24 febbraio 2012

L'arte di vincere (Moneyball)


California, 2002. Billy Beane (Brad Pitt), General Manager degli Oakland Athletics, squadra di baseball dal glorioso passato ma dall'ormai limitato budget, deve fare i conti con l'esodo dei giocatori più rappresentativi dopo l'ennesima bruciante sconfitta. Si affiderà a un giovanissimo laureato (Jonah Hill) in economia a Yale e alle sue statistiche, basate su principi sabermetrici, che lo porteranno a formare un team di giocatori di supposto medio-basso valore: contro tutto e contro tutti, riuscirà comunque a fare la storia.
Un avvertimento: fate come me, guardatevi bene dal googlare i suddetti nomi. Riscoprite l'ebbrezza di vedere una pellicola senza saperne nulla (o quasi).
Sinceramente, questo film non m'interessava affatto: pensavo sarebbe stato il solito tortuosissimo percorso di una peraltro lungimirante figura sportiva che alla fine si prende una sonora rivincita venendo portato in trionfo dalla comunità tutta. Ebbene, non potevo essere più in errore, sia per il mio personale coinvolgimento che per il ritratto di questo signor Beane, un uomo tutto d'un pezzo che è davvero riuscito a sorprendermi in quanto a perseveranza e coraggio.
Detto ciò, posso tranquillamente affermare che questa seconda fatica di Bennett Miller, già apprezzato director del bel Capote è, in poche parole, un'autentica sorpresa.
Il ritmo è splendidamente congegnato, lo script (a cui ha collaborato Aaron Sorkin, e si vede) non ha una sola battuta scontata, eccessiva o peggio ancora telefonata, l'aspetto meramente sportivo viene affrontato senza inutili tecnicismi, e la recitazione è sempre funzionale allo svolgimento stesso delle scene, senza una singola sbavatura. Insomma, una rivelazione.
L'aspetto più affascinante di Moneyball è l'approccio old-style nei confronti del tema trattato, con personaggi reali nel contesto di situazioni reali, poche romanzate e solidissimi interpreti che, a mio avviso, rendono alla perfezione il clima che si può respirare dietro le quinte della Major League.
Brad Pitt, infatti, nonostante qualche perdonabile teatralità, si cala in un ruolo assolutamente adulto da attore maturo, abbandonando con convizione l'inevitabile aura da sex-symbol costantemente appioppatagli; mentre Jonah Hill, seppur non memorabile (nel senso intrinseco del termine), sciorina una prestazione contenuta e "al passo" con il compito assegnatogli, e cioè quello di neolaureato più che convinto delle proprie teorie ma timoroso di fronte alle decisioni più sofferte.
Assolutamente da brividi, poi, il climax raggiunto nel pre-finale, dove solo un cuore di pietra (o qualcuno non particolarmente avvezzo ad emozionarsi per questioni sportive) può riuscire a non partecipare e commuoversi per le gesta degli Oakland A's.
Ultima menzione per la delicatissima (quasi un soffio), azzeccatissima soundtrack di Mychael Danna.
In sostanza, un film assolutamente da non perdere, soprattutto se, come nel mio caso, una bella storia di sport riesce ancora a farvi scendere due oneste lacrime di sana commozione...

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