27 aprile 2012

Country Strong


Kelly Canter (Gwyneth Paltrow), famosissima cantante country appena uscita dalla riabilitazione, e Beau Hutton (Garrett Hedlund), suo "tutor" (ed amante) in clinica nonché aspirante cantante, cercano insieme seppur in modi completamente diversi la gloria del palcoscenico: per un clamoroso comeback la prima, per una grande ascesa il secondo. Ma il di lei marito (Tim McGraw) e l'altra performer del loro tour, Chiles Stanton (Leighton Meester), avranno voce in capitolo nel futuro di entrambi.
Opera seconda della pressochè sconosciuta Shana Feste, Country Strong è un ritratto amaro, facilotto e piuttosto ben cantato di quattro individualità legate al mondo della musica country: prevedibile (se non addirittura telefonato), superficiale e noiosetto nella prima parte; gradevole, anche se mai davvero coinvolgente, nella seconda. L'impressione che si sia trattato di un mero esercizio di stile al servizio delle qualità vocali dei protagonisti è forte, e il fatto che i tre principali caratteristi diano sfogo alle loro abilità canore, mentre l'unico vero cantante (McGraw, leggenda vivente della musica country nonchè vincitore di tre Grammy Award) si cimenti nell'arte della recitazione fa immediatamente pensare a una calcolata, seppur riuscita, operazione di marketing.
In ogni caso, dato che è meglio soprassedere sullo script (davvero scolastico), dedichiamoci alle performance del cast: Tim McGraw è decisamente convincente, e il fatto che non canti è in sostanza un gran peccato; la Paltrow, anche se non offre una delle sue consuete prestazioni, se la cava egregiamente con il microfono e sulla scena; Hedlund ha una bella voce e una forte presenza sullo schermo; la Meester, invece, pur salvandosi con le varie esecuzioni, non ha né l'appeal né il carisma di una possibile futura star.
Molto godibili le canzoni, soprattutto quelle cantate dall'attrice premio Oscar.
In definitiva una pellicola che si potrebbe definire leggera (termine ormai abusatissimo), discretamente appetibile ma un po' ricattatoria nelle intenzioni. Si può comunque vedere senza pentirsene troppo.

26 aprile 2012

Weekend


Nottingham, Inghilterra. Venerdì sera. Dopo una serata di festa a casa di amici, Russell (Tom Cullen) si dirige verso un gay club. Poco prima della chiusura incontra Glen (Chris New): quello che però doveva essere il classico one-night stand si trasforma nell'arco di due giorni in qualcosa di completamente diverso.
Seconda fatica di Andrew Haigh (che in precedenza aveva diretto il mal accolto Greek Pete), Weekend è senza mezzi termini un film bellissimo. E, paradossalmente, il suo principale merito risiede nel non sembrare neanche per un microframmento un'opera di fiction. Weekend è infatti un vissuto, un'esperienza, una scoperta, una sorpresa, uno stato d'animo che ridotto o amplificato abbiamo provato tutti, gay o etero, uomini o donne.
Il soggetto poi non suggerisce nulla di nuovo, i personaggi non sono eroi o anti-eroi da assurgere a icone o simboli, e non sono presenti tragedie incombenti, scene madri o facili stereotipi dell'universo gay: è la storia di due ragazzi assolutamente nella norma, ognuno con le proprie insicurezze e pulsioni, che si incontrano e fanno sesso, scivolando in modo diametralmente opposto verso una situazione in un certo senso inaspettata per entrambi. E l'approccio del regista Haigh, partecipe e interessato a mostrare tutti i lati di un rapporto (sessuale, intellettivo e sentimentale), dimostra un'assoluta maturità anche quando il film decolla verso temi più alti, come la nostra esistenza e l'impegno che adoperiamo per viverla appieno.
Ambientata in una Nottingham linda e anonima dove tutto sembra seguire l'ordine naturale delle cose, la vicenda di Russell e Glen incuriosisce, appassiona, emoziona e finisce, senza mai puntare alla lacrima facile, per commuovere anche gli animi meno sensibili.
Il merito, comunque diviso tra direction, dialoghi e cast, va attribuito in larghissima parte alla stupefacente interpretazione dei due protagonisti, Tom Cullen e Chris New (entrambi provenienti dal teatro), che per intensità e aderenza al ruolo avrebbero meritato ben altro palcoscenico rispetto ai pur numerosi festival ai quali la pellicola ha partecipato.
Una nota conclusiva: ho dovuto ordinare il film su Play.com e vederlo in lingua originale, dato che come di consueto la distribuzione italiana, nonostante la presenza al Film Festival di Roma dello scorso autunno, non si è minimamente disturbata ad acquistarlo.
Assolutamente da non perdere.

24 aprile 2012

African Cats


Documentario della Disney Nature uscito lo scorso anno e riproposto da Sky in occasione dell'Earth Day di due giorni fa, African Cats (Il regno del coraggio è il sottotitolo italiano) è un prodotto che non si discosta molto dal filone di genere, ma che si rivela gradevole e a tratti appassionante.
Interamente girata in esterni nella riserva faunistica di Masai Mara (pianura del Serengeti) in Kenya, la pellicola narra le vicende di due madri, la leonessa Leila e il ghepardo Sita, e del loro amore verso i rispettivi cuccioli, che dovranno proteggere contro ogni genere di pericolo.
A prescindere dai soliti (e un po' dozzinali) paesaggi mozzafiato del continente nero, il docufilm si fa apprezzare per due essenziali motivi: le straordinarie riprese in loco e, soprattutto, la calda e avvolgente voce narrante di Claudia Cardinale, vera motivazione per cui ho deciso di seguire fino in fondo questo "reportage". Una volta tanto una scelta assolutamente vincente dopo gli scempi perpetrati ai danni di prodotti potenzialmente interessanti, resi inascoltabili da uno stuolo di comici svogliati e privi di pathos che non riuscivano a divertire neanche l'audience meno pretenziosa. La Cardinale, invece, con un tono a metà tra il partecipato e il solenne, e grazie al suo magnetico, lieve accento francese, è riuscita nell'impresa di ipnotizzarmi fino alla visione completa del film.
Attenzione, non è niente di trascendentale e spinge un po' troppo sul lato femminista dei branchi di felini, ma, come già detto, non annoia mai e il suo incedere risulta piacevole e ben ritmato.
In sostanza si può tranquillamente vedere senza avere l'impressione di aver "bruciato" due preziosissime ore...

20 aprile 2012

Anthony Hopkins sarà Hitchcock

Il titolo è immediato (Hitchcock), il regista è un illustre sconosciuto (Sacha Gervasi, anglo-canadese residente in California), l'uscita è prevista per il prossimo anno, il cast è da urlo: Helen Mirren, Scarlett Johansson, Toni Collette e soprattutto il protagonista, Sir Anthony Hopkins, che dovrà calarsi nei panni di uno dei più grandi director di tutti i tempi.
Almeno la somiglianza c'è, non vi pare?


13 aprile 2012

Spettacolo sul ghiaccio

Nonostante sia questo un blog sulla settima arte, credo si possa ormai definire chiara la mia sfrenata passione per il pattinaggio artistico su ghiaccio.
Carolina Kostner a parte (che rimane il mio indiscusso faro nel mondo dello sport), vorrei parlare di un atleta che ho avuto l'occasione di apprezzare e ammirare per la prima volta nel corso degli ultimi Campionati Mondiali, disputatisi in marzo a Nizza, Francia.
Il suo nome è Yuzuru Hanyu, è giapponese e ha diciassette anni: al primo campionato iridato della sua carriera, ha immediatamente conquistato il podio, piazzandosi terzo e vincendo la medaglia di bronzo.
Quello che mi ha lasciato a bocca aperta, dopo uno short program non esente da errori, è stata la sua reazione nel free skating, pattinato sulle strepitose note della soundtrack di Romeo+Giulietta, composta da Craig Armstrong e nel cuore di tutti gli italiani in quanto base musicale dell'esercizio di Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio nella loro stagione d'oro, in cui fecero lo stesso "triplete" ottenuto quest'anno dalla mia Carolina.
Tornando a Yuzuru e al suo magnifico esercizio, posso affermare senza timore di essere smentito che questo atleta, a mio avviso, è il futuro del pattinaggio su ghiaccio in ambito maschile.
Prendetevi cinque minuti e preparatevi ad emozionarvi.
Davvero.

 
Fonte: utente YT LaRiservaNice2012

Titanic torna a ruggire


Quattordici anni fa entrò nel mito.
Nel 2012, la passione (in 3D) sembra non essersi affatto affievolita.
11 milioni di dollari in un solo giorno in Cina.
Più di 5 milioni in tre giorni in Russia.
Nell'arco di un weekend, anche Regno Unito, Francia e Italia non hanno scherzato, superando in totale i 12 milioni.
E negli USA? In poco più di una settimana, il risultato è decisamente lusinghiero: 31 milioni.
Il totale mondiale disponibile a oggi parla di un incasso superiore agli 84 milioni di dollari: per un film, pur leggendario, uscito quasi quindici anni fa, è un outcome eccezionale.
Mr. Cameron, ancora una volta lei è il Re Mida del botteghino.

Transformers 3


La trama: il teenager protagonista (Shia LaBeouf), pompatissimo dalle massacranti sedute in palestra e misteriosamente fidanzato con una nuova gnocca da urlo (Rosie Huntington-Whiteley), deve fronteggiare insieme ai robot buoni una nuova minaccia apocalittica, pretestuosamente concepita da uno stuolo di sceneggiatori men che dementi.

Il motivo per cui l'ho visto: un momento di cedimento all'indole truzza che sotto sotto mi alberga.

I pro: dopo attenta analisi durata un paio di secondi, nessuno.

I contro: meglio avvalersi di apposita lista numerica.
1) Non c'è una sola scena che stupisca, visivamente o in altro modo.
2) Il plot è da contorcersi dalle risate per reiterata idiozia che sfocia nel più melenso e deprimente déjà vu.
3) Gli ultimi cinquanta minuti sono insostenibili in quanto a noia a dir poco devastante.
4) Dopo sette minuti gli effetti visivi hanno già ampiamente stancato.
5) Shia LaBoeuf è un cane, urla troppo ed è epidermicamente da fucilare.
6) La Huntington-Whiteley, seppur una dea della recitazione in confronto a quell'inespressiva pseudo-Barbie di Megan Fox, non fa che mostrare le labbra e non mostrare un filo di polvere sul viso, nonostante si trovi in mezzo a una guerriglia stile tsunami.
7) Mette una tristezza infinita vedere attori del calibro di Frances McDormand (che se la cava) o John Malkovich (che tocca il fondo della sua carriera) in questo cast.
8) Le spiegazioni scientifiche sono da catalogo del ridicolo involontario.
9) La durata del film poteva essere inferiore di almeno due ore e passa, cioè limitarsi ai soli titoli di testa e di coda.
10) Michael Bay (il regista) è uno dei più inetti e volgari distruttori dell'arte cinematografica in quanto tale.

Prometto che non cadrò mai più nell'errore di dare ascolto al mio lato più tamarro. Solennemente.

12 aprile 2012

La musica d'oro di Carolina

Carolina Kostner, il mio angelo sul ghiaccio, l'unica atleta che io abbia mai seguito in modo così partecipato e assiduo nella mia intera esistenza, in questa stagione è riuscita nell'impresa di vincere tutte le competizioni alle quali ha partecipato: l'ISU Grand Prix (l'equivalente della Coppa del Mondo di sci, per intenderci), i Campionati Europei (per la quarta volta) e soprattutto i Campionati Mondiali, laureandosi per la prima volta campionessa iridata (mai successo a nessun pattinatore artistico italiano in 102 anni di storia, danza sul ghiaccio esclusa).
In questo post non voglio però celebrare la sua incomparabile grandezza (ci sarà tempo e modo per farlo nel prossimo futuro), ma sottolineare (ed esaltare) le sue scelte musicali di questa indimenticabile golden season: per lo short program l'Allegretto (Quarto movimento) dal Trio #2 del grandissimo compositore russo Dmitrij Šostakovič, per il free skating l'Adagio (Secondo movimento) e l'Allegro assai (Terzo movimento) dal Concerto per pianoforte #23 in La maggiore (K.488) dell'incommensurabile Wolfgang Amadeus Mozart.
Ecco di seguito le esecuzioni complete dei suddetti movimenti, dai quali Carolina ha tratto la base musicale per le sue magie on the ice.

Dmitrij Dmitrievič Šostakovič - Trio #2 - Quarto mov. - Parti 1 / 2
Pianoforte: Martha Argerich
Violino: Gidon Kremer (con il quale ho avuto il piacere e l'onore di lavorare in passato in qualità di interprete e tour manager, ma questa è un'altra storia...)
Violoncello: Mischa Maisky
Fonte: utente YT honekawasujiemon




W.A. Mozart - K.488 - Concerto per pianoforte #23 in La maggiore
Secondo movimento - Adagio
Pianoforte: Friedrich Gulda
Direttore d'orchestra: Nikolaus Harnoncourt
Fonte: utente YT 2kazuma2k9


W.A. Mozart - K.488 - Concerto per pianoforte #23 in La maggiore
Terzo movimento - Allegro assai
Pianoforte: Friedrich Gulda
Direttore d'orchestra: Nikolaus Harnoncourt
Fonte: utente YT 2kazuma2k9


Ed ora le reinterpretazioni della sola ed unica regina d'inverno, Carolina Kostner.

Short program - ISU GP Final - Dicembre 2011
Fonte: utente YT LaRiservaNice2012


Free skating - Campionati Mondiali - Marzo 2012
Fonte: utente YT LaRiservaNice2012


Sul ghiaccio con Šostakovič e Mozart, la mia Carolina: semplicemente, la più grande pattinatrice italiana di tutti i tempi.

Drive: la splendida soundtrack

Come sottolineato nel post di ieri, Drive è un film splendido, che entra in circolo al pari di una poderosa scossa di adrenalina, ma il cui effetto non si esaurisce, anzi ritorna con il passare dei giorni.
Uno degli elementi cardine della pellicola è senza alcun dubbio la strepitosa colonna sonora, composta da cinque azzeccatissime canzoni e dalla sapiente partitura di Cliff Martinez: a metà tra Mike Figgis e il primo David Lynch, la soundtrack trae chiare ispirazioni dagli anni ottanta e dal filone techno-psichedelico sviluppatosi proprio verso la fine di quel meraviglioso decennio.
Ascoltiamola, quindi, senza ulteriori indugi.

Kavinsky - Nightcall

Fonte: utente YT Record Makers
Inizio dirompente con questa dance ballad decisamente rétro con innesti robotici e volutamente anacronistici. I titoli di testa già immergono in qualcosa che ha un buon sapore...

College feat. Electric Youth - A Real Hero

Fonte: utente YT Valerie Records
Geniale sulla scena della gita in macchina sui canali prosciugati. L'unico momento di relax del plot (e di allentamento del costante senso di angoscia che pervade la pellicola).

The Chromatics - Tick of the Clock

Fonte: utente YT owinoneforme
Un vero e proprio viaggio, un autentico trip a livello inconscio a prescindere dalle immagini.

Riz Ortolani feat. Katyna Ranieri - Oh My Love

Fonte: utente YT gorrinillo
Una scelta che mi ha assolutamente lasciato di stucco, dato che non so veramente come il regista Winding Refn abbia fatto a scovare questo brano di Ortolani, inserito nel film italiano del '71 Addio zio Tom di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi. Traccia dall'altissima carica emozionale peraltro, che nella pellicola del cineasta danese anticipa di poco la resa dei conti finale. Gustatevi il montaggio di questo video, con il film del '71 in alto e Drive nel riquadro in basso, e cercate di interpretare come la bellissima voce della Ranieri abbia accompagnato così differentemente l'ottima resa di entrambe le scene.

Desire - Under Your Spell

Fonte: utente YT Erntefix
La traccia dei titoli di coda non ha la forza dei quattro precedenti brani, ma risulta comunque gradevole, seppur meno originale e ricercata.

Cliff Martinez - Hammer (Traccia 14)

Fonte: utente YT speedFreak622
Un excerpt scelto a caso, per mostrare la forza e la classe del compositore statunitense, che necessita di maggior attenzione da parte del grande pubblico.

Scena dell'ascensore con musica originale di Martinez (SPOILER)

Fonte: utente YT loloize
Semplicemente, la scena più bella del film. Da brividi.

11 aprile 2012

Cars 2


In soldoni: Saetta (in originale Lightning) McQueen e il fido Cricchetto (Mater) si ritrovano nel bel mezzo di un intrigo spionistico quando il loro intento era solo quello di partecipare alle tre tappe del World Grand Prix.
Avete ragione: il 21 novembre dello scorso anno pubblicai un post di inappellabile stroncatura nei confronti dei primi quaranta minuti di questa infame porcheria. Ora ho approfittato della visione su Sky per completare l'opera e infliggermi la definitiva pena di "dover sopportare fino al temine una pellicola della Pixar", frase che non avrei mai pensato di pronunciare nella mia intera esistenza.
Null'altro da aggiungere.
Qualcuno mi restituisca la Pixar. Quella vera.

Drive


Un ragazzo misterioso, taciturno e alienato (Ryan Gosling), di giorno meccanico e stuntman, di notte espertissimo autista "di fuga", si trova in seri guai dopo aver ceduto al primo vero sentimento nei confronti della vicina di casa (Carey Mulligan) e del figlioletto di lei.
Lo scorso autunno, per iniziale scetticismo (che manifesto sempre nei casi di pellicole letteralmente osannate dalla critica tutta), l'avevo mancato; poi l'onda di The Artist e Meryl Streep aveva fagocitato il mio interesse per quasi tutta la stagione degli awards. Il tarlo della scandalosa mancata candidatura di Gosling all'Oscar continuava però a rodermi, aumentando di conseguenza il mio desiderio di vedere questo prodotto.
Fino a pochi giorni fa.
Senza mezzi termini, infatti, Drive è un film bellissimo. Dagli strepitosi titoli di testa sulle note psichedeliche di Nightcall di Kavinsky agli estranianti boulevard losangelini, dalla satura e pastosa fotografia di Newton Thomas Sigel alla regia vagamente rétro di Nicolas Winding Refn, dalle esplosive e quasi insostenibili scene di violenza ai momenti di spiazzante quotidianità familiare: un mix azzardato ma riuscitissimo, e sorprendente per coinvolgimento ed eleganza.
Il cast, poi, è la classica ciliegina sulla torta, con un Ryan Gosling più che meritevole della (mancata) nomination: i suoi sguardi attoniti e i suoi gesti senz'ombra d'esitazione parlano molto di più di tante verbosissime sceneggiature.
Null'altro da aggiungere.
Assolutamente imperdibile.

01 aprile 2012

Carolina sul tetto del mondo


Carolina Kostner, la mia Carolina, il mio unico, sano ed autentico mito sportivo, è la nuova campionessa del mondo di pattinaggio artistico su ghiaccio.
E io, sopraffatto dalla gioia e dall'emozione, non so aggiungere altro, in questo momento.
C'è solo lei.
Carolina Kostner, la mia Carolina.

Fonte: LaRiservaNice2012, utente YouTube.

29 marzo 2012

My Oscar moments: PRIMO POSTO

ROBERTO BENIGNI
LA VITA E' BELLA (1999)
FILM IN LINGUA STRANIERA
ATTORE PROTAGONISTA

Fonte: llaurenti, utente DailyMotion

Alzi la mano chi non si è commosso, anche solo con una lacrimuccia, alla visione della Sofia (o Sophia) nazionale che urla "Robbberto!" annunciando il vincitore del Miglior Film in Lingua Straniera, il 21 marzo del 1999.
Ritengo che quei pochi minuti, rimbalzati su tutte le emittenti a macchia d'olio (che hanno tra le altre cose generato documentari e speciali), abbiano riempito d'orgoglio ogni singolo cittadino italiano, ovunque e al di là di ogni retorica. L'abbraccio tra Sofia (napoletana doc) e Roberto (toscanaccio altrettanto doc), caldo, sincero, affettuoso, è stata, diciamolo, una sferzata a tutte le differenze, i pregiudizi e le discriminazioni. Per un attimo ci siamo davvero sentiti tutti vincitori, presenti sul palco, partecipanti in prima persona a una peraltro storica affermazione hollywoodiana di tutta la settima arte di casa nostra.
Sinceramente, non mi stanco mai di rivedere il suddetto filmato: e, in ogni singola occasione, un paio di lacrime scendono spontaneamente. E' vero, questo premio era annunciatissimo, ma la naturalezza un po' naïf della Loren, mixata con la strabordante esuberanza di Benigni (non a caso, e forse un po' a sorpresa, votata dagli americani un paio d'anni fa come Oscar Favorite Moment di ogni epoca) che cammina sulle sedie della platea, lo hanno trasformato in un evento eccezionale. A conti fatti, posso dire di essere più che orgoglioso di aver assistito a un momento storico dell'arte cinematografica (e non) italiana.


Momento che è proseguito con un secondo Oscar per Benigni (il terzo per La vita è bella), quello del Miglior Attore, sorprendente ma non troppo (Roberto aveva appena vinto il SAG Award); l'attore toscano salì sul palco e fece letteralmente esplodere l'audience con un esilarante esordio di speech: "I think this is a terrible mistake because I used up all my English!".
Insomma, un trionfo. Sotto tutti i punti di vista.
E pensare che, udite udite, a me il film di Benigni non interessava. Non avendo apprezzato appieno nessuna delle sue precedenti pellicole, temevo l'ennesimo film sull'Olocausto reinterpretato senza gusto e in modo pecoreccio da un artista di casa nostra. Fu il mio amico Massimo, residente negli USA da poco più di un anno (giusto, Massimo?), che mi spinse con inconsueta veemenza, ritenendolo un assoluto capolavoro. Ovviamente pensai che si fosse già fatto abbindolare dai giudizi d'oltreoceano, dove il film stava ottenendo un successo senza precedenti per un prodotto sottotitolato.
Alla fine cedetti, incalzato dal mio caro amico e ulteriormente "costretto" dal fatto che il film avesse ottenuto sette nomination agli Academy Award (l'imperativo, in occasione della visione della cerimonia live, è quello di aver visto tutte le pellicole candidate), ma, devo confessarlo, lo feci controvoglia l'ultimo giorno disponibile, cioè proprio domenica 21 marzo. Vidi dapprima La sottile linea rossa di Malick in matinée, per poi chiudere con La vita è bella allo spettacolo preserale: fu una visione folgorante, in cui più volte persi completamente il controllo di me stesso; in occasione della scena finale, poi, il crollo, protrattosi ai titoli di coda, durante i quali fui soccorso da due attempate signore ultrasettantenni che mi offrirono un kleenex, impietosite dai miei continui e incontrollati singhiozzii.
In macchina verso casa, annientato dalla potenza emotiva di questo capolavoro, mi augurai che dagli Stati Uniti arrivasse qualche sorpresa nel corso della lunga nottata. Arrivarono. E fu la consacrazione per un artista che continuo a non apprezzare nella sua totalità ma che ritengo una delle persone più intelligenti dell'etere (e non). E La vita è bella è, senza dubbi di sorta, uno dei più incredibili colpi di genio che la cinematografia italiana abbia mai portato alla luce.

28 marzo 2012

Thor


Thor (Chris Hemsworth), figlio di Odino, padre degli dei (Sir Anthony Hopkins), viene bandito dal regno di Asgard, privato dei suoi poteri (e soprattutto del suo martello Mjölnir) e spedito sulla Terra. Grazie all'intervento (e all'affezione) di un'astrofisica (Natalie Portman), riuscirà a guardare dentro sè stesso e a ritrovare la forza del tuono che l'aveva sempre accompagnato.
Diretto dall'ex regista prodigio (nonché ottimo attore) Kenneth Branagh, Thor è l'ennesima trasposizione cinematografica di un fumetto Marvel e, bisogna riconoscerlo, neanche una delle peggiori. Forse il tocco di un director abituato ad adattare William Shakespeare ha giovato, certo è che la sceneggiatura è addirittura accettabile e non sono presenti troppi luoghi comuni (o, se ci sono, vengono trattati con la giusta dose d'ironia).
Quello di cui difetta clamorosamente la pellicola è, paradossalmente, il ritmo. Nonostante i continui split tra Asgard e la Terra siano ben amalgamati, dopo un'ora non si è ancora riusciti a capire il vero intento del film: tutte le situazioni sono infatti abbozzate e condotte al punto in cui, quando ci si attende il vero sviluppo, il plot passa ad altro. Ovvio che la mia attenzione sia gradualmente andata scemando, per non riprendersi più, nemmeno in occasione dello scontro finale (oggettivamente mal girato).
Il cast, poi, non aiuta affatto: a parte le scolastiche prove di Hopkins e Portman, l'unico attore che prova a recitare è Tom Hiddleston, nel ruolo del perfido fratello Loki; stendiamo invece un velo intriso di pietà sull'inespressività del protagonista e dei comprimari, Stellan Skarsgård incluso.
Lode, al contrario, ai sontuosi effetti speciali atti a rappresentare il Regno Eterno.
In definitiva, un prodotto a cui si possono anche dedicare un paio d'ore, fermo restando che non ci sia molto altro d'interessante da fare.
 

27 marzo 2012

My Oscar moments: secondo posto

Meryl Streep
The Iron Lady (2012)
Attrice protagonista


Esattamente un mese fa, ero fuori di me: la sola e unica Meryl Streep vinceva il suo terzo Oscar, contro ogni aspettativa e qualsiasi pronostico. Ho già scritto di tutto e ancor di più sulla fatidica serata e sulle fortissime emozioni provate, pertanto mi limiterei a un ulteriore aneddoto.
Negli ultimi vent'anni o più, salvo pochissime eccezioni, l'attore protagonista che vince l'Oscar lo consegna l'anno successivo all'attrice (stessa cosa, ovviamente, a parti invertite): quello che faccio io, in maniera del tutto priva di senso, è una sorta di prova, immaginando come suonerebbero in bocca al presentatore i nominativi delle cinque candidate. Lo so, è totalmente meaningless, ma ognuno avrà pur le sue fissazioni...
Quest'anno, ovviamente sapendo che sarebbe stato Colin Firth a consegnare l'Oscar, dopo diverse "simulazioni" ho deciso, limitatamente a quest'idiozia, che no, il nome di Viola Davis non sarebbe potuto uscire dalla sua bocca: quello di Meryl, associato all'interpretazione di una figura iconica degli anni ottanta, per giunta britannica come Firth, era il nome giusto. E suonava divinamente...
Fa ridere, vero? In effetti sì, ma questi giochetti a volte servono a tener viva la speranza, che per quanto riguarda la terza statuetta di Meryl non è mai venuta meno. Era solo questione di (poco) tempo: che è fortunatamente arrivato.

My Oscar moments: terzo posto

Kate Winslet
The Reader - A voce alta (2009)
Attrice protagonista


Lista cronologica dei film più rappresentativi di Kate, che a mio avviso rappresenta un curriculum eccezionale dovesse ben concludersi ora:
1994: Creature del cielo
1996: Ragione e sentimento - Nomination
1996: Jude
1997: Titanic - Nomination
2001: Iris-Un amore vero - Nomination
2004: Eternal Sunshine of the Spotless Mind* - Nomination
2004: Neverland-Un sogno per la vita
2006: Little Children** - Nomination
2008: Revolutionary Road
2008: The Reader-A voce alta - Oscar
2011: Mildred Pierce (TV)
2011: Carnage
*il titolo italiano è Se mi lasci ti cancello, che rappresenta uno dei punti più bassi mai raggiunti dai titolisti di casa nostra, quindi ho preferito lasciarlo in originale
**ad oggi non ha ancora trovato un distributore italiano, ergo non ne esiste copia nella nostra lingua

Kate Winslet non ha ancora trentasette anni.
A neanche trentadue era già stata nominata cinque volte all'Oscar (in circa tredici anni di carriera).
A nemmeno trentaquattro lo ha vinto (alla sesta nomination).
A detta di (quasi) tutta la critica cinematografica worldwide è l'unica vera (e degna) erede dell'inarrivabile Meryl Streep.
Il 2008 non poteva che essere il suo anno, con un binomio di interpretazioni monstre in due bellissime pellicole: e così è stato. Un Oscar più che annunciato, ma non per questo meno gradito. Troppe le delusioni patite in passato, a cominciare da Titanic giù giù fino al meraviglioso Little Children, che, come indicato sopra, non è ancora stato acquistato, doppiato e di conseguenza distribuito dagli insipienti dinosauri di casa nostra.
Kate è, a mio modesto parere, il futuro della recitazione (Carnage lo dimostra): la speranza è che le altalenanti vicende sentimentali (due mariti, due divorzi, un figlio per marito) continuino a non condizionare le (finora) ottime scelte della talentuosissima attrice inglese originaria del Berkshire.

26 marzo 2012

My Oscar moments: quarto posto

Nicole Kidman
The Hours (2003)
Attrice protagonista


Nel 2003, forse per l'impasse dovuta all'acquisizione di Tele+ da parte di Sky, la cerimonia degli Oscar venne eccezionalmente trasmessa in chiaro da Mediaset: non rendendosi pertanto necessaria la mia presenza in Piemonte, ne approfittai e decisi di godermi la nottata più glam dell'anno nel mio appartamento di Milano. Ricordo che predisposi tutto con la consueta precisione: snack e bibite, files stampati con previsioni del sottoscritto e degli amici (la competizione non scema mai...), plaid flanellato in caso di freddo improvviso, tabacco e soprattutto cuffie wireless per non disturbare la mia flatmate Luisa.
La cornice era inconsueta, e tutto sommato neanche troppo gradevole (blindato nel salotto, nessuna possibilità di interloquire con chicchessia), ma non mi condizionò affatto: quell'anno, con lo scontatissimo Oscar a Chicago in qualità di Miglior Film, l'attenzione era interamente rivolta alle categorie recitative principali, analogamente a quest'anno. Tra gli attori la spuntò, come già raccontato in precedenza, l'allora semisconosciuto Adrien Brody, mentre la lotta per la statuetta al femminile era essenzialmente ristretta a due contendenti: la mia adorata Nicole Kidman, splendida Virginia Woolf in quel quasi capolavoro che è The Hours, e la brava Renée Zellweger, protagonista del musical diretto da Rob Marshall.
Nicole si era aggiudicata il Golden Globe (attrice drammatica) e il BAFTA, mentre la Zellweger aveva vinto il Golden Globe (attrice commedia o musical) e il SAGA: all'incirca come un mese fa, gli ultimissimi sondaggi pendevano dalla parte di chi aveva vinto lo Screen Actors Guild Award. Io, però, non ci stavo: in cuor mio sentivo che Nicole era in forte credito con l'Academy per il mancato riconoscimento dell'anno precedente (quello di Moulin Rouge!, per intenderci), e non volevo credere che sarebbe stata nuovamente sconfitta.
Nonostante le mie presunte certezze, e dopo aver dovuto ingoiare l'amaro boccone della colonna sonora (vinta dalla dozzinale Frida anzichè dalla geniale partitura di Philip Glass per The Hours), quando Denzel Washington salì sul palco per effettuare la premiazione, ero fuori di me: all'atto della presentazione della clip delle cinque candidate, notai che l'unica con il viso talmente contrito da non riuscire ad abbozzare un sorriso era la Zellweger, mentre Nicole era radiosa. Inspiegabilmente, mi tranquillizzai.
Poi, l'annuncio di Denzel: "...and the Oscar goes to... mmm mmm... by a nose... Nicole Kidman!" (Il naso era ovviamente la protesi indossata per assomigliare alla Woolf, che non era certo nota per la bellezza...)
Iniziai a saltare, poi a battere i pugni sulla poltrona, naturalmente a piangere, finchè, in ginocchio e stremato dalla tensione accumulata, ascoltai il commosso discorso di Nicole, ebbro di gioia (riuscendo anche nell'intento di non svegliare Luisa...).
Fu l'unico Oscar della serata per The Hours, ma è ancora poderosamente presente nella mia memoria e nel mio cuore.

23 marzo 2012

Magnifica presenza


Pietro (Elio Germano), "preparatore di croissant" nonché aspirante attore, si trasferisce nel quartiere romano di Monteverde dalla natia Sicilia in un appartamento sontuoso e un po' decadente, di cui si innamora all'istante. Dopo essersi fattivamente insediato, scopre però che l'abitazione ospita altre "presenze", uomini e donne in elegantissimi abiti di scena anni quaranta, che, inquietanti in un primissimo momento, si trasformeranno in una sorta di specchio di coscienza per l'indeciso (anche sessualmente) ragazzo di provincia.
Giunto al nono lungometraggio, Ferzan Ozpetek affina le armi e affronta, con la consueta classe e un'ispirata vis comica, il tema del soprannaturale: lo fa senza clamori, con citazioni importanti (la Badessa, ben interpretata da Mauro Coruzzi-Platinette, non può non richiamare il Kurtz di Apocalypse Now) e con il collaudato canovaccio sviluppato sull'alternanza dei toni (commedia, dramma, introspezione) che costituisce il cardine dell'opera del regista italo-turco.
Indovina la prima parte, con il supporto di una Paola Minaccioni strepitosa, strutturata come una sorta di spin-off di Mine vaganti, esagera con il segmento centrale, troppo d'attesa e con un numero eccessivo di esche lanciate agli ami dell'audience, e conclude con alcune scene "forti" che, seppur disomogenee, restituiscono al film una sorta di "logica illogicità" spiazzante ma liberatoria. Non tutte le situazioni e i personaggi sono fini al plot stesso, sia ben chiaro, ma l'amalgama riesce, e la pellicola risulta comunque piuttosto originale e tutto sommato molto gradevole.
Il merito ancora una volta è da attribuirsi soprattutto al cast: detto della Minaccioni, che merita un ruolo di primissimo piano nella settima arte di casa nostra, la mia personale e onnicomprensiva lode va a Elio Germano. Questo trentunenne di Roma, a mio avviso, è talento cristallino all'ennesima potenza: non a caso già Palma d'Oro a Cannes in qualità di Miglior Attore nel 2010 e doppio vincitore del David di Donatello (2007 e 2011), non credo sia esagerato definirlo il miglior attore italiano della sua generazione. L'intensità, la preparazione, l'inaudita bravura con cui sciorina accenti diversissimi tra loro sono merce rara: se si aggiunge poi l'eclettismo, il più che lusinghiero quadro è completo. Sarà mia premura recuperare nei prossimi mesi la sua cinematografia più significativa, avendolo visto, mea culpa, solo in Tutta la vita davanti (dove peraltro era bravissimo).
Detto di Germano, e sottolineata ancora una volta la straordinaria capacità di Ozeptek in qualità di direttore d'attori, una nota conclusiva: i fasti di perle quali La finestra di fronte e Hamam-Il bagno turco sono lontanucci, ma questo film ha un fascino tutto suo, e merita sicuramente la visione.

22 marzo 2012

My Oscar moments: quinto posto

Dame Judi Dench
Shakespeare in Love (1999)
Attrice non protagonista


Ancora il 1999. Ancora la settantunesima cerimonia degli Academy Awards. Ancora una gioia. E che gioia.
Dame Judi Dench.
La mia Judi, l'attrice che nominavo a tutti gli amici in tempi non sospetti e che nessuno puntualmente conosceva. La donna che a partire da Camera con vista mi ha fatto comprendere appieno la parola "recitare". L'artista che, con classe cristallina e algida eleganza, mi ha aperto gli occhi sul "talento".
Un pilastro, un cardine nel mio personale universo di celluloide.
Il 21 marzo di quell'anno, quando Robin Williams pronunciò il suo nome, ero ovviamente felicissimo.
Ma proprio in quell'occasione, mi piange davvero il cuore riconoscerlo, il premio all'amata Judi coincise con uno dei più perversi e oltraggiosi atti di compensazione mai messi in scena dall'Academy.
Per comprenderlo, bisogna risalire all'anno prima e all'infamante, ignominioso, offensivo Oscar assegnato alla men che mediocre Helen Hunt (per il fastidioso e ruffiano Qualcosa è cambiato) quando tra le candidate c'era proprio Dame Judi Dench (per il magnifico La mia regina, diretto da John Madden, regista di Shakespeare in Love), superlativa nel ritratto di una regina Vittoria inedita e sorprendente.
La stampa tutta (soprattutto quella europea, ma anche le frange più indipendenti di quella statunitense) sottolineò il fatto ancor prima dell'assegnazione del premio, portando l'immeritevole Hunt ad una sorta di "atto di autodifesa" durante lo speech di ringraziamento ("non credo di aver vinto perchè sono l'unica attrice americana tra le cinque candidate"), che ratificò, in pratica, l'ingiustizia appena perpetrata nei confronti di Judi Dench.
Si subodorava quindi che se Judi avesse interpretato lo stipite di una porta l'anno successivo, sarebbe stata candidata e molto probabilmente avrebbe vinto. E così fu. Otto minuti sullo schermo, in un ruolo peraltro cucitole addosso in modo impeccabile (la regina Elisabetta), le bastarono. Tutto ciò però ai danni dell'attrice più meritoria, la straordinaria, compianta Lynn Redgrave di Demoni e dei, che fu sacrificata sull'altare dello sporchissimo gioco architettato machiavellicamente dall'AMPAS.
Quello che rimane, fortunatamente, è che una delle più grandi attrici (teatrali, televisive e cinematografiche) di tutti i tempi sia stata insignita dell'Oscar, qualsiasi valore questa controversa statuetta possa avere.

21 marzo 2012

Musica da Oscar: Annie Lennox

Live dagli Academy Awards del 2004, la magnifica canzone premio Oscar tratta da Il signore degli anelli - Il ritorno del re, cantata dalla strabiliante Annie Lennox.


Sotto, l'annuncio della vittoria da parte di Jack Black e Will Ferrell.


Fonte: utente YT professorenol.