Quattro storie. Quattro ritratti quasi del tutto privi di speranza. Esseri umani alle prese con le conseguenze delle loro pulsioni e dei loro atti. Un film corale magistralmente diretto e interpretato, ideale per essere considerato dall'Academy come possibile favorito ai prossimi Oscar.Babel è tutto ciò e molto di più, compresa una latente ma persistente furbizia nell'elaborare a tutti i costi una trama che colpisca (e affondi) al cuore lo spettatore.
Alejandro González Iñárritu era già riuscito a stravolgere l'audience mondiale con 21 grammi, spietato ed angosciante spaccato di vita americana che non concedeva alcuno stralcio di redenzione ai personaggi e al pubblico; con questa sua seconda fatica di respiro internazionale affina il suo stile ma elabora una storia, assieme al fido Guillermo Arriaga, forse un po' troppo artificiosa per essere davvero coinvolgente. Insomma, un po' fredda.
Questo aspetto, del tutto personale, non toglie comunque nulla all'intrinseco valore del film, assolutamente indiscutibile. La perizia con cui le quattro vicende vengono intrecciate e la profondità con la quale i caratteri dei personaggi vengono delineati sono opera di una grande mente cinematografica che conosce alla perfezione i ritmi e i tempi del mondo di celluloide.
Meglio non spendere neanche una parola sulla trama, che conviene scoprire passo passo, mentre è assolutamente d'obbligo esaltare le doti di un magnifico cast internazionale: la messicana Adriana Barraza, che dipinge con umiltà il delicato ritratto di una governante generosa ed ingenua; la giapponese Rinko Kikuchi, spiazzante e disorientata ragazza sordomuta che sembra "sopravvivere" ad una Tokyo catatonica; il marocchino Boubker Ait El Caid, di una bravura quasi irreale, capace di dare autentico spessore al personaggio di un ragazzino autore per gioco di un supposto terribile crimine.
Babel pertanto è un film che si "deve" vedere, a prescindere dai propri gusti, per cogliere la coralità della vicenda e per il messaggio che ne consegue: in fondo, il dolore, la sofferenza e la redenzione non hanno confini di sorta e possono scaturire da una fatalità o da un brutale scherzo del destino. Niente di particolarmente originale, ma da quando in qua (seguendo il pensiero del regista) le nostre vite possono definirsi tali?
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