01 gennaio 2007

Little Children

MAGNIFICO.
Dopo delusioni, parziali insoddisfazioni, qualche bella sorpresa e ancora delusioni, finalmente un film che farà parlare parecchio di sè (uscirà in Italia a febbraio) e dei suoi protagonisti, davanti e dietro alla macchina da presa. Per una sola ragione: Little Children è straordinario, unico, definitivo.
E non è certo facile capire da dove iniziare a descrivere questa pellicola, di gran lunga la migliore opera cinematografica americana dell'anno appena conclusosi.
Potrei iniziare parlando dei due ideatori, il regista e sceneggiatore Todd Field e l'autore dell'omonimo libro Tom Perrotta. Entrambi sono alla seconda fatica cinematografica dopo uno splendido esordio: Field ha diretto nel 2001 lo struggente In the Bedroom, candidato a cinque Oscar, mentre Perrotta ha scritto nel 1998 "Election", che l'anno successivo è diventato l'omonimo bellissimo film diretto da Alexander Payne. Era quindi auspicabile che un simile connubio desse vita a un prodotto di valore, ma mai avrei pensato che il risultato potesse essere così intenso ed emozionante. Aggettivi che non riescono ad esprimere nemmeno in parte l'incredibile susseguirsi di sentimenti e situazioni che catapultano lo spettatore, nell'arco di pochi secondi, da una scena incredibilmente divertente alla riflessione e al dramma: "The film is very, very funny, but audiences are afraid to laugh at a lot of the humor. After all, how funny are cheating and perversion and mean-spiritedness and outright stupidity? Very funny. But it's a Kubrickian humor… tough and more than a little shocking." (David Poland, Movie City News)
Il colpo di genio? L'utilizzo di una voce narrante spiazzante e un po' didascalica, che alla fine riconosciamo come parte integrante del plot e non solo come sostegno vocale: "For one thing, it features a voice-over narration, rare in films of this kind, especially since its tone is often boldly ironic. Yes, it distances us a little from the inevitable banalities of the action. But it also somehow encourages a kind of sardonic sympathy for the film's rather grimly fated players." (Richard Schickel, Time Magazine)
Ma non mettiamo troppo da parte i meriti di Todd Field in qualità di direttore d'attori (assolutamente bravissimi), che il giovane regista californiano ha saputo dirigere magistralmente. Su tutti, l'intensissima Kate Winslet, che sembra migliorarsi ad ogni film e che non teme di esporre ancora una volta le sue procaci grazie: "A never-better Kate Winslet goes so deep into her character you can almost feel her nerve endings." (Peter Travers, Rolling Stone)
Molto sofferta e volutamente infantile la recitazione di un credibilissimo Patrick Wilson (già bravissimo in Angels in America): "Mr. Wilson’s most striking characteristic in his film roles so far has been an appealing blankness, which he and Mr. Field have the wit to acknowledge and to subvert. Brad, his character, is so obviously blessed by nature and circumstances that he seems almost unreal, which has the effect of increasing his isolation. How could anyone feel sorry for this guy, or believe that his inner life was speckled with unhappiness, or even imagine that he has an inner life? You feel sympathy for Brad precisely because it’s impossible to feel truly sorry for him." (A.O. Scott, New York Times)
Il resto del cast non è comunque da meno: Jackie Earle Haley (il realistico, disturbato ma coscientissimo "schizzato" del film), Phyllis Somerville (la protettiva, rassicurante ma castrante madre di Haley) e Noah Emmerich (il rissoso ma profondamente infelice "amico" di Wilson) offrono prestazioni indimenticabili, al pari degli encomiabili figli dei protagonisti, bambini veritieri, simpatici e, ancora una volta, splendidamente diretti. Ah sì, c'è anche Jennifer Connelly (Oscar per A Beautiful Mind), la moglie di Wilson: per quanto abbia potuto documentarmi, non se n'è accorto nessuno.
Per quanto riguarda le musiche, si può unicamente dire che Thomas Newman (7 nomination all'Oscar, tra cui American Beauty e Alla ricerca di Nemo) sia un'assoluta certezza in ogni genere di film per cui s'impegna: questa partitura è infatti lieve e sottotono ma allo stesso tempo insidiosa, un po' come l'infelicità (o la consapevolezza di essa) che giace nel cuore di ognuno dei protagonisti.
Superba prova anche da parte del cast tecnico: su tutti la conturbante, pastosa, opprimente e cupa (anche nelle assolate e calde giornate estive) fotografia di Antonio Calvache, che riesce a far percepire la ricca provincia del Massachusetts come triste e desolata periferia urbana.
Un (quasi) capolavoro da vedere assolutamente e cercare di apprezzare in ogni sua infinitesimale parte.

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