Uscito nell'indifferenza generale nel vecchio continente (dopo aver riscosso unanimi consensi al Sundance Film Festival del 2005), Junebug è un film assolutamente double-face: dietro alla commedia agrodolce, si cela infatti un sottostrato arido e stagnante, un autentico pugno nello stomaco all'America puritana e culla dei fanatismi religiosi più beceri.La trama è, apparentemente, come si suol dire, "la solita": Madeleine, neo-moglie del giovane George, possiede una galleria d'arte a Chicago. Quando per concludere un affare deve andare nel North Carolina, George ne approfitta per presentarla alla sua "strana" famiglia: la permalosa madre Peg, il taciturno padre Eugene, lo scontroso fratello minore Johnny e la sua innocente moglie incinta Ashley...
Il consueto ritratto di famiglia fuori dagli schemi, viene da pensare: invece, e questa è la novità, nulla di positivo o negativo (beh, quasi...) succederà in occasione dell'incontro di Madeleine con la famiglia del marito: tutto, come ho già detto prima, continuerà a "stagnare", anche se forse con un barlume di ritrovata speranza in più.
Ottimo il cast (strepitosa Amy Adams, giustamente candidata all'Oscar) e finissima la regia, capace di fondere l'aspetto meramente verbale con alcune immagini-cartolina mai fuori luogo.
Peccato che la pellicola si sgonfi parzialmente con l'avvicinarsi del lieto evento, e che la sceneggiatura si spinga ad alcune scene curiosamente fuori contesto (cosa vorrebbe rappresentare il pittore di uomini superdotati avvezzi alla guerra?).
Resta in ogni caso un prodotto godibile e sopra la media dei veri o presunti film "indipendenti" (aggettivo ormai abusatissimo).
A sintesi e compendio delle mie parole, chiudo con la telegrafica tagline di Carina Chocano del Los Angeles Times: "A deceptively simple, deeply resonant story about the inherent loneliness of family, the odds against assimilation and the enormous distances that can divide two people."
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