Stati Uniti, 1942. Steve Rogers (Chris Evans), ripetutamente respinto alle visite d'arruolamento in quanto troppo basso e gracile, viene notato per l'ostinato coraggio e il contagioso patriottismo e conseguentemente scelto a far parte di un esperimento scientifico volto a creare un esercito di superuomini. Con il nome di Captain America diventerà un simbolo della lotta contro il nazismo.
Nato nel 1941 dalla fantasia di Joe Simon e Jack Kirby quale elemento di propaganda nazionalista a stelle e strisce, il personaggio di Captain America cadde nel dimenticatoio quasi subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale; a metà degli anni sessanta, però, il mitico fumettista Stan Lee lo riesumò mutandone lo spirito e lo trasformò in uno dei character più amati di sempre.
Ovvio e naturale che al cinema, prima o poi, ci sarebbe piombato anche il nerboruto eroe dallo scudo tricolore (attualmente nelle sale con l'attesisima reunion degli Avengers, che sta peraltro facendo sfracelli ai botteghini di tutto il mondo): la versione per il grande schermo, come la quasi totalità dei prodotti griffati Marvel usciti negli ultimi anni, non si può certo dire che deluda, ma, a mio avviso, è lontanissima dall'essere considerata una pellicola degna di questo nome.
Il problema è quasi sempre il medesimo: non c'è anima, non c'è cuore, non c'è emozione. Il protagonista si prodiga quanto basta, la regia è apprezzabilmente old-fashioned, gli effetti speciali non sono il top (la sovrimpressione del viso di Evans sul corpo di un rachitico esserino ha effetti involontariamente esilaranti) ma si lasciano guardare, eppure al termine della visione non rimane nulla. Nulla.
E il fatto che sia già in pre-produzione il sequel (in uscita nel 2014) chiarisce ancora una volta quale sia il livello medio al quale il nostro palato si sta purtroppo abituando.
In definitiva una visione neutra, senza guizzi e senza (eccessive) alzate degli occhi al cielo.


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