toccanti del cinema moderno. In quel caso, ancor prima di leggere il titolo della pellicola, io mi ero già arreso: quello sarebbe stato il "mio" film.
Tornando al soggetto di questo post, devo ammettere che, pur attendendo
Avatar in modo spasmodico da almeno due anni, mi ero prefissato di leggere il meno possibile dal punto di vista descrittivo e soprattutto di non commettere l'errore di aspettarmi qualcosa di straordinario (a parte l'aspetto prettamente visivo): il mio desiderio era quello di conservare un atteggiamento curioso ma guardingo, insomma.
E' però successo nuovamente quello che poche volte ho sperimentato nella vita: dopo pochissimi minuti di film, mi sono reso conto di trovarmi realmente di fronte al prodotto che davvero, come ha scritto
Richard Corliss sulla rivista Time, "
for years to come it will define what movies can achieve".
*Attenzione: da qui in poi sono presenti spoiler*Dalla primissima scena, una panoramica sulla rigogliosa vegetazione del pianeta Pandora, si viene infatti calati in un'esperienza cinematica di proporzioni epocali, che continua immediatamente dopo con i primi segnali della magia del
RealD (il nuovo concetto di 3D): una goccia d'acqua che si forma per assenza di gravità tra lo spettatore e Jake Sully (
Sam Worthington), il protagonista della nostra storia. Da quell'istante, la meraviglia e lo stupore più genuini ci terranno compagnia per tutta la visione, fino all'ultimo magnifico fotogramma: gli occhi del Jake Sully-Avatar che si spalancano ad una nuova vita.
Tecnicamente, il film trascende il concetto stesso di prodigio: basti pensare il regista
James Cameron, insieme al socio
Vince Pace, ha speso gli ultimi dieci anni a perfezionare la macchina da presa 3D con due obiettivi mobili per regolare la messa a fuoco nello spazio, in grado così di ricreare una profondità di campo stupefacente.
Profondità di campo che, assuefazione a parte, stupisce per l'intero incedere del film, sublimandosi nella rappresentazione della fauna e della flora di Pandora: le aggregazioni del popolo sotto l'albero sacro del dio Eywa sono infatti da pelle d'oca.
Sarebbe troppo facile però concentrarsi esclusivamente sul fantasmagorico lato tecnologico della pellicola; meglio virare quindi sul plot e sulle idee dello sceneggiatore Cameron, temutissime alla vigilia dopo le marchiane banalità presenti persino in pellicole come
Titanic o
The Abyss.
I due anni che a detta del regista ci sono voluti per redigere uno script che risultasse interessante senza essere accusato di plagio si vedono tutti: la storia c'è, tiene fino in fondo e sciorina a tratti autentici colpi di genio (su tutti, il link tra il popolo dei Na'vi e gli animali e piante del loro pianeta tramite terminazioni nervose della loro "coda").
Diamo quindi un'occhiata a questo soggetto, peraltro già risaputissimo: Jake Sully (Sam Worthington, come detto sopra), un ex Marine costretto a vivere sulla sedia a rotelle, è stato reclutato per viaggiare anni luce sino all'avamposto umano su Pandora, dove alcune società stanno estraendo un raro minerale che è la chiave per risolvere la crisi energetica sulla Terra. Poichè l'atmosfera di Pandora è tossica, è stato creato il Programma Avatar, in cui i "piloti" umani collegano le loro coscienze ad un avatar, un corpo organico controllato a distanza che può sopravvivere nell'atmosfera letale. Questi avatar sono degli ibridi geneticamente sviluppati dal DNA umano unito al DNA dei nativi di Pandora, i Na’vi. Rinato nel suo corpo di Avatar, Jake può camminare nuovamente. Gli viene quindi affidata la missione di infiltrarsi tra i Na'vi che sono diventati l'ostacolo maggiore per l'estrazione del prezioso minerale. Ma una bellissima donna Na'vi, Neytiri (
Zoe Saldana), salva la vita a Jake, e questo cambia tutto.
Nulla di originale, quindi, ma, come ha detto lo stesso Cameron, "
in Avatar non c'è la pretesa di dire nulla di nuovo, ma di dirlo come non era mai stato detto prima".
E anche questo obiettivo è stato centrato in pieno, a cominciare dai personaggi (e dagli attori, scelti in maniera meticolosa da Cameron a seguito di un casting estenuante): Jake Sully e Neytiri (la cui interprete, Zoe Saldana, non si vede mai in forma umana) sono la credibile trasposizione moderna di John Smith e Pocahontas, mentre il colonnello Quaritch (un cattivissimo
Stephen Lang) è l'evoluzione sadica di
Schwarzenegger e del suo antagonista, il T-1000; l'autentica rivelazione è la dottoressa Grace Augustine, interpretata da una strepitosa
Sigourney Weaver, che torna a lavorare con Cameron dopo il travolgente successo di
Aliens.
Altro componente fondamentale di questo incredibile film è la colonna sonora, composta dal fido
James Horner, che, senza risultare roboante ed assurgersi a co-protagonista della storia come in
Titanic, accompagna alcune indimenticabili sequenze come le uscite notturne dei protagonisti su Pandora o la distruzione dell'AlberoCasa.
Insomma, per cercare di raccogliere le idee e tirare le somme di questa recensione (smaccatamente entusiasta, è vero), mi sento di esprimere ancora due concetti a ruota libera che girano attorno al film: mai nella mia vita di quasi quarantenne avrei pensato che il cinema potesse farmi raggiungere simili vette emozionali e visive, e mai avrei pensato che
Avatar scatenasse in me il desiderio di tornare a rivederlo non in 3D, per poter assaporare questo gioiello dell'era moderna come un capolavoro merita di essere visto, cioè senza l'ausilio del portento tridimensionale.
Infine, vorrei dedicare questo post a una persona che non conosco ma che per parecchi mesi è stata dietro alla realizzazione di questa pellicola: si chiama Filippo, è il cognato della mia cara amica Silvana, e lavora da diversi anni alla
Weta Digital di Wellington, in Nuova Zelanda, l'azienda che sta alla base dei prodigi tecnologici di
Avatar. Spero, un giorno, di poterlo conoscere e farmi così svelare qualche inedito dietro-le-quinte di questo capolavoro del nuovo millennio.
Grazie quindi a Filippo, al suo lavoro e alla magia che il cinema ci sa ancora far provare.