Tratto dalla pièce di David Lindsay-Abaire e sceneggiato dallo stesso autore, Rabbit Hole è un film sorprendente per più di una ragione: il regista è John Cameron Mitchell, noto scavezzacollo famoso per due pellicole a dir poco provocatorie, Hedwig e Shortbus; il tono, malgrado i prevedibili rischi "lacrimogeni", si mantiene garbatamente realistico per tutta la durata del film; gli attori, nonostante siano stelle di prima grandezza (Kidman e Dianne Wiest su tutti), recitano in modo sontuosamente understated e con grandissima umiltà.
Questa inusuale alchimia trasforma quindi Rabbit Hole in un notevole esempio di cinema da camera: da melodramma stucchevole e iettatorio che poteva essere, ne risulta invece un gradevolissimo (seppur impegnativo) prodotto, che non si pone troppi quesiti ma non è neanche così sgradevolmente furbo da trovare una soluzione al dolore più grande che una coppia di genitori possa provare.
Merito pertanto, come già detto, del solidissimo script, dell'eclettismo del regista e dello straordinario cast, che conduce alla necessaria citazione di un paio di scene: lo struggente abbraccio di Howie al cane, involontaria causa della morte del figlio, e il dialogo nel pre-finale tra Rebecca e la madre, da brividi.
Da vedere (o recuperare) senza alcun indugio, dato che raramente il cinema sa ancora offrire emozioni così forti ed autentiche.
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