31 luglio 2006

Robots

Non c'è nulla da fare.
Nell'animazione digitale nulla è e sarà mai come la Pixar. Ci hanno provato tutte, soprattutto la DreamWorks con il personaggio di Shrek, ma (incassi a parte) neanche quest'ultima è riuscita a eguagliare autentici capolavori quali "A bug's life", "Monsters & Co." o "Alla ricerca di Nemo".
Con "Robots" (e soprattutto con i due capitoli de "L'era glaciale") è stata la volta della 20th Century Fox Animation, sostanzialmente nelle persone di Chris Wedge (premio Oscar nel 1998 per il corto "Bunny") e Carlos Saldanha: seppur si siano prodotti in un pregevolissimo sforzo, ancora una volta non sono riusciti nell'intento di avvicinarsi -neanche lontanamente- ai livelli della Pixar.
Il film, visivamente godibile, risente infatti delle solite carenze di sceneggiatura, prevedibile e priva del benchè minimo sussulto, nonostante alcuni personaggi siano piuttosto simpatici e le sporadiche citazioni risultino abbastanza azzeccate (esilarante il balletto che ricalca Britney Spears e la sua hit "Baby One More Time").
La nota più dolente del film rimane comunque legata ad un aspetto tutto di casa nostra, cioè la fissazione di assegnare le voci principali a personaggi dello spettacolo di dubbio talento: il carattere principale (ottimamente doppiato nella versione originale da Ewan McGregor) viene infatti stravolto e deturpato dall'inadeguatezza e insipiente inettitudine vocale di Francesco Facchinetti (ex DJ Francesco), che rimedia tra l'altro una sonora batosta di fronte a tutto il resto del cast di doppiaggio, assolutamente ineccepibile.
Un prodottino carino, pertanto, e nulla più, da gustarsi preferibilmente in inglese...

24 luglio 2006

Volver

Dopo la provocazione, la passione, la trasgressione, i sentimenti e il dramma, "il" regista spagnolo per eccellenza firma un'opera dedicata all'intimismo e alla superstizione che piace ma non sconvolge, che convince ma non travolge. Gli argomenti trattati, peraltro, sono molteplici e così profondi che in alcuni contesti rischiano di perdersi e di non essere colti come meriterebbero; il limite del film, pertanto, è essenzialmente questo: argute considerazioni inerenti le sfaccettature dell'universo femminile almodovariano concentrate in un prodotto che troppo vuole comunicare allo spettatore.
C'è chi ha interpretato questa smania di comunicazione come "esaltazione della leggerezza dei sentimenti": io personalmente trovo che Almodóvar abbia sicuramente concepito un buon prodotto ma lo abbia contaminato con diverse carinerie per renderlo furbescamente perfetto per la giuria del Festival di Cannes. Purtroppo per lui, gli è andata male.
Nulla da dire, invece, sul cast: da Penélope Cruz, sanguigno esempio di femminilità pura, a Yohana Cobo, intensissima seppur giovanissima; da Lola Dueñas, ingenua e disincantata, alla sempreverde Carmen Maura, che torna a recitare con Almodóvar 18 anni dopo "Donne sull'orlo di una crisi di nervi".
In conclusione un film godibile, che fa pensare ma che non graffia.

18 luglio 2006

Cowboys & Angels

A volte capita di scoprire un film in una lista scritta un bel po' di tempo fa nei "titoli da vedere" (e io sono un fanatico di ogni genere di lista o classifica), di reperirlo, e finalmente di guardarlo (in lingua originale, perchè in Italia non è mai stato distribuito): se si è fortunati, può accadere quello che è successo a me, è cioè di esser veramente contenti di aver fatto un piccolo sforzo per un "semplice" prodotto cinematografico.
Cowboys & Angels è infatti un godibilissimo e arguto ritratto della presa di coscienza di un ragazzo irlandese nei confronti di tutto ciò che lo circonda, in un momento di passaggio quale è il servizio civile. Il tutto nella contea di Limerick, cittadina industriale ancora schiava di un fastidioso provincialismo. Ma è anche uno dei primi film che mi capita di vedere che descrive in maniera realmente convincente l'amicizia tra un ragazzo eterosessuale ed uno gay.
Cast, sceneggiatura e colonna sonora sono decisamente azzeccati, e il ritmo non perde un colpo, mescolando con sapienza ironia, dramma e (giusti) sentimenti.
Peccato, al solito, che i distributori italiani abbiano considerato più interessanti i dilaganti, orrendi pseudo-horror orientali piuttosto che un onesto ed intelligente prodotto come questo. Spero che il cinema irlandese continui comunque a produrre simili gioiellini, che noi con tanta pazienza cercheremo in qualche modo di recuperare.

16 luglio 2006

Proof

Tratto da un acclamatissimo testo teatrale di David Auburn (che ha molto ben adattato la sua pièce), Proof è un avvincente apologo sul labile confine tra genio e follia, splendidamente recitato dall'intero cast (Gwyneth Paltrow, che aveva interpretato la stessa parte anche sul palcoscenico, su tutti) e diretto in maniera impeccabile da John Madden, già regista del celeberrimo Shakespeare in Love e del bellissimo e sconosciuto ai più Mrs. Brown.
Non apprezzato dalla critica e accolto tiepidamente dal pubblico (amici compresi...), trovo invece che il film, senza strafare e senza alcun desiderio di stupire con voli pindarici di sceneggiatura, riesca a cogliere il segno sia nella descrizione dell'ingenua presa di coscienza della protagonista, sia nella costruzione della personalità dei quattro personaggi principali, ognuno mosso, a suo modo, da un proposito sincero, privo di secondi fini.
Come già detto, cast in stato di grazia: Gwyneth Paltrow è veramente in parte, quasi gliel'avessero cucita addosso (che peccato non averla potuta vedere a teatro), nel rendere la nevrosi tipica di chi si prende cura di qualcun altro sacrificando sé stesso (e il proprio talento...); Hope Davis (la sorella manager newyorchese) fa quasi tenerezza nel dimostrare comunque il profondo amore verso la sorella; Jake Gyllenhaal dipinge con grande naturalezza l'allievo entusiasta innamorato sia della matematica che della figlia dello scienziato pazzo; infine, Anthony Hopkins (il professor Robert Llewellyn, insigne matematico affetto da instabilità psichica), che ormai risulta talmente bravo che quasi ci si scorda di citarlo.
Per quanto riguarda il resto, merita menzione la coinvolgente partitura di Stephen Warbeck, soprattutto nella seconda parte del film, quando il plot (e, di conseguenza, la musica) si fa più intrigante.
Non per tutti, ma ugualmente da vedere.

Prime

Se lei ha 37 anni e lui 23, può esserci futuro? E se la psicoterapeuta di lei è la madre di lui (per giunta yiddish e molto legata alle tradizioni)? Questi sono i due principali interrogativi che il bel film di Ben Younger si pone, dando risposte convincenti e, una volta tanto, intelligenti.
Inutile dire che gran parte del merito della riuscita di Prime va senz'altro attribuito a Uma Thurman e Meryl Streep (anche se la seconda recita un po' troppo con il pilota automatico), credibili e sincere nel dar vita a due personaggi che, loro malgrado, si trovano a ruotare attorno alla figura del figlio dell'analista, un bravo Bryan Greenberg, al suo primo ruolo di rilievo.
Ben scritto, grazie a una sceneggiatura agile e pungente, il film sembra scivolare via verso la conclusione più scontata, salvo poi sorprendere lo spettatore con un finale sicuramente più europeo che americano.
Da vedere, per ridere (sicuramente), per piangere (forse), ma soprattutto per pensare.

09 luglio 2006

CAMPIONI DEL MONDOOOOOOOOO

Contro tutto e contro tutti, l'Italia questa sera si è laureata campione del mondo di calcio per la quarta volta. Era dal trionfo in Spagna nel 1982 che non vedevamo gli Azzurri sul gradino più alto del podio, e devo dire che è stata un'emozione unica.
Grazie Azzurri, di cuore!