04 ottobre 2010

In Memoriam: Tony Curtis (1925-2010)

Solo oggi, a cinque giorni di distanza dalla sua morte, pubblico la notizia del decesso di una leggenda della Hollywood degli anni d'oro: il grandissimo Tony Curtis, protagonista di film cult come ad esempio "A qualcuno piace caldo".
Curtis, una delle star del botteghino degli anni 50 e grande playboy dell'epoca, è morto nel suo letto intorno alla mezzanotte del 29 settembre a Henderson, Nevada.
Curtis, all'anagrafe Bernard Schwartz, era nato a New York da immigrati ungheresi il 3 giugno 1925. Considerato un rubacuori, annoverò tra le sue fidanzate Marilyn Monroe e Natalie Wood. Si sposò sei volte. La sua ultima moglie, per la cronaca, aveva 45 anni meno di lui.
Tra i suoi figli, la più famosa è sicuramente Jamie Lee Curtis, che gli è stata lontana per la maggior parte della sua vita, tanto da fargli ammettere di essere stato un fallimento come padre.

30 settembre 2010

"La prima cosa bella" alle selezioni degli Oscar

La prima cosa bella è il candidato italiano all’Oscar 2010 per il miglior film straniero. Il film di Paolo Virzì è stato designato dalla commissione istituita appositamente dall'Anica per la designazione del miglior film in lingua non inglese che rappresenterà l'Italia ai prossimi Academy Awards.
Non ho visto il film e devo ammettere che non mi interessa particolarmente: non sono di conseguenza molto d'accordo su questa scelta, peraltro coraggiosa.
Le nomination saranno rese note dall'Academy il prossimo 25 gennaio 2011, mentre la premiazione degli 83esimi Academy Awards si svolgerà domenica 27 febbraio al Kodak Theatre di Los Angeles.

In Memoriam: Arthur Penn (1922-2010)

Arthur Penn, il regista statunitense che cambiò il modo di fare cinema di un'intera generazione con il suo Bonnie & Clyde (in italiano Gangster story) del 1967, è mancato l'altro ieri a New York.
Nato il 27 settembre 1922, è riuscito a festeggiare l'ottantottesimo compleanno, ma si è spento poche ore dopo la mezzanotte. A parte il sopracitato capolavoro con Warren Beatty e Faye Dunaway, tra l'elenco dei suoi film non è semplice scegliere il più famoso: da Anna dei miracoli (con Anne Bancroft) del 1962 a Alice's Restaurant (1969), da Piccolo grande uomo (1970) a Target-Scuola omicidi (1985).
Figlio di un orologiaio e di un'infermiera di origine ebrea russa, si trasferì piccolissimo a New York da Philadelphia. Studiò con il celebre Stanislavski, prima di diventare un autore televisivo negli anni 50. Nel dopoguerra studiò anche in Italia, prima a Perugia e poi a Firenze.

21 settembre 2010

In Memoriam: Sandra Mondaini (1931-2010)

Sandra Mondaini, l'attrice comica più amata dagli italiani, nonchè un'icona della nostra televisione, si è spenta in giornata a Milano, dopo aver da pochissimo festeggiato i 79 anni e soli cinque mesi dopo la morte dell'amato Raimondo Vianello.
Più di venti rappresentazioni teatrali, più di quaranta film, più di sessanta varietà televisivi, per non parlare della prosa sul piccolo schermo, dei varietà radiofonici e dei 45 e 33 giri incisi tra il 1959 e il 1987: Sandra è stata e rimarrà un mito dello spettacolo, indissolubilmente legata al grandissimo Raimondo, compagno di vita e di mille avventure vissute insieme, sia in tv che sul grande schermo.
Sandra, per me, era come una nonna: affettuosa, divertentissima, sensibile e anche un po' snob.
Come Giulietta Masina con Federico Fellini, non ce l'ha fatta a vivere senza il suo adorato marito: si è limitata a sopravvivere per un breve periodo, probabilmente conscia del fatto che la sua vita era "terminata" nell'aprile di quest'anno.
Queste storie di amore e di vita coniugale e professionale così totalizzanti mi hanno sempre lasciato a bocca aperta: in fondo, chi non desidererebbe un'esistenza simile?
Sandra, addio.

20 settembre 2010

Best Animated Short: Tin Toy


Nel 1988 "Tin Toy", prodotto da una nuova società chiamata Pixar, vinceva il sessantunesimo Academy Award della storia inerente i cortometraggi animati.
Nessuno avrebbe immaginato che ventidue anni dopo la Pixar Animation Studios si sarebbe aggiudicata (dato ovviamente aggiornato ad oggi) 24 Oscar, 6 Golden Globe e 3 Grammy.
Nel guardare questo piccolo capolavoro (quattro minuti e qualcosa), tenete molto bene a mente che era, come già detto, il 1988.
Buona visione.

16 settembre 2010

Tanti auguri a... me!

Attorno alle 14 di 40 anni fa, venivo alla luce in quel di Asti.

Cosa posso dire? Semplicemente, HAPPY BIRTHDAY to me!

13 settembre 2010

Somewhere

Johnny Marco (Stephen Dorff) vive in un appartamento dell'hotel Chateau Marmont di Los Angeles. Tra spettacoli erotici di dubbia eleganza e avventure amorose brevi e disimpegnate, trascorre le giornate in un'apatia ovattata e silenziosamente distruttiva. L'inaspettata e forzata permanenza della figlia Cleo (Elle Fanning) imporrà un cambiamento nel ritmo quotidiano dell'attore.
Poche parole estremamente sintetiche per descrivere ciò che in conclusione è Somewhere: un ritratto di abulica solitudine sofferta dall'essere umano che materialmente ha già tutto, tranne la più infinitesimale traccia di felicità. Di conseguenza e in buona sostanza, assolutamente nulla di nuovo.
Ma se nelle mani di parecchi cineasti la supposta pellicola si sarebbe trasformata in un prodotto ovvio, melenso o didascalisco, o tutt'e tre le cose, in quelle di Sofia Coppola, nuovamente alle prese con un "plain plot" ambientato in un hotel dopo Lost in Translation, si rivela un'altra convincente prova verso la maturità registica.
Il film infatti è scarno, essenziale, estremamente lineare e quasi sfrondato di ogni inutile dettaglio glam: ai più potrà apparire (non a torto, dato che lo stile della regista è decisamente anacronistico) noioso, lento o fine a sé stesso, mentre, a mio avviso, sono proprio il lento incedere di ogni piano-sequenza o l'insistente ripetersi di un'azione ad esaltare i meriti della figlia dell'incommensurabile Francis Ford e a rendere (quasi) unico nel panorama contemporaneo questo prodotto.
C'è da ammettere che rispetto al sopracitato Lost in Translation ho personalmente riscontrato un piccolo passo indietro, ma fa piacere constatare che l'approccio della Coppola sia rientrato nelle "sue" corde, decisamente più intimistiche, dopo la parentesi un po' supponente di Marie Antoinette, di gran lunga il suo film più debole.
Il cast: Stephen Dorff, fortunatamente riesumato dopo anni e anni di totale anonimato, è intenso e misurato; Elle Fanning, sorellina della più famosa (ed antipatica) Dakota, è deliziosa e riesce a costruire un personaggio sorprendentemente credibile. Nulla da dire sulla comparsata di varia Italia televisiva: tutti professionalmente in parte.
Due giorni fa Somewhere ha vinto il Leone d'Oro a Venezia: qualche (giustificata) polemica e alcune facce storte hanno accompagnato il trionfo della Coppola in laguna; non ho visto nessun altro film in concorso pertanto non posso certo dire se il film abbia meritato, ma se, a detta del presidente di giuria Quentin Tarantino, il titolo del film era l'unico che in fase di discussione saltava sempre fuori, vuol dire che Sofia è almeno riuscita nel suo principale intento: restare impressa.
Da vedere.

Best Animated Short: Mona Lisa Descending a Staircase


Continuando con i corti d'animazione che hanno lasciato il segno agli Academy Award, torniamo indietro al 1992, anno in cui Joan C. Gratz si aggiudicò la statuetta con questo splendido short, intitolato Mona Lisa Descending a Staircase, in cui veniva sdoganato l'uso dell'"art speed painting", poi ampiamente sfruttato in diversi campi.
Buona visione.

12 settembre 2010

In Memoriam: Claude Chabrol (1930-2010)

È morto a Parigi un'icona del cinema contemporaneo, il regista francese Claude Chabrol. Aveva 80 anni. A riferire alla stampa della morte del regista è stato un collaboratore del sindaco della capitale francese, Bertrand Delanoe. Protagonista della Nouvelle Vague con François Truffaut e Jean-Luc Godard, diresse film come Un affare di donne, Una morte di troppo, Il buio nella mente e Grazie per la cioccolata.
Chabrol è stato «un immenso cineasta francese, libero, impertinente, politico e prolisso», ha commentato Christophe Girard, responsabile per la cultura al Comune di Parigi, comunicando la scomparsa del cineasta.
Al 2009 risale la sua ultima apparizione pubblica, in occasione del premio alla carriera al Festival del Cinema di Berlino.
Personalmente non ho mai veramente apprezzato il suo approccio cinematografico: mi riprometto di colmare questa mia grave lacuna riscoprendo qualche grande classico girato dal maestro d'oltralpe.

11 settembre 2010

L'era glaciale 3: l'alba dei dinosauri

Manny e Ellie stanno per avere un bambino e la novità sembra sconvolgere qualche equilibrio. Diego sente di non avere più lo smalto di una volta mentre Sid desidera sperimentare la "maternità" a tutti i costi, anche se si tratta di dover badare a tre cuccioli di dinosauro nati da uova trovate per caso. Una nuova avventura al salvataggio proprio di Sid e l'incontro con un nuovo personaggio (Buck) serviranno a riunire il branco.
Recuperato su Sky Cinema ovviamente senza l'ausilio del 3D (che ho letto essere del tutto superfluo), Ice Age 3: Dawn of the Dinosaurs è, nel contesto della saga, un terzo capitolo godibile e piuttosto divertente, in cui viene saggiamente dato più spazio al personaggio-clou della serie, il roditore Scrat, questa volta accompagnato nelle sue (dis)avventure da Scrattina, esemplare femmina della sua specie.
L'introduzione di Buck, una sorta di commistione tra Robinson Crusoe, Orzowei e Ryu, apporta nuova linfa all'aspetto prettamente ironico della pellicola, donando al contempo un po' di vigore quando la pellicola incontra momenti stagnanti (e non sono pochi), la maggior parte dei quali legati al troppo melenso Manny e all'eccessivamente supponente Ellie.
In buona sostanza un discreto prodotto, decisamente migliore del secondo, che non rappresenterà sicuramente la conclusione della serie animata ideata da Chris Wedge.
Da godersi in poltrona, senza fretta e senza tridimensionalità di alcun tipo.

10 settembre 2010

Best Animated Short: The Danish Poet

A partire da oggi, senza uno scadenzario preciso, mi piacerebbe ricordare chi è stato in grado di lasciare il segno nel campo dell'animazione aggiucandosi l'Oscar per il miglior cortometraggio animato, non necessariamente in ordine cronologico.
Inizio pertanto da The Danish Poet, splendida opera seconda di Torill Kove narrata da Liv Ulmann, che vinse nel 2007.
Buona visione.

31 agosto 2010

In arrivo: Temple Grandin

Temple Grandin, nata nel 1947, è una delle personalità più famose nel mondo affette da autismo: professoressa associata all'Università del Colorado, progettista in ambito zoologico e grandissima attivista sociale, in tutto ciò che ha compiuto ha sempre presentato il punto di vista delle autistiche, contribuendo in tal modo all’affinamento di metodologie di intervento più adatte a supportare le persone colpite da questa sindrome.
La HBO, emittente televisiva da sempre all'avanguardia nella self-production di notevolissimi prodotti (su tutti lo strepitoso Angels in America), ha lanciato nel febbraio 2010 l'omonimo tv-movie che proprio due giorni fa ha fatto incetta di premi Emmy (gli Oscar della televisione), e che verrà trasmesso in ottobre su Sky.
Perchè questa incursione nell'universo del piccolo schermo? Beh, innanzitutto perchè tutti e tre gli attori protagonisti (ovviamente premiati con la statuetta di cui sopra) sono interpreti che io personalmente trovo superbi (la mia adorata Claire Danes, il talentuoso David Strathairn e il gradito ritorno di Julia Ormond), e in secondo luogo perchè fare en-plein nelle categorie principali (prodotto, regia e cast) all'Emmy rappresenta un'incontestabile garanzia di qualità.
Occhio quindi alla programmazione autunnale di Sky...

12 agosto 2010

I Love You Phillip Morris

Cosa ne dite del CHIARISSIMO e più che esplicito poster giapponese?

E di quello russo? Carino, vero? (Ah, in entrambi i casi il manifesto recita "Ti amo Phillip Morris")

Con la locandina inglese i due attori principali si staccano, ma il messaggio è comunque chiaro.

Il manifesto internazionale, che verrà forse utilizzato negli USA, elimina il personaggio di McGregor, ma quasi esclusivamente per ragioni commerciali, dato che Carrey in diversi paesi del mondo è da solo una garanzia al botteghino. Sottolineo comunque il fatto che ho detto "quasi".
Ed ora prepariamoci alla catastrofe, cioè al poster di casa nostra.

Eccolo.
Titolo stravolto, ridicolo e fuorviante; McGregor (il cui nome è della stessa grandezza di quello di Carrey!) sbattuto sullo sfondo di destra; dulcis in fundo, tre immagini di Carrey che portano il futuro spettatore a pensare alla solita pellicola caciarona del protagonista, re degli istrioni.
Ebbene, mai marketing è stato meno competente e soprattutto lungimirante: la pellicola, infatti, è stata un autentico flop nei paesi in cui è già uscita (negli Stati Uniti uscirà presumibilmente in autunno dopo una serie incredibile di vicissitudini di ogni tipo) e nessuno (tranne chi si è debitamente documentato) ha capito di che razza di prodotto si potesse trattare.
I Love You Phillip Morris (mi rifiuto categoricamente di utilizzare l'obbrobrioso titolo made in Italy) è infatti la vera storia d'amore tra un esperto in truffe, tal Steven Russell (Jim Carrey) e un sensibile ragazzo incontrato in carcere, il Phillip Morris del titolo (Ewan McGregor), da cui il protagonista tenterà di non separarsi mai. Punto.
Troppo difficile da capire? No, non credo. Piuttosto, troppo difficile da digerire, da parte della distribuzione italiana, che Jim Carrey interpreti (e molto bene) un ruolo gay, in un film a tematica gay, con un paio di scene -gay- piuttosto "forti" e con un messaggio di fondo decisamente disturbante per gli ignoranti dinosauri del merchandising nostrano: si può arrivare davvero a fare di tutto per amore (gay).
Detto tutto ciò, il film è divertente, ben interpretato e con una regia quantomeno sperimentale: a parer mio, difetta in ritmo e in coinvolgimento e alcune circostanze, seppur volutamente eccessive, sono davvero risibili. Però tanto di cappello a due grandissimi attori -eterosessuali- che non si sono assolutamente risparmiati in quanto ad aderenza al ruolo e veridicità dell'interpretazione.
Nel complesso, più che vedibile. Ma non azzardatevi a chiamarlo con il nome italiano. Mai.

01 agosto 2010

Mine Vaganti

Pochi, essenziali dettagli inerenti l'incipit dell'ottava fatica di Ferzan Ozpetek, dato che fin dalle primissime battute gli eventi che si susseguono meritano di essere visti senza alcun suggerimento o spoiler che sia: a casa Cantone, famiglia proprietaria di uno dei più importanti pastifici del Salento, c'è molto fermento per il ritorno del figlio più giovane Tommaso (Riccardo Scamarcio), che, insieme al fratello maggiore Antonio (Alessandro Preziosi), dovrà ereditare la gestione dell'attività famigliare. Il fratello, la mamma Stefania (Lunetta Savino), il padre Vincenzo (Ennio Fantastichini), la zia Luciana (Elena Sofia Ricci), la nonna (Ilaria Occhini), la sorella Elena (Bianca Nappi) e l'amica d'infanzia Alba (Nicole Grimaudo), con approcci completamente differenti, complicheranno (e non poco...) l'immediato futuro di Tommaso...
Mine Vaganti, pur non arrivando alle vette raggiunte da Hamam, Le fate ignoranti e La finestra di fronte, ci riporta al vero Ozpetek, che a mio parere, quando racconta ciò che conosce veramente, centra l'obiettivo. E il fatto di utilizzare la commedia come punto di partenza (anzichè il dramma, che comunque è più che presente, soprattutto nella seconda parte) è un gradevole cambiamento, fermo restando che la "riflessione", sia essa di stampo sociale o comportamentale, rimane il leit-motiv delle pellicole ozpetekiane.
Recitativamente, il cast è stellare, con l'unica eccezione della Ricci, il cui personaggio è in sé divertente, ma l'attrice fiorentina non lo rende al meglio, apparendo il più delle volte spaesata o "fuori tono"; per il resto, un trionfo: Lunetta Savino (me-ra-vi-glio-sa) e Ilaria Occhini (splendida) sono grandiose, e sorprende il fatto che ai David di Donatello, ad essere candidata insieme alla Occhini (che poi ha vinto quale Miglior Attrice Non Protagonista) è stata la Ricci e non la Savino; il protagonista Scamarcio è davvero credibile in un ruolo per nulla facile, al pari di un affascinantissimo Preziosi; Fantastichini (anch'egli premiato con il David), un po' teatrale ma divertentissimo, e Nicole Grimaudo sono entrambi efficaci in ruoli di forte impatto emotivo, e in più di un'occasione ci si perde nei loro occhi, resi ancora più profondi dalla magnifica direzione degli attori da parte di Ozpetek, che si conferma un maestro in tale campo; infine, una menzione particolare per la divertentissima Paola Minaccioni, nel ruolo della domestica scansafatiche.
Lo script, finalmente, non delude: la scena finale corale e qualche siparietto sono un po' forzati, ma i teatrini degli amici di Tommaso sono aderentissimi alla realtà, e la ricostruzione della famiglia patriarcale pugliese è indovinata e neanche troppo banalizzata.
Bellissime, poi, le musiche di Pasquale Catalano, che in più punti richiamano le partiture di Andrea Guerra ne La finestra di fronte.
A questo punto, per completare la filmografia del regista italo-turco, dovrei recuperare due pellicole che ho negli anni evitato: Cuore sacro (2005) e Un giorno perfetto (2008). Ho molto timore però che dopo questa felice avventura, il ritorno al passato possa essere una spiacevole esperienza...
In conclusione, un film da vedere e da assaporare, che scivola via lieve e si fa davvero apprezzare per più di una ragione: bentornato, Ferzan.

23 luglio 2010

Terminator Salvation

Anno 2003. Marcus Wright (Sam Worthington) è detenuto nel Braccio della Morte in attesa di ricevere l'iniezione letale. Ha ucciso suo fratello e due poliziotti e vuole soltanto farla finita ma la dottoressa Serena Kogan (Helena Bonham Carter) ha deciso per lui un altro destino. Firmato un documento legale che consegna il suo corpo alla scienza e gli promette una seconda opportunità, Marcus viene ‘terminato'.
Anno 2018. John Connor (Christian Bale), leader ideale e carismatico del genere umano, partecipa alla Resistenza contro Skynet, il network di intelligenze artificiali, e il suo esercito di Terminator indistruttibili. Efficace e intraprendente, è deciso a sferrare un attacco mortale al nemico, a trovare suo padre Kyle Reese (Anton Yelchin) e a garantire un futuro all'umanità dopo l'apocalisse nucleare scatenata dalle macchine.
I loro destini, ovviamente, si incroceranno...
Dopo il terzo episodio della serie, un autentico disastro, era lecito essere più che prevenuti nei confronti di questo quarto capitolo, per giunta diretto da un regista neanche lontanamente vicino alla qualità di James Cameron, autore degli storici primi due.
Invece, Terminator Salvation è un prodotto che, pur non avendo le granitiche basi delle pellicole con Schwarzy, restituisce credibilità alla franchise; nulla di trascendentale, intendiamoci, ma un onesto film ben interpretato da attori dotati di fisicità e talento, con effetti visivi funzionali allo svolgimento della vicenda e almeno un paio di trovate diciamo "simpatiche": i moto-terminator e il cameo finale di un Arnold Schwarzenegger interamente digitalizzato.
Per carità, la trama in alcuni passaggi rimanda troppo ad alcune recenti pellicole del filone sci-fi horror e diversi dialoghi sono risibili, ma nel complesso il risultato si può dire accettabile.
Insomma, un godibile popcorn-movie da gustarsi senza pretesa alcuna.

10 luglio 2010

Toy Story 3 (RealD 3D)

Andy, il padroncino dei protagonisti di questa splendida saga targata Pixar, è in partenza per il college. Dovendo svuotare la sua stanza, la madre lo obbliga a scegliere che fare dei vecchi giocattoli. Woody, Buzz, Jessie e tutti gli altri, tra mille peripezie, dovranno nuovamente affrontare ogni genere di prova per restare insieme, come una vera famiglia...
Dato che sarei seriamente in difficoltà e risulterei prolisso e ripetitivo di fronte all'ennesimo C-A-P-O-L-A-V-O-R-O di quegli assoluti geni della Pixar, mi affido una volta tanto ai giudizi di alcune importanti testate web di casa nostra, che non la pensano molto diversamente dal sottoscritto...
La Repubblica.
Toy Story 3 è fatto per piacere in uguale misura ad adulti e bambini. Divertente e commovente dall’inizio alla fine, il film è particolarmente spassoso nelle scene con Barbie e Ken.
Il Corriere della Sera.
Se non è un capolavoro poco ci manca: un fuoco d’artificio di trovate e di colpi di scena che passano dalla commedia al dramma fino al melodramma, capaci di bruciare in poche sequenze materiali per almeno un’altra dozzina di film. C’è la capacità di passare da un cinema d’invenzione a uno di emozione a un’altro ancora di riflessione senza perdere mai di vista il piacere dell’avventura e della sorpresa.
Il Foglio.
Dopo Wall-E e Up, l’animazione Pixar non conosce limiti, né di tecnica (sublime) né di temi (universali). Dove lo trovate un altro film di un’ora e mezza furiosamente riscritto per un paio d’anni, fino all’assoluta perfezione? Applausi fino a spellarsi le mani.
ComingSoon.
Ancora una volta, la Pixar instaura con lo spettatore una complicità spontanea, che dribbla la ragione e abbatte le difese emotive: è la qualità fondamentale di un “autore”, al quale non si richiede tanto la perfezione, quanto la fedeltà a un modo di concepire l’arte e l’esistenza.
MoviePlayer.
La solita cura dei dettagli, dalle infinite citazioni, interne al mondo Pixar e non, un uso della terza dimensione funzionale alla storia, mai invasivo o stancante; la ormai scontata raffinatezza dell’aspetto tecnico, qui al suo meglio in sequenze che impressionano per il quantitativo di oggetti presenti in scena e mirabilmente animati nella definizione di un mondo mai realistico, ma assolutamente credibile, l’incredibile livello emotivo di un film che intrattiene i più giovani ed arriva a commuovere gli adulti in più di un’occasione. Tutto questo ha un nome: Pixar, uno studio che ormai non smette di sorprendere e che, probabilmente, non sbaglierà mai un film.
Per ogni residua considerazione, rimando alla recensione fatta per Up nell'ottobre 2009. Nulla è cambiato.
Anche Toy Story 3, pertanto, è un film ASSOLUTAMENTE da non perdere.

08 luglio 2010

X-Men le origini: Wolverine

Hugh Jackman, protagonista di questo spin-off della bella serie cinematografica dedicata ai mutanti, aveva detto, durante la campagna promozionale del film, testuali parole: "è un film d'azione diverso dagli altri, perchè alla base c'è un soggetto vero, una storia che riporta indietro ai classici film d'avventura".
Ora, fermo restando il fatto che durante le press-conference di lancio della pellicola chiunque parlerebbe del proprio prodotto come di un irrinunciabile masterpiece, arrivare a dire che alla base di Wolverine c'è la sceneggiatura è affermazione da corte marziale istantanea. E francamente dal signor Jackman, che apprezzo molto soprattutto per l'istrionica ed ironica vena tipica dello showman, non mi sarei mai aspettato una simile mercificazione della propria immagine.
Detto questo, la STORIA: Sulle montagne rocciose canadesi, Logan (Jackman) cerca la pace dopo un secolo di guerre e violenza. Kayla (Lynn Collins) lo ama e lo incoraggia a dar retta alla propria natura umana e a tenere a bada la forza sovrumana e mutante che è in lui, ma il brutale assassinio della donna da parte del fratello Victor (un INSOPPORTABILE Liev Schreiber), riporta inevitabilmente Logan nelle mani di William Stryker (Danny Huston), che vuole fare di lui l'Arma X, una macchina da guerra indistruttibile...
Prologo ed epiloghi da denuncia a parte, l'incedere del film è pari a quello di una testuggine che cerca di raggiungere uno scoglio su una spiaggia deserta, e le scene d'azione sono straviste; sorprende poi il fatto che neanche gli effetti visivi riescano ad essere convincenti fino in fondo, e che alcune caratterizzazioni sfiorino (e superino, in alcuni casi) il ridicolo.
Si salva il solo Ryan Reynolds in un doppio ruolo che affronta con la giusta dose di sarcasmo e di credibilità.
Da evitare senza dubbi di sorta.

05 luglio 2010

Watchmen

Dall'omonimo fumetto dei britannici Alan Moore e Dave Gibbons, in auge verso fine anni ottanta, Zack Snyder, autore dell'osannatissimo (ma a mio avviso inguardabile) 300, trae questo Watchmen, pellicola dal sapore acido e nostalgico, diretta con partecipazione e affetto, molto ben interpretata, ma che ha due grevi difetti: la durata (due ore e 43 minuti: per i non adepti, troppo) e lo sfilacciamento dello script a partire dalle scene ambientate in prigione, più o meno a metà dell'opera.
Per chi, come il sottoscritto, non aveva alcuna nozione del plot, ecco l'incipit: siamo nell'ottobre del 1985 e un uomo precipita dall'alto di un palazzo di New York e una goccia di sangue macchia per sempre un sorriso. Edward Blake (Jeffrey Dean Morgan), il Comico, è morto: Rorschach (Jackie Earle Haley) era un suo collega ed ora è inquieto. Si è convinto che Blake fosse solo il primo della lista e che qualcuno stia complottando contro gli avventurieri in costume, ridotti all'inattività. Jon Osterman, ovvero dottor Manhattan (Billy Crudup), la sua ragazza Laurie Spettro di Seta II (Malin Åkerman), il fedele amico Dan Gufo Notturno II (Patrick Wilson), e l'uomo più intelligente del mondo, Adrian - Ozymandias - Veidt (Matthew Goode), devono sapere e tornare in azione...
Iniziando dagli attori, non si può certo dire che l'intero cast non si sia impegnato nel tentativo di interpretare un gruppo di vigilantes mascherati caduti in disgrazia: chi ha steccato, infatti, è proprio il direttore d'orchestra, la mente dietro alla macchina da presa, ovvero il signor Snyder. Che si è sicuramente ridimensionato rispetto al fastidiosissimo autocompiacimento del sopracitato 300, ma continua ad essere troppo innamorato del ralenti, del dettaglio, del "parlare per immagini", del trendy a tutti i costi.
In ogni caso, la colonna sonora, anche se un po' ovvia, e i titoli di testa sono davvero splendidi, anche se non rappresentano da soli una valida ragione per voler vedere questa pellicola.

02 luglio 2010

Transformers - La vendetta del Caduto

Boiata lanciata ad arte dal successo del primo capitolo e da una solidissima e ben costruita campagna marketing, Transformers 2 non possiede nemmeno la caratteristica di potersi chiamare film.
La trama - attenzione agli spoiler - trascende ogni più basso concetto di stupidità, raggiungendo livelli inenarrabili di idiozia con: 1) il coinvolgimento dei genitori di Sam Witwicky nella 2) vicenda ricca di pathos della resurrezione di Optimus Prime in cui viene coinvolto 3) un Decepticon passato dalla parte dei buoni che si sacrifica per... per... per... 4) la prosecuzione della saga, con un ricattatorio e oltremodo ridicolo finale che vede fuggire ancora una volta il cattivissimo Megatron...
Il tutto condito da:
- una miriade di effetti visivi ripetitivissimi che dopo venti minuti hanno già steso anche i più irriducibili;
- una serie di attori nevrotici (Shia LaBeouf, fastidiosissimo), insopportabili (Megan Fox, truccata alla perfezione anche a 45 gradi Celsius all'ombra) o troppo caricaturali (John Turturro, un'improbabilissima macchietta);
- una sceneggiatura a cui interessa solo il product placement e, come già detto, arrivare alla fine delle due ore e passa per gettere le basi in modo ripugnante del terzo capitolo.
Ovviamente, nessuna sorpresa in questo giudizio: d'altronde ho atteso il passaggio su Sky per vederlo (e rapidamente dimenticarlo).

29 giugno 2010

In Memoriam: Pietro Taricone (1975-2010)

Nella notte, dopo un inutile intervento durato circa nove ore, si è spento a Terni Pietro Taricone.
Pietro amava lanciarsi con il paracadute ormai da parecchi anni, e nessuno più si preoccupava delle sue spericolatezze; questa volta, però, è successo qualcosa di incomprensibile, l'apertura del paracadute stesso è avvenuta con troppo ritardo e Pietro non ce l'ha fatta.
Posso dire che mi dispiace davvero, perchè Pietro, pur essendo balzato a improvvisa notorietà grazie alla prima edizione del Grande Fratello, non era come tutti i prezzemolini usciti da quella o da simili trasmissioni: aveva studiato recitazione, era apparso in pellicole di Gabriele Muccino e Silvio Soldini e si era ritagliato un importante spazio in televisione; da Distretto di polizia a Codice Rosso, da Crimini fino a Tutti pazzi per amore, serie ormai cult in cui interpretava Ermanno, focoso ed appassionato esponente dell'italianità amorosa.
Addio Pietro, uomo serio e controcorrente.

20 giugno 2010

The Wolfman

Se non c'è il regista, non c'è neanche il film: così disse il mio amico Fabio dopo un'ora e mezza di strazio propinatoci dal signor Joe Johnston, director di questa ignobile accozzaglia di scene confusamente rimestate in un prodotto di due ore scarse...
Ma andiamo con ordine, gettando uno sguardo alla peraltro risicatissima trama: l'infanzia di Lawrence Talbot (Benicio Del Toro) termina la notte in cui sua madre muore. Dopo aver lasciato il misterioso villaggio vittoriano di Blackmoor, dove ancora vive il padre (Anthony Hopkins), passa decenni cercando di dimenticare e di riprendersi dalla tragedia. Ma quando la fidanzata di suo fratello (Emily Blunt), lo rintraccia per aiutarla a ritrovarlo, decide di ritornare a casa e unirsi alle ricerche. Viene a conoscenza del fatto che un essere con una forza sovrumana e un insaziabile desiderio di sangue sta sterminando gli abitanti del villaggio, e che un sospettoso ispettore di Scotland Yard (Hugo Weaving) sta investigando sul caso...
Ora, non mi parlino di omaggio al genere gotico e/o rivisitazione dei classici che hanno inventato la figura dell'uomo-lupo: The Wolfman è un insulto alla settima arte. Punto.
E le premesse di kolossal-fiasco c'erano tutte: regista sostituito dopo un anno di riprese, beghe produttive e distributive, bizze improprie del protagonista, uscita fuori tempo massimo.
Il risultato pertanto è a dir poco ignobile in ogni reparto: gli attori sono spaesati e fossilizzati nelle loro tetre e dolorose espressioni (Del Toro poi è assolutamente insopportabile), la fotografia virata seppia è fasulla e smaccatamente modaiola, gli effetti visivi e il trucco (a cura dell'esperto Rick Baker) ricordano a più riprese quelli caserecci di Teen Wolf con Michael J. Fox; stendiamo poi un pietosissimo velo sulla strasentita, pomposa ed irritante partitura di un Danny Elfman che si è definitivamente perso dopo i fasti raggiunti con Tim Burton.
Insomma, un'esperienza da dimenticare in fretta, con la vana speranza che simili travagliate operazioni commerciali non vengano più offerte al pubblico...

10 giugno 2010

Sex and the City 2

Incipit: Carrie (Sarah Jessica Parker) si è sposata, ha tradito la moda per l’arredamento, ha escluso l’idea di un figlio in totale accordo con Big (Chris Noth), ha pubblicato un libro, eppure non è felice: nella sua vita non c’è più lo “scintillio” di una volta. Charlotte (Kristin Davis), che di tutto fece per avere un bambino, ora ne ha due, bellissime, opportunamente viziate e inaspettatamente faticose. Miranda (Cynthia Nixon) è un bravo avvocato ma è una donna e il suo capo uomo si permette di zittirla, mandandola su tutte le furie. Samantha (Kim Cattrall) è in menopausa e per questo schiava di creme costosissime e ormoni in pillole.
Soluzione: un viaggio ad Abu Dhabi.
Risultato: un disastro. Totale. Incondizionato. Onnicomprensivo.
Il secondo capitolo della saga cinematografica delle quattro sdoganatrici televisive del sesso dal punto di vista femminile annienta ogni rimasuglio della storica, splendida serie targata HBO e sprofonda nella più ripugnante, offensiva e soporifera versione delle supposte problematiche che "le" quarantenni (e cinquantenni) dovrebbero affrontare al giorno d'oggi.
E dire che io non facevo parte di chi due anni fa aveva già stroncato il primo atto sul grande schermo delle quattro glam-girl più famose di New York City.
Questa volta però si sono superati davvero tutti i limiti: dai costumi realmente agghiaccianti di una Patricia Field che ha ormai trasceso il paradosso del colore, alle scenate assolutamente ributtanti di una volgarissima Samantha; dai fastidiosi e ingiustificati mugugni di una Parker sempre più tirata alle noiosissime e anacronistiche trovate per giustificare un improbabile e fittizio viaggio ad Abu Dhabi.
Insomma, una catastrofe. Per giunta, con un presagio: la terza (e si spera conclusiva) pellicola è già in cantiere per una possibile uscita nel 2012. Cosa ci propinerà il buon Michael Patrick King? Un viaggio sulla Luna alla ricerca dell'eterna giovinezza? Una versione trendy e up-to-date di "Senilità" di Italo Svevo?
La certezza per quanto mi riguarda è una sola: che NON andrò al cinema a vederlo...

05 giugno 2010

In Memoriam: Lynn Redgrave (1943-2010)

Colpevolmente in ritardo, pubblico il terzo annuncio "funebre"di fila per celebrare una grandissima attrice, sconosciuta ai più (la sorella Vanessa le ha praticamente "rubato" la scena per tutta la vita), mancata nella notte tra il 2 e il 3 maggio, giorno in cui sono stato ricoverato in ospedale per un piccolo intervento: non ne ho pertanto saputo nulla fino alla lettura dell'ultimo Ciak, e la notizia mi ha lasciato francamente di stucco.
Vincitrice di due Golden Globe e nominata a due Oscar, Lynn Redgrave è stata realmente apprezzata forse solo dopo aver compiuto i cinquanta, grazie a diverse indimenticabili apparizioni in svariati tv show e soprattutto ad un ruolo che, nel 1998, le ha permesso di sfiorare l'Academy Award: quello della governante Hanna nello strepitoso Demoni e dei di Bill Condon.
Attivissima a teatro, Lynn ha ricevuto nel 2002 l'OBE (Officer of the Order of British Empire) per i suoi servigi nei confronti dell'arte drammatica britannica.
Una grandissima caratterista, una straordinaria presenza scenica: non dimentichiamola.

30 maggio 2010

In Memoriam: Dennis Hopper (1936-2010)

Aveva compiuto da poco 74 anni Dennis Hopper, l'attore e regista simbolo della generazione hippy americana, deceduto poche ore fa nella sua casa di Venice, in California. Hopper era da tempo ammalato di tumore alla prostata.
Il suo nome resterà per sempre legato a "Easy Rider", film simbolo della ribellione giovanile degli anni Sessanta di cui fu sia attore (insieme a Peter Fonda e Jack Nicholson) che regista, ma la sua carriera iniziò molto prima, addirittura nel 1955 con una parte in altri due film-mito: Gioventù bruciata e Il Gigante, entrambi con James Dean.
Indimenticabile infine il suo personaggio del fotografo pazzo alla corte di Marlon Brando-Colonnello Kurtz in Apocalypse Now.

29 maggio 2010

In Memoriam: Gary Coleman (1968-2010)

Era semplicemente Arnold.
A undici anni, una delle stelle televisive più famose e pagate del globo. Poi, in età adulta, pochi invisibili ruoli e il quasi anonimato.
Gary Coleman, nato nell'Illinois due anni prima del sottoscritto, conquistò grazie alla celeberrima frase "Che cosa stai dicendo, Willis?" il cuore di tutti noi ragazzini dei primi anni ottanta.
E devo dire che fa un certo effetto pubblicare l'annuncio della sua morte, avvenuta ieri nello Utah a causa di un emorragia cerebrale: l'immagine che ho e avrò sempre di questo piccolo grande caratterista è infatti lontanissima da quella di un manifesto funebre.
Per questa ragione vorrei ricordarlo com'era, ai tempi de "Il mio amico Arnold" (Diff'rent Strokes in originale): beffardo e tremendamente simpatico.
Addio per sempre, Gary.

26 maggio 2010

Hollywood Party (The Party)

Sì, è proprio quello del 1968.
Sì, è proprio quello di Blake Edwards con Peter Sellers nel ruolo di Hrundi V. Bakshi.
Sì, lo confesso, non l'avevo mai visto.
E sì, lo ammetto, non me ne sono mai pentito.
Ieri, grazie al satellite e a una serata tranquilla e di giusta predisposizione, ho deciso di affrontare la visione di questa pietra miliare della commedia concepita per il grande schermo, osannata dai critici e lodata in modo sperticato dalla stragrande maggioranza degli amici (cinefili e non).
Ebbene, a dirla tutta, alla fine ero, in una parola, disorientato.
Innanzitutto tengo a precisare che ho una sorta di adorazione mista a timore reverenziale nei confronti di uno dei più grandi cineasti "leggeri" di tutti i tempi, e cioè il regista e sceneggiatore della pellicola in questione: il mitico Blake Edwards, capace di creare uno dei miei film culto, il fantasmagorico Victor Victoria. Non mi riesce quindi facile ipotizzare qualsivoglia atteggiamento di critica nei suoi confronti, stante il fatto che le situazioni presentate da The Party (questo il titolo originale) sono state poi letteralmente e/o pedissequamente imitate in migliaia di prodotti degli ultimi quarant'anni, a cominciare dal nostro grandissimo Paolo Villaggio.
Il film, di conseguenza e con molta probabilità, mi ha lasciato interdetto per le enormi aspettative e per l'aura di capolavoro che lo ha inevitabilmente avvolto negli ultimi quattro decenni: ho riso, mi sono divertito e ho apprezzato la recitazione sottilmente catastrofica di uno straordinario Sellers, ma non me la sento di farmi etichettare come "figlio di MTV" dal Mereghetti, che ha così apostrofato l'audience che trova questa pellicola "lenta". Piuttosto, mi sento figlio degli anni ottanta e di tutti i prodotti di dubbio gusto comico che la televisione italiana ci ha propinato a ripetizione anzichè proporci questo cristallino trattato di comedy allo stato puro, che mi avrebbe permesso di apprezzare i veri autori di alcune tra le più esilaranti gag di tutti i tempi (ricordate il tordo di Fantozzi a cena dalla contessa Serbelloni? Ecco, date un'occhiata alla scena del pollo sulla tiara della ragazza bionda e capirete molte cose...).

24 maggio 2010

Cannes 2010: Elio Germano miglior attore

Alla sessantatreesima edizione del Festival di Cannes, la giuria presieduta dal regista americano Tim Burton ha deciso di premiare in qualità di Miglior Attore (ex-aequo con Javier Bardem) il nostro Elio Germano, 23 anni dopo Mastroianni (vincitore nel 1987 per Oci Ciornie di Michalkov): un grandissimo onore per il bravissimo trentenne romano, ormai proiettato nel gotha europeo della recitazione.
Ciò che fa accapponare la pelle è che il principale spazio quotidiano d'informazione televisiva, il Tg serale di RaiUno, abbia censurato il discorso del nostro attore additando "disservizi tecnici" proprio durante il brevissimo speech di Elio Germano... Al signor Minzolini, più che scandaloso direttore di un telegiornale che sta rasentando gli estremi della propaganda dittatoriale, un sentito ringraziamento.
Di seguito, ovviamente, il discorso NON censurato del nostro grandissimo attore.

08 maggio 2010

David di Donatello 2010: i vincitori

Ieri, all'Accademia del cinema di Roma, sono stati assegnati gli Oscar del cinema italiano, i David di Donatello. Delle cinque pellicole che quest'anno si sono contese il maggior numero di candidature ha prevalso Vincere di Marco Bellocchio che ha vinto ben 8 premi per regia, fotografia, montaggio, scenografia, costumi, trucco, acconciatore ed effetti speciali. L'uomo che verrà di Giorgio Diritti si aggiudica però la statuetta per il miglior film, insieme al produttore e al fonico in presa diretta.
La prima cosa bella di Paolo Virzì, il favorito di questa 54ma edizione con ben 18 candidature, ha vinto per la miglior sceneggiatura e per i migliori attori protagonisti: Valerio Mastandrea e Micaela Ramazzotti, mentre Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek, forte del successo al Tribeca Film Festival di New York, nel quale ha vinto la Menzione Speciale della giuria, si è portato a casa le statuette per entrambi gli attori non protagonisti: Ilaria Occhini ed Ennio Fantastichini.
Grande delusione per Baarìa di Giuseppe Tornatore che delle 14 candidature ricevute si porta a casa solamente il David per le musiche di Ennio Morricone, oltre al David Giovani. Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino è stato premiato come miglior film straniero, mentre Il concerto di Radu Mihaileanu ha vinto come miglior film dell'Unione Europea.

Di seguito il riepilogo di tutti i premi (qui l'intero lotto delle candidature):
Miglior Film: L'uomo che verrà di Giorgio Diritti
Miglior Regista: Marco Bellocchio per Vincere
Miglior Regista Esordiente: Valerio Mieli per Dieci inverni
Miglior Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì, Giorgio Diritti e Giovanni Gavalotti per La prima cosa bella
Miglior Produttore: RAI Cinema per L'uomo che verrà
Miglior Attrice Protagonista: Micaela Ramazzotti per La prima cosa bella
Miglior Attore Protagonista: Valerio Mastandrea per La prima cosa bella
Miglior Attrice non Protagonista: Ennio Fantastichini per Mine vaganti
Miglior Attore non Protagonista: Ilaria Occhini per Mine vaganti
Miglior Direttore della Fotografia: Daniele Ciprì per Vincere
Miglior Musicista: Ennio Morricone per Baarìa
Miglior Canzone Originale: Baciami ancora di Jovanotti per Baciami ancora
Miglior Scenografo: Marco Dentici per Vincere
Miglior Costumista: Sergio Ballo per Vincere
Miglior Truccatore: Franco Corridoni per Vincere
Miglior Acconciatore: Alberta Giuliani per Vincere
Miglior Montatore: Francesca Calvelli per Vincere
Miglior Fonico di Presa Diretta: Carlo Missidenti per L'uomo che verrà
Migliori Effetti Speciali Visivi: Paola Trisoglio e Stefano Marinoni di Visualogie per Vincere
Miglior Film dell'Unione Europea: Il concerto di Radu Mihaileanu
Miglior Film Straniero: Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino
Miglior documentario lungometraggio: La bocca del lupo di Pietro Marcello
Miglior cortometraggio: Passing Time di Laura Bispuri
David Giovani: Baarìa di Giuseppe Tornatore

26 aprile 2010

Agora

Quarto secolo dopo Cristo: nella città di Alessandria d'Egitto, santuario della scienza e della cultura del mondo antico, la filosofa e astronoma Hypatia (Rachel Weisz), figlia del direttore della Biblioteca, trasmette i suoi insegnamenti ad un gruppo di allievi di diversa estrazione sociale e religiosa; persino al suo schiavo Davus (Max Minghella) è concesso di assistere alle lezioni, e di presentare i suoi modelli del sistema tolemaico. Nel frattempo, la città scivola inesorabilmente nell'agitazione: il numero di cristiani sta salendo vertiginosamente, e soprattutto gli umili e gli schiavi sono sedotti dalla parola di Gesù Cristo e dal carisma dei Parabolani, una sorta di setta monacale che opera per la sottomissione del paganesimo (e del giudaismo) alla religione cristiana...
Alzi la mano chi, prima del 2009, anno di lancio di questa quinta fatica di Alejandro Amenábar, conosceva il nome e le vicissitudini di tal Hypatia d'Alessandria. Il sottoscritto, assolutamente no. E anche nei volumi enciclopedici classici (non le nuove frontiere del web stile Wikipedia), il nome della grandissima scienziata e astronoma compare con non più di una decina di righe sul suo conto. Pertanto, un primo sentito ringraziamento va al regista spagnolo, che ha avuto il coraggio e la "lucida follia" di portare a conoscenza del grande pubblico la vicenda di questa donna illuminata ed ovviamente incompresa.
Il secondo grazie nei confronti di Amenábar è per l'ardire nella scelta di un cast multietnico, in cui l'unico nome di una certa notorietà è quello dell'attrice protagonista Rachel Weisz (Oscar 2006 per The Constant Gardener); per il resto, tanti semisconosciuti o totali newcomer, che si sono davvero ben comportati in ruoli di responsabilità e/o credibilità storiche.
Il terzo ed ultimo ringraziamento, suggerito dal mio amico Fabio, va alla versatilità di questo regista, capace di passare da un giallo introspettivo come Apri gli occhi ad un thriller onirico come The Others, da un prodotto intimista come Mare dentro a questo pamphlet a metà trà il peplum e la celebrazione storiografica.
Detto questo, bisogna però riconoscere che Agora non è un film del tutto riuscito.
Le scene di battaglia (ivi compresa la distruzione della storica biblioteca di Alessandria), ad esempio, pur ben girate in campo lungo o nelle riprese dall'alto, non hanno alcun respiro epico e spezzano il ritmo più che alzarlo; gli avvenimenti, poi, si susseguono in modo piuttosto meccanico, senza fluidità; il difetto più grave è rappresentato comunque dalla scarsa profondità data ai protagonisti dallo script dello stesso regista: paradossalmente, il solo personaggio dotato di una certa credibilità caratterial-emotiva è l'unico creato ex-novo da Amenábar, lo schiavo Davus, ottimamente interpretato da Max Minghella, figlio del compianto Anthony, e autore insieme a Hypatia-Rachel Weisz della scena più intensa ed emozionante dell'intera pellicola.
In definitiva un film da vedere, più per la curiosità rappresentativa di una figura sconosciuta ai più che per il valore cinematografico della pellicola stessa.
Comunque, un prodotto ben al di sopra della media dei film di genere.

23 aprile 2010

Un amore senza tempo (Evening)

Tratto dal pluripremiato romanzo di Susan Minot, Evening (il titolo italiano è quanto di più ovvio e scontato esista) racconta la storia di Ann Grant (Vanessa Redgrave anziana, Claire Danes ragazza) che, bloccata a letto da un tumore in fase terminale, ricorda gli episodi salienti della sua vita, a cominciare dall'incontro con l'amore più importante della sua vita, avvenuto in occasione del matrimonio della sua migliore amica, avvenuto molti anni prima su un'isolotto del Maine. Tra sogno, ricordi e realtà, la donna ne approfitta per fare un bilancio della sua vita in compagnie delle due figlie (Natasha Richardson e Toni Collette) che l'accompagnano nel suo ultimo viaggio...
Oltre alle sopracitate attrici, gli altri illustrissimi nomi di questo polpettone rigido e banalissimo sono: Meryl Streep, Glenn Close, Eileen Atkins e gli emergenti Hugh Dancy (che proprio sul set di questo film conobbe l'attuale moglie Claire Danes) e Patrick Wilson. In tutto nove pezzi da novanta (più Mamie Gummer, figlia di Meryl Streep, al primo ruolo importante), che infatti campeggiano in primissimo piano nella locandina, per un risultato francamente ben al di sotto della sufficienza.
Lajos Koltai, stimato direttore della fotografia, cade infatti nelle più triviali e glicemiche trappole del melodramma, confezionando un prodotto che in un paio di occasioni sfocia anche nel ridicolo involontario (i viaggi onirici della moritura): non è in grado di dirigere un cast a dir poco stellare, non ha il senso del ritmo e soprattutto non sa dove collocare un po' di spessore emotivo in una sceneggiatura da romanzi Harmony (con tutto il dovuto rispetto).
Una pellicola tranquillamente evitabile, con musiche belle ma poco originali del premio Oscar Jan A.P. Kaczmarek e con troppi tramonti, la maggior parte dei quali vietata ai diabetici.
Un'ultima considerazione: fa veramente stringere il cuore vedere Natasha Richardson (al suo terz'ultimo film), figlia di Vanessa Redgrave nella vita e nel film, stringere la mano alla madre morente (nella finzione), quando a lasciarci è stata lei (davvero), poco più di un anno fa.

22 aprile 2010

I 101 anni di Rita Levi Montalcini

Non c'entrerà nulla con la settima arte, ma come giustamente suggerito dalla mia cara amica Silvana, mi sembra doveroso celebrare i 101 anni di una delle più grandi scienziate che l'Italia abbia mai avuto, vincitrice del premio Nobel per la Medicina nel 1986 per l'intuizione dei fattori della crescita nello sviluppo umano.
Nata a Torino il 22 aprile 1909, Rita Levi Montalcini ha ricevuto sei lauree honoris causa ed è stata, lo scorso anno, l'unico premio Nobel della storia a varcare la soglia dei cent'anni.
Senatore a vita dal 2001, la dottoressa Montalcini ha reso e rende orgogliosi i piemontesi e gli italiani nel suo indefesso lavoro e nelle sue costanti iniziative di stampo sociale.
Celebriamola quindi nel suo intervento, nell'autunno 2008, alla trasmissione di Fabio Fazio "Che tempo che fa". Qui e qui la seconda e terza parte dell'intervista.
Buon compleanno, dottoressa.

19 aprile 2010

Invictus

Sudafrica, 1994. Nelson Mandela (Morgan Freeman) è il presidente eletto del Sud Africa. Il suo intento primario è quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale. Per far ciò si deve scontrare con forti resistenze sia dalla parte dei bianchi che da quella dei neri. Ma Madiba, come lo chiamano rispettosamente i suoi più stretti collaboratori, non intende demordere. C'è uno sport molto diffuso nel paese, il rugby, e c'è la squadra nazionale, gli Springboks, che catalizza l'attenzione di tutti, sia che si interessino di sport sia che non se ne occupino. Perché gli Springboks, compagine formata da tutti bianchi con un solo giocatore nero, sono uno dei simboli dell'apartheid. Mandela decide di puntare proprio su di loro in vista dei Mondiali di rugby che si stanno per giocare in Sudafrica nel 1995. Il suo punto di riferimento per riuscire nell'operazione di riunire la Nazione intorno alla squadra è il suo capitano François Pienaar (Matt Damon).
Dopo due prodotti che hanno sfiorato l'appellativo di capolavoro (l'intensissimo Changeling e lo splendido Gran Torino), Clint Eastwood, autentico maestro dell'arte registica soprattutto negli ultimi vent'anni, sceglie la strada della quasi agiografia nel descrivere la figura del leader sudafricano e la sua dedizione (mirata per fini politici) nello spingere un intero paese ad appassionarsi allo sport della palla ovale in occasione del primo evento di portata mondiale ospitato dal Sudafrica dopo l'era dell'apartheid.
Lo stile è asciutto, la sceneggiatura è essenziale (e fortunatamente mai buonista) e l'approccio alla vicenda è privo di qualsivoglia faziosità: l'insieme, però, non ha la consueta forza delle ultime fatiche del regista californiano, a mio avviso. Il motivo è forse da ricercarsi nella vicenda stessa, che parla di unione, di compromessi in positivo, di adattamento e di esaltazione: nel cinema di Eastwood, sebbene la speranza faccia spesso capolino al termine di vicende altamente drammatiche, i temi sopracitati non sono certo di casa. Certo è che la capacità narrativa del regista attraverso la cinepresa resta assolutamente sopraffina, di pari passo con la direzione degli attori. Morgan Freeman è infatti mimeticamente strepitoso, recitando in sottrazione e finendo per assomigliare inequivocabilmente a Mandela, mentre Matt Damon esprime con la giusta fisicità il difficile ruolo del capitano della nazionale di rugby. Non sono comunque da dimenticare tutti i comprimari, dallo staff presidenziale alle guardie del corpo, dai "giocatori" ai ragazzini delle township.
In definitiva, un film gradevolissimo e indiscutibilmente appassionante nelle battute finali che vale sicuramente la visione: più in dettaglio, un piccolo passo indietro di uno dei più grandi registi del nostro tempo. Che resta tale.

15 aprile 2010

Ponyo sulla scogliera (Gake no ue no Ponyo)

Dalle profondità del mare emerge una pesciolina rossa a bordo di una medusa. Rimasta intrappolata in un barattolo di vetro, viene soccorsa e liberata da Sosuke, un bimbo di cinque anni che vive con la madre in cima alla scogliera. La gratitudine della pesciolina, che Sosuke battezzerà col nome di Ponyo, si trasforma in tenera amicizia. L'idillio viene però interrotto dall'intervento di Fujimoto, padre di Ponyo e padrone-stregone dei fondali marini...
Ponyo sulla scogliera è il terzo lungometraggio realizzato da Hayao Miyazaki nel nuovo millennio, dopo il meraviglioso La città incantata (vincitore di un sacrosanto Oscar) e dello snobbato ma apprezzabilissimo Il castello errante di Howl.
Ovvio che fossi più che curioso di recuperare questa sua opera, pur consapevole del fatto che lo stesso Miyazaki aveva parlato di un ritorno alle origini a tutto tondo: niente computer graphic, trama orientata ad un pubblico underage, messaggio ecologista molto made-in-Japan rivolto alla preservazione della fauna marina.
Francamente, però, non pensavo che la pellicola potesse farmi storcere il naso a tal punto, soprattutto dopo aver letto le unanimi critiche del globo, che tessevano sperticatissime lodi al presunto ennesimo capolavoro di Miyazaki.
Invece, a mio parere, Gake no ue no Ponyo (letteralmente, Ponyo sulla cima della scogliera), è un prodotto irrisolto, visivamente ineccepibile (l'animazione tradizionale ha sempre il suo incredibile fascino) ma strutturalmente flebilissimo, con rari momenti di autentica emozione.
A fatica, sono riuscito a trovare un pensiero assolutamente identico al mio, quello di Chris Tookey dal Daily Mail online, di cui riporto una breve sintesi: "Ponyo is Miyazaki's version of The Little Mermaid and shows some of his strengths - in particular, his use of colour, hallucinatory visuals and unbridled imagination. Unfortunately, it also suffers from his weaknesses: a fragmentary, unstructured plot, a confused, ecological message and dialogue that verges on banality. There is much mumbo-jumbo about the need to keep nature in balance, but not much clue as to how this connects to the love of two five-year-olds from different species, or why the future of the world depends on their friendship."
Purtroppo, se devo essere sincero, dal duemila in poi la strada che Miyazaki ha intrapreso non ha incontrato i miei favori, dato che in nove anni si è passati da un capolavoro a un film appena carino, passando per una buona (ma non eccezionale) pellicola.
A luglio, infine, uscirà in Giappone la sua ultima fatica di cui non so assolutamente nulla: cosa dovremo attenderci? Davvero non saprei dirlo...

In Memoriam: Raimondo Vianello (1922-2010)

Avrebbe compiuto 88 anni il 7 maggio.
Uno dei più grandi volti della commedia televisiva e cinematografica che l'Italia abbia avuto in tutta la sua storia però non ce l'ha fatta.
Si è spento in mattinata a Milano ancora con i suoi 87 anni.
Per quanto mi riguarda, Raimondo Vianello, insieme alla moglie Sandra Mondaini, rappresentava l'essenza stessa dell'intrattenimento televisivo anni settanta e ottanta: un must, una sorta di icona insostituibile del piccolo schermo. Mi ha accompagnato infatti fin dai primissimi anni in cui ho iniziato a prendere confidenza con il tubo catodico, a cominciare dall'esilarante sigla finale di "Noi... no" in cui interpetava un Tarzan decisamente inetto, fino alle ultime apparizioni televisive, in cui peraltro appariva già molto provato.
Oggi è uno di quei giorni in cui è giusto che sulle testate (web e non) si parli solo di quest'uomo e del suo genio.
Addio, Raimondo.

02 aprile 2010

Inkheart

Helen Mirren (premio Oscar), Jim Broadbent (premio Oscar), Brendan Fraser, Paul Bettany, Sienna Guillory, Andy Serkis più Jennifer Connelly (premio Oscar) in un cameo: questo il cast di Inkheart.
Di conseguenza si può intuire l'ovvia curiosità di recuperare l'adattamento fantasy dell'omonima prima parte della trilogia della teutonica Cornelia Funke.
Detto questo, mai in tempi recenti tal curiosità si è rivelata più disattesa.
La pellicola di Iain Softley, infatti, oltre ad essere stata girata dallo stesso regista con piglio svogliatissimo (si vedano le presunte colluttazioni tra "buoni" e "cattivi"), è un'accozzaglia di luoghi comuni, paesaggi cartolineschi e buoni sentimenti che all'inizio annoiano, poi infastidiscono per poi capitolare nel ridicolo involontario più becero.
Insomma, un'autentica catastrofe.
In poche parole, la trama: Mortimer "Mo" Folchart (Fraser) è un rilegatore di libri. Una notte, leggendo un libro fantasy intitolato Inkheart, sua moglie Resa (la Guillory) scompare misteriosamente. Nove anni dopo, Mo vive con la figlia dodicenne passando la maggior parte del suo tempo alla ricerca di volumi antichi da restaurare. Il ricordo di Resa è ancora presente in lui, ma da quando sua moglie è scomparsa non ha più letto nulla ad alta voce, conscio di essere un Lingua di Fata, ossia di poter trasportare sulla Terra i personaggi dei libri. È un dono pericoloso, però, perché ogni volta che il personaggio di un libro arriva nel mondo reale, una persona reale prende il suo posto nelle pagine del libro, come successe a Resa. In una vecchia libreria nei pressi di Zurigo, Mo trova una copia di Inkheart e subito viene avvicinato da Dita di Polvere (Bettany), personaggio che lui stesso ha portato fuori dal libro, il quale lo avverte che il malvagio Capricorno (Serkis) e i suoi scagnozzi sono sulle sue tracce...
Fermo restando che l'opera della Funke potrebbe anche rivelarsi un'ottima lettura per ragazzi, non credo davvero che ci sia una sola infinitesimale parte salvabile nella pellicola, che oltretutto non riesce neanche per un secondo a trasmettere quel sottofondo magico che immagino pervada il romanzo.
Meglio rifugiarsi in un film per un target simile, ma con meno pretese di cast e soprattutto molto più godibile quale Le cronache di Spiderwick.
Nota di cronaca: il film è girato tra Entracque (CN), l'entroterra ligure e Alassio (SV). Ma anche questo non è bastato.
Una sonora perdita di tempo: lasciate perdere.