10) Emma Thompson - Casa Howard (1993)
Attrice protagonista
Avevo ventidue anni ed ero nel bel mezzo di una fase durata un decennio in cui stravedevo per James Ivory e il suo cinema un po' rarefatto, basato sulla recitazione e sulla cura maniacale per il dettaglio artistico. Emma Thompson, interprete de L'altro delitto e Gli amici di Peter (entrambi diretti da Kenneth Branagh, ex-marito di Emma), era diventata nell'arco di un paio d'anni la mia nuova musa ispiratrice: potrete pertanto immaginare il mio tripudio quando seppi che la signora Thompson avrebbe recitato nel nuovo lavoro di Ivory, tratto dall'ennesimo romanzo di E.M. Forster, uno dei miei scrittori preferiti in assoluto. Dal momento in cui ebbi l'opportunità di vedere la pellicola, iniziai a desiderare in modo atavico la vittoria di Emma, che fortunatamente giunse. Ricordo perfettamente che all'epoca la cerimonia iniziava alle 4 del mattino ed era di lunedì, pertanto scelsi di coricarmi molto presto la sera prima: il risultato fu che, sveglissimo, cercai di non esultare ma, seppur soffocate, le urla uscirono e i miei flatmates si svegliarono entrambi! L'unico rammarico è che la grandissima attrice (e sceneggiatrice) britannica si vede ormai piuttosto di rado in sala: Emma, please come back...
9) Lizzy Gardiner e Tim Chappel - Priscilla, la regina del deserto (1995)
Costumi
Francamente, non saprei da dove iniziare. Forse da qui: Priscilla, la regina del deserto è senza alcun dubbio uno dei cinque film che mi porterei su un'ipotetica isola deserta, in mezzo al nulla. E' stato ed è tuttora un punto di arrivo e di partenza, un saldissimo crocevia nel mio percorso di celluloide, un irrinunciabile pezzo della mia vita non solo cinematografica. Avrete pertanto capito che l'Oscar (S-A-C-R-O-S-A-N-T-O) assegnato agli strabilianti costumi ultrakitsch di Lizzy e Tim non è altro che un pretesto per poter finalmente parlare, a tutto tondo, di una delle pellicole che più mi ha emozionato in trent'anni di passione per il grande schermo. Era l'autunno del 1994, Teatro Comunale di Alessandria, Sala Ferrero, dieci persone o poco più tra cui il mio amico Fabio ed io: ricordo ancora le inaudite risate, le inevitabili prese di coscienza, le lacrime e la mente che per un'ora e mezza ha vagato in un universo parallelo, mai riconnettendosi alla realtà. Priscilla, infatti, è un'esperienza che va ben al di là della mera visione, e non per lo scintillio dei costumi: è un carrozzone di sentimenti e situazioni che ti coinvolge, costringe a pensare e, alla fine, lascia in una sorta di limbo, indolenzito ma desideroso di un'ulteriore dose di questo esplosivo e trascinante mix. Scandalosamente snobbato dai giurati dell'Academy, ha comunque (e fortunatamente) lasciato tracce di sè grazie a Lizzy e Tim, ed è negli ultimi anni diventato uno dei musical più di successo a livello worldwide.NB: prestate attenzione al materiale dell'abito di Lizzy nella foto...
8) Shakespeare in Love (1999)
Film
Durante la cerimonia di quell'anno, i principali candidati al titolo di Miglior Film arrivarono al clou dell'intera serata con, rispettivamente, sei (Shakespeare in Love) e cinque (Salvate il soldato Ryan) statuette vinte fino a quel momento: inutile dire che l'attesa era a dir poco spasmodica. Quando Harrison Ford salì sul palco per l'annuncio decisivo, le chance erano distribuite in maniera assolutamente equa: se si fosse dovuto indicare un lievissimo favorito, il film di Steven Spielberg, che si era appena aggiudicato il premio per la Miglior Regia, pareva essere avanti di un'incollatura. Stremati da una campagna marketing pre-Oscar tra le più combattute di tutti i tempi, i fratelli Weinstein (Miramax) e lo stesso Spielberg (DreamWorks) attendevano in silenzio e con il viso tiratissimo che indicava una più che palpabile tensione: all'annuncio da parte di Mr.Indiana Jones, preceduto da un interminabile attimo d'esitazione, ricordo un'esultanza vista pochissime altre volte nella mia personale storia degli Academy Awards. Scatti in piedi, urla ed espressioni che si liberavano in una gioia contagiosa ed incontenibile, fatta eccezione per il clan DreamWorks. Personalmente fui felicissimo perchè, seppur notevole, la pellicola di Spielberg (strepitosa nella prima mezz'ora, noiosetta nel prosieguo) non era assolutamente paragonabile al fantasmagorico mix del capolavoro di John Madden.
7) Bill Condon - Demoni e dei (1999)
Sceneggiatura adattata
Ancora una volta in questione la cerimonia condotta dalla meravigliosa Whoopi Goldberg il 21 marzo 99. Tra le tante pellicole di cui mi ero nel frattempo invaghito c'era anche il bellissimo film di Bill Condon (molti anni prima di approdare, purtroppo, alla regia della saga di Twilight). Data la tematica scomoda e anacronistica, mai mi sarei aspettato che riuscisse nell'impresa di vincere la statuetta: invece, tra lo stupore generale, l'allora sconosciuto quarantatreenne newyorchese baciò il suo compagno e salì sul palcoscenico a ritirare il premio, osannato da Ian McKellen, dalla compianta Lynn Redgrave e da Brendan Fraser, ovvero il cast della sua creatura. Il suo discorso non fu dei più toccanti, ma mi colpì per la lucidità. Di lì a poco Condon diresse ancora il bel Kinsey, il più che discreto Dreamgirls per poi piombare nella melma commerciale della quale preferirei non parlare. Per chi non l'avesse visto, comunque, Demoni e dei è un prodotto assolutamente da recuperare.
6) Il signore degli anelli - Il ritorno del re (2004)
En plein (11 Oscar / 11 candidature)
La trilogia più di successo di tutti i tempi. Un'opera mastodontica, sconcertantemente bella e trasposta dall'opera-fiume di J.R.R. Tolkien in modo esemplare. Un cast straordinario, sottoposto a mesi e mesi di fatiche incomparabili ad una "regolare" produzione cinematografica. Una partitura musicale che è stata capace di aggiudicarsi tre statuette in altrettanti anni (due per la colonna sonora e una per la magnifica canzone cantata da Annie Lennox). Un apparato tecnico fantasmagorico. Una serie di location indovinatissime scovate dal grande Peter Jackson nella natia Nuova Zelanda. Una vicenda che appassiona dal primo all'ultimo minuto di ogni singolo film. Uno sconvolgimento emotivo continuo ma bilanciato. Uno script che non tralascia nulla e che abbraccia tutti i generi, allargando i confini delle tre pellicole all'audience più vasta possibile. Un giustissimo trionfo planetario. Un'onda emozionale che mi è entrata nel cuore fin dai primissimi fotogrammi de La compagnia dell'anello, per non andarsene più. Un'irripetibile esperienza che, quando finisce, lascia senza fiato. Il ritorno del re conquistò undici Oscar su undici nomination e fu clean sweep, ma non dimentichiamoci che la trilogia ne conquistò in tutto diciassette (quattro il primo capitolo, due il secondo). Comunque, troppo pochi.





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