Scrivere parole adeguate per una simile pellicola non è sempice, in quanto Into the Wild è prima di tutto il documento romanzato di una storia (vera) di fuga dal materialismo e dalle convenzioni, conclusasi in maniera beffardamente tragica.Non è facile perchè la vicenda si dovrebbe affrontare con spirito strettamente cinematografico, ma risulta quasi impossibile non partecipare emotivamente alle scelte di questo Kerouac degli anni novanta, tal Christopher McCandless, che dopo la laurea decise di lasciarsi tutto (ma proprio tutto) alle spalle per perdersi nella Natura.
Sean Penn, sicuramente abile nel dirigere il giovane protagonista Emile Hirsch, adatta con fedeltà il romanzo omonimo di Jon Krakauer ed ottiene un risultato sicuramente convincente (anche se non memorabile), con qualche lungaggine di troppo (l'inutile scena dei turisti scandinavi, la didascalità nella vicenda degli hippie) e una partecipazione che sta abilmente a metà tra il sentimento e il gesto. Riuscendo così a fare quello che ai più sembrerebbe appunto davvero difficile: pensare a McCandless e alla sua decisione come ad un sincero ed elegiaco omaggio alla wilderness.
E dire che non è stato assolutamente agevole accaparrarsi i diritti di quest'opera, arrivati dopo quasi 10 anni dalla prima lettura del testo da parte di Penn, col consenso della famiglia McCandless. A quel punto il regista ha riscritto lo script, incontrato i conoscenti di Christopher, ottenuto i suoi diari e le lettere dalla sorella, prodotto il film e girato per otto mesi in condizioni che potremmo definire "al limite", durante i quali Emile Hirsch, per seguire l’evoluzione del ruolo, ha perso quasi venti chili.
Come già detto, ottimo il cast, sontuosa la fotografia di Eric Gautier e belle le musiche di Eddie Vedder. Peccato per l'eccessiva magniloquenza o l'occasionale ripetitività di alcune scene o situazioni, ma non credo che passerà (o rimarrà) inosservata la frase che McCandless (altruista, vulnerabile ed egocentrico anticonformista) scrive prima dell'oblio: "la felicità è reale solo quando condivisa". Pura essenza di presa di coscienza.
Sicuramente da vedere, senza fretta ma con sguardo attento e partecipe.
2 commenti:
L'ho visto e mi è piaciuto molto. Anche se ci sono alcune cose che mi hanno lasciato perplessa. La scelta del protagonista alla fine era dovuta più alla fuga dalla famiglia che dal materialismo di una civiltà moderna.
Sono d'accordo con te.
Un film che non può non coinvolgerti a livello emotivo, anche perchè... forse l'Alaska può essere interpretata metaforicamente come la libertà da una gabbia, dorata o meno, nella quale una persona è costretta a vivere... famiglia (e qui ci metto anche Chris, lavoro, etc) non so bene che effetto mi ha fatto, ma, grazie anche all'incredibile plettro e all'abile penna di Ed, ho pianto tre o quattro volte, soprattutto quando mi sono resa conto che Chris si sarebbe "ucciso" con le sue stesse mani, preso com'era dai suoi ideali... forse tanta rabbia repressa che si è gonfiata come un palloncino rendendolo, ai miei occhi, eccessivo, egoista, specie nei confronti della sorella, sua compagna di dolore dalla più tenera età. Colto com'era, non ha ascoltato, o ha ascltato e poi rimosso, le "dritte" dei suoi occasionali compagni di viaggio.
E' un po' lento il film, già, ripetitive alcune scene... forse la ripetitività è voluta per calcare scene "chiave". La presenza dei due ragazzi "strambi" ma non lungo il fiume a me è sembrata non significativa al primo impatto, poi ripensandoci: quanta gente se ne fugge "on the road", ognuno chissà per quale motivo...
Lento ma non pesante, forse anche perchè letteralmente catturata emotivamente... molto interessante il tuo post... io avrei sottolineato di più la colonna sonora perchè ha Ed ha dimostrato grande empatia e genialità nel tradurre in note e canto i messaggi e la storia di Chris.
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