26 aprile 2010

Agora

Quarto secolo dopo Cristo: nella città di Alessandria d'Egitto, santuario della scienza e della cultura del mondo antico, la filosofa e astronoma Hypatia (Rachel Weisz), figlia del direttore della Biblioteca, trasmette i suoi insegnamenti ad un gruppo di allievi di diversa estrazione sociale e religiosa; persino al suo schiavo Davus (Max Minghella) è concesso di assistere alle lezioni, e di presentare i suoi modelli del sistema tolemaico. Nel frattempo, la città scivola inesorabilmente nell'agitazione: il numero di cristiani sta salendo vertiginosamente, e soprattutto gli umili e gli schiavi sono sedotti dalla parola di Gesù Cristo e dal carisma dei Parabolani, una sorta di setta monacale che opera per la sottomissione del paganesimo (e del giudaismo) alla religione cristiana...
Alzi la mano chi, prima del 2009, anno di lancio di questa quinta fatica di Alejandro Amenábar, conosceva il nome e le vicissitudini di tal Hypatia d'Alessandria. Il sottoscritto, assolutamente no. E anche nei volumi enciclopedici classici (non le nuove frontiere del web stile Wikipedia), il nome della grandissima scienziata e astronoma compare con non più di una decina di righe sul suo conto. Pertanto, un primo sentito ringraziamento va al regista spagnolo, che ha avuto il coraggio e la "lucida follia" di portare a conoscenza del grande pubblico la vicenda di questa donna illuminata ed ovviamente incompresa.
Il secondo grazie nei confronti di Amenábar è per l'ardire nella scelta di un cast multietnico, in cui l'unico nome di una certa notorietà è quello dell'attrice protagonista Rachel Weisz (Oscar 2006 per The Constant Gardener); per il resto, tanti semisconosciuti o totali newcomer, che si sono davvero ben comportati in ruoli di responsabilità e/o credibilità storiche.
Il terzo ed ultimo ringraziamento, suggerito dal mio amico Fabio, va alla versatilità di questo regista, capace di passare da un giallo introspettivo come Apri gli occhi ad un thriller onirico come The Others, da un prodotto intimista come Mare dentro a questo pamphlet a metà trà il peplum e la celebrazione storiografica.
Detto questo, bisogna però riconoscere che Agora non è un film del tutto riuscito.
Le scene di battaglia (ivi compresa la distruzione della storica biblioteca di Alessandria), ad esempio, pur ben girate in campo lungo o nelle riprese dall'alto, non hanno alcun respiro epico e spezzano il ritmo più che alzarlo; gli avvenimenti, poi, si susseguono in modo piuttosto meccanico, senza fluidità; il difetto più grave è rappresentato comunque dalla scarsa profondità data ai protagonisti dallo script dello stesso regista: paradossalmente, il solo personaggio dotato di una certa credibilità caratterial-emotiva è l'unico creato ex-novo da Amenábar, lo schiavo Davus, ottimamente interpretato da Max Minghella, figlio del compianto Anthony, e autore insieme a Hypatia-Rachel Weisz della scena più intensa ed emozionante dell'intera pellicola.
In definitiva un film da vedere, più per la curiosità rappresentativa di una figura sconosciuta ai più che per il valore cinematografico della pellicola stessa.
Comunque, un prodotto ben al di sopra della media dei film di genere.

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