14 marzo 2012

Rabbit Hole


Rebecca (Nicole Kidman) e Howie (Aaron Eckhart) hanno da otto mesi perso il loro unico figlio di quattro anni, travolto accidentalmente dal giovanissimo Jason (Miles Teller). Frequentano le consuete sedute di gruppo, cercano di tenersi impegnati, ma qualcosa stride all'interno del loro rapporto, ormai basato quasi esclusivamente sulla sopportazione del dolore: hanno un approccio completamente differente nella cosiddetta elaborazione del lutto. Riusciranno a trovare uno straziante ma indispensabile punto d'incontro?
Tratto dalla pièce di David Lindsay-Abaire e sceneggiato dallo stesso autore, Rabbit Hole è un film sorprendente per più di una ragione: il regista è John Cameron Mitchell, noto scavezzacollo famoso per due pellicole a dir poco provocatorie, Hedwig e Shortbus; il tono, malgrado i prevedibili rischi "lacrimogeni", si mantiene garbatamente realistico per tutta la durata del film; gli attori, nonostante siano stelle di prima grandezza (Kidman e Dianne Wiest su tutti), recitano in modo sontuosamente understated e con grandissima umiltà.
Questa inusuale alchimia trasforma quindi Rabbit Hole in un notevole esempio di cinema da camera: da melodramma stucchevole e iettatorio che poteva essere, ne risulta invece un gradevolissimo (seppur impegnativo) prodotto, che non si pone troppi quesiti ma non è neanche così sgradevolmente furbo da trovare una soluzione al dolore più grande che una coppia di genitori possa provare.
Merito pertanto, come già detto, del solidissimo script, dell'eclettismo del regista e dello straordinario cast, che conduce alla necessaria citazione di un paio di scene: lo struggente abbraccio di Howie al cane, involontaria causa della morte del figlio, e il dialogo nel pre-finale tra Rebecca e la madre, da brividi.
Da vedere (o recuperare) senza alcun indugio, dato che raramente il cinema sa ancora offrire emozioni così forti ed autentiche.

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