127 Ore non è altro che il racconto della vera storia di Aron Ralston, l'alpinista americano divenuto tristemente famoso nel 2003 per essere rimasto imprigionato da un masso nel corso di una scalata nello Utah dal quale si liberò dopo poco più di cinque giorni amputandosi da solo il braccio rimasto intrappolato.Inutile dire che, essendo la vicenda risaputa, la stragrande maggioranza degli spettatori del globo (me compreso) attende per circa un'ora e venti minuti, con crescente ansia e trepidazione, la rendition da parte del visionario Danny Boyle della fatidica amputazione, perchè, come avevo letto tempo fa su Entertainment Weekly, "parlare di 127 Ore senza voler parlare del taglio del braccio è come voler parlare de Lo Squalo senza voler parlare dello squalo stesso".
Viste le premesse, non è sicuramente stato facile per Boyle girare un film in cui, sostanzialmente, si riprendeva un solo attore immobile per un'ora e mezza: il suo stile, però, ha fatto centro ancora una volta. Il vero protagonista del film, a parte James Franco che è letteralmente strepitoso, è infatti l'editing, come di consueto nei film del regista britannico: la staticità della location e della situazione è infatti intervallata, con sapiente tempismo, da flashback, allucinazioni, rimandi e riprese naturali che fanno scorrere il film come se si trattasse di un adrenalinico action movie senza soluzione di continuità.
Fantastiche le scene della pioggia e di tutte le rimembranze del protagonista legate all'acqua, e davvero ironico e struggente al tempo stesso lo sketch, da parte di Ralston-Franco, della trasmissione televisiva, che si chiude con un "Oops" che vale da solo tutta la scena (se non l'essenza del film stesso).
James Franco, come già detto, è straordinario: dall'incoscienza alla disperazione, dalla gioia al raziocinio, dalla tristezza alla lucidità, tutto è dosato dall'attore in modo egregio, e le sue contorsioni di dolore sul viso nella scena clou del film sono da lasciare a bocca aperta per veridicità e aderenza al ruolo.
In conclusione, ancora sulla scena-perno della pellicola: io l'ho vista con le classiche cinque dita aperte davanti agli occhi, ma per quello che ho voluto guardare Boyle è stato discretamente magnanimo, senza particolari troppo efferati, anche se a mio avviso l'auto-amputazione è una scena comunque "forte".
Assolutamente da vedere.
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