18 gennaio 2007

Flags of Our Fathers

Adesso basta. Basta.
Come ho letto da qualche parte, siamo stanchi che ogni anno Clint Eastwood ci propini un film splendidamente realizzato, ottimamente recitato e soprattutto magistralmente diretto... Quest'anno poi ne ha diretti due speculari, quasi a farsi concorrenza da solo!
Eh sì, Clint è davvero uno dei talenti cinematografici più autentici del nostro tempo, dotato di una grazia registica che lascia veramente esterrefatti.
Anche in questo Flags of Our Fathers, vicenda "dietro le quinte" di una delle foto più famose della recente storia bellica, il modo in cui descrive la spregevole speculazione da parte delle alte sfere militari nei confronti dei soldati protagonisti della foto è reale, viscerale, senza fronzoli.
Diciamo la verità: rispetto a Mystic River (e parzialmente anche nei confronti di Million Dollar Baby) è stato fatto un passo indietro, ma credo sia da imputare al cast, diretto sapientemente da Clint ma non all'altezza delle precedenti pellicole.
Tecnicamente, ci troviamo nuovamente di fronte alla pura perfezione: l'atmosfera opprimente della guerra è magnificamente resa dalla fotografia di Tom Stern, che porta il colore al limite della neutralità e quindi del bianco e nero; la musica (dello stesso regista) è come al solito poco invasiva e totalmente in linea con l'evolversi della trama; le scenografie sono impressionanti senza alcun bisogno d'essere imponenti.
Ma, lo ripeto ancora una volta, quello che lascia a bocca aperta è la regia. Non ci sono parole per descrivere la prima ora del film, incentrata sull'atto bellico vero e proprio, che fa impallidire anche i bellissimi 25 minuti iniziali di Salvate il soldato Ryan. Senza esagerare con il grand guignol o con gli effetti speciali, infatti, Eastwood ci fa sentire il gusto acre e sanguigno del combattimento fine a sè stesso in una escalation (al contrario) verso ciò che è realmente inumano, e cioè il comportamento degli alti gradi dell'esercito americano.
Insomma, ancora una volta un film da non perdere, in attesa del fratello giapponese (girato sempre da Eastwood ma in lingua nipponica, appunto, e dal punto di vista del paese del Sol Levante), dal titolo Letters from Iwo Jima, che uscirà in Italia a marzo e che è stato giudicato (basta!) nettamente superiore a questo, al punto da aggiudicarsi qualche giorno fa il Golden Globe come Miglior Film in Lingua Straniera.
Che noia, un'altro capolavoro in arrivo.
Basta, Clint, basta.

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