29 giugno 2010

In Memoriam: Pietro Taricone (1975-2010)

Nella notte, dopo un inutile intervento durato circa nove ore, si è spento a Terni Pietro Taricone.
Pietro amava lanciarsi con il paracadute ormai da parecchi anni, e nessuno più si preoccupava delle sue spericolatezze; questa volta, però, è successo qualcosa di incomprensibile, l'apertura del paracadute stesso è avvenuta con troppo ritardo e Pietro non ce l'ha fatta.
Posso dire che mi dispiace davvero, perchè Pietro, pur essendo balzato a improvvisa notorietà grazie alla prima edizione del Grande Fratello, non era come tutti i prezzemolini usciti da quella o da simili trasmissioni: aveva studiato recitazione, era apparso in pellicole di Gabriele Muccino e Silvio Soldini e si era ritagliato un importante spazio in televisione; da Distretto di polizia a Codice Rosso, da Crimini fino a Tutti pazzi per amore, serie ormai cult in cui interpretava Ermanno, focoso ed appassionato esponente dell'italianità amorosa.
Addio Pietro, uomo serio e controcorrente.

20 giugno 2010

The Wolfman

Se non c'è il regista, non c'è neanche il film: così disse il mio amico Fabio dopo un'ora e mezza di strazio propinatoci dal signor Joe Johnston, director di questa ignobile accozzaglia di scene confusamente rimestate in un prodotto di due ore scarse...
Ma andiamo con ordine, gettando uno sguardo alla peraltro risicatissima trama: l'infanzia di Lawrence Talbot (Benicio Del Toro) termina la notte in cui sua madre muore. Dopo aver lasciato il misterioso villaggio vittoriano di Blackmoor, dove ancora vive il padre (Anthony Hopkins), passa decenni cercando di dimenticare e di riprendersi dalla tragedia. Ma quando la fidanzata di suo fratello (Emily Blunt), lo rintraccia per aiutarla a ritrovarlo, decide di ritornare a casa e unirsi alle ricerche. Viene a conoscenza del fatto che un essere con una forza sovrumana e un insaziabile desiderio di sangue sta sterminando gli abitanti del villaggio, e che un sospettoso ispettore di Scotland Yard (Hugo Weaving) sta investigando sul caso...
Ora, non mi parlino di omaggio al genere gotico e/o rivisitazione dei classici che hanno inventato la figura dell'uomo-lupo: The Wolfman è un insulto alla settima arte. Punto.
E le premesse di kolossal-fiasco c'erano tutte: regista sostituito dopo un anno di riprese, beghe produttive e distributive, bizze improprie del protagonista, uscita fuori tempo massimo.
Il risultato pertanto è a dir poco ignobile in ogni reparto: gli attori sono spaesati e fossilizzati nelle loro tetre e dolorose espressioni (Del Toro poi è assolutamente insopportabile), la fotografia virata seppia è fasulla e smaccatamente modaiola, gli effetti visivi e il trucco (a cura dell'esperto Rick Baker) ricordano a più riprese quelli caserecci di Teen Wolf con Michael J. Fox; stendiamo poi un pietosissimo velo sulla strasentita, pomposa ed irritante partitura di un Danny Elfman che si è definitivamente perso dopo i fasti raggiunti con Tim Burton.
Insomma, un'esperienza da dimenticare in fretta, con la vana speranza che simili travagliate operazioni commerciali non vengano più offerte al pubblico...

10 giugno 2010

Sex and the City 2

Incipit: Carrie (Sarah Jessica Parker) si è sposata, ha tradito la moda per l’arredamento, ha escluso l’idea di un figlio in totale accordo con Big (Chris Noth), ha pubblicato un libro, eppure non è felice: nella sua vita non c’è più lo “scintillio” di una volta. Charlotte (Kristin Davis), che di tutto fece per avere un bambino, ora ne ha due, bellissime, opportunamente viziate e inaspettatamente faticose. Miranda (Cynthia Nixon) è un bravo avvocato ma è una donna e il suo capo uomo si permette di zittirla, mandandola su tutte le furie. Samantha (Kim Cattrall) è in menopausa e per questo schiava di creme costosissime e ormoni in pillole.
Soluzione: un viaggio ad Abu Dhabi.
Risultato: un disastro. Totale. Incondizionato. Onnicomprensivo.
Il secondo capitolo della saga cinematografica delle quattro sdoganatrici televisive del sesso dal punto di vista femminile annienta ogni rimasuglio della storica, splendida serie targata HBO e sprofonda nella più ripugnante, offensiva e soporifera versione delle supposte problematiche che "le" quarantenni (e cinquantenni) dovrebbero affrontare al giorno d'oggi.
E dire che io non facevo parte di chi due anni fa aveva già stroncato il primo atto sul grande schermo delle quattro glam-girl più famose di New York City.
Questa volta però si sono superati davvero tutti i limiti: dai costumi realmente agghiaccianti di una Patricia Field che ha ormai trasceso il paradosso del colore, alle scenate assolutamente ributtanti di una volgarissima Samantha; dai fastidiosi e ingiustificati mugugni di una Parker sempre più tirata alle noiosissime e anacronistiche trovate per giustificare un improbabile e fittizio viaggio ad Abu Dhabi.
Insomma, una catastrofe. Per giunta, con un presagio: la terza (e si spera conclusiva) pellicola è già in cantiere per una possibile uscita nel 2012. Cosa ci propinerà il buon Michael Patrick King? Un viaggio sulla Luna alla ricerca dell'eterna giovinezza? Una versione trendy e up-to-date di "Senilità" di Italo Svevo?
La certezza per quanto mi riguarda è una sola: che NON andrò al cinema a vederlo...

05 giugno 2010

In Memoriam: Lynn Redgrave (1943-2010)

Colpevolmente in ritardo, pubblico il terzo annuncio "funebre"di fila per celebrare una grandissima attrice, sconosciuta ai più (la sorella Vanessa le ha praticamente "rubato" la scena per tutta la vita), mancata nella notte tra il 2 e il 3 maggio, giorno in cui sono stato ricoverato in ospedale per un piccolo intervento: non ne ho pertanto saputo nulla fino alla lettura dell'ultimo Ciak, e la notizia mi ha lasciato francamente di stucco.
Vincitrice di due Golden Globe e nominata a due Oscar, Lynn Redgrave è stata realmente apprezzata forse solo dopo aver compiuto i cinquanta, grazie a diverse indimenticabili apparizioni in svariati tv show e soprattutto ad un ruolo che, nel 1998, le ha permesso di sfiorare l'Academy Award: quello della governante Hanna nello strepitoso Demoni e dei di Bill Condon.
Attivissima a teatro, Lynn ha ricevuto nel 2002 l'OBE (Officer of the Order of British Empire) per i suoi servigi nei confronti dell'arte drammatica britannica.
Una grandissima caratterista, una straordinaria presenza scenica: non dimentichiamola.

30 maggio 2010

In Memoriam: Dennis Hopper (1936-2010)

Aveva compiuto da poco 74 anni Dennis Hopper, l'attore e regista simbolo della generazione hippy americana, deceduto poche ore fa nella sua casa di Venice, in California. Hopper era da tempo ammalato di tumore alla prostata.
Il suo nome resterà per sempre legato a "Easy Rider", film simbolo della ribellione giovanile degli anni Sessanta di cui fu sia attore (insieme a Peter Fonda e Jack Nicholson) che regista, ma la sua carriera iniziò molto prima, addirittura nel 1955 con una parte in altri due film-mito: Gioventù bruciata e Il Gigante, entrambi con James Dean.
Indimenticabile infine il suo personaggio del fotografo pazzo alla corte di Marlon Brando-Colonnello Kurtz in Apocalypse Now.

29 maggio 2010

In Memoriam: Gary Coleman (1968-2010)

Era semplicemente Arnold.
A undici anni, una delle stelle televisive più famose e pagate del globo. Poi, in età adulta, pochi invisibili ruoli e il quasi anonimato.
Gary Coleman, nato nell'Illinois due anni prima del sottoscritto, conquistò grazie alla celeberrima frase "Che cosa stai dicendo, Willis?" il cuore di tutti noi ragazzini dei primi anni ottanta.
E devo dire che fa un certo effetto pubblicare l'annuncio della sua morte, avvenuta ieri nello Utah a causa di un emorragia cerebrale: l'immagine che ho e avrò sempre di questo piccolo grande caratterista è infatti lontanissima da quella di un manifesto funebre.
Per questa ragione vorrei ricordarlo com'era, ai tempi de "Il mio amico Arnold" (Diff'rent Strokes in originale): beffardo e tremendamente simpatico.
Addio per sempre, Gary.

26 maggio 2010

Hollywood Party (The Party)

Sì, è proprio quello del 1968.
Sì, è proprio quello di Blake Edwards con Peter Sellers nel ruolo di Hrundi V. Bakshi.
Sì, lo confesso, non l'avevo mai visto.
E sì, lo ammetto, non me ne sono mai pentito.
Ieri, grazie al satellite e a una serata tranquilla e di giusta predisposizione, ho deciso di affrontare la visione di questa pietra miliare della commedia concepita per il grande schermo, osannata dai critici e lodata in modo sperticato dalla stragrande maggioranza degli amici (cinefili e non).
Ebbene, a dirla tutta, alla fine ero, in una parola, disorientato.
Innanzitutto tengo a precisare che ho una sorta di adorazione mista a timore reverenziale nei confronti di uno dei più grandi cineasti "leggeri" di tutti i tempi, e cioè il regista e sceneggiatore della pellicola in questione: il mitico Blake Edwards, capace di creare uno dei miei film culto, il fantasmagorico Victor Victoria. Non mi riesce quindi facile ipotizzare qualsivoglia atteggiamento di critica nei suoi confronti, stante il fatto che le situazioni presentate da The Party (questo il titolo originale) sono state poi letteralmente e/o pedissequamente imitate in migliaia di prodotti degli ultimi quarant'anni, a cominciare dal nostro grandissimo Paolo Villaggio.
Il film, di conseguenza e con molta probabilità, mi ha lasciato interdetto per le enormi aspettative e per l'aura di capolavoro che lo ha inevitabilmente avvolto negli ultimi quattro decenni: ho riso, mi sono divertito e ho apprezzato la recitazione sottilmente catastrofica di uno straordinario Sellers, ma non me la sento di farmi etichettare come "figlio di MTV" dal Mereghetti, che ha così apostrofato l'audience che trova questa pellicola "lenta". Piuttosto, mi sento figlio degli anni ottanta e di tutti i prodotti di dubbio gusto comico che la televisione italiana ci ha propinato a ripetizione anzichè proporci questo cristallino trattato di comedy allo stato puro, che mi avrebbe permesso di apprezzare i veri autori di alcune tra le più esilaranti gag di tutti i tempi (ricordate il tordo di Fantozzi a cena dalla contessa Serbelloni? Ecco, date un'occhiata alla scena del pollo sulla tiara della ragazza bionda e capirete molte cose...).

24 maggio 2010

Cannes 2010: Elio Germano miglior attore

Alla sessantatreesima edizione del Festival di Cannes, la giuria presieduta dal regista americano Tim Burton ha deciso di premiare in qualità di Miglior Attore (ex-aequo con Javier Bardem) il nostro Elio Germano, 23 anni dopo Mastroianni (vincitore nel 1987 per Oci Ciornie di Michalkov): un grandissimo onore per il bravissimo trentenne romano, ormai proiettato nel gotha europeo della recitazione.
Ciò che fa accapponare la pelle è che il principale spazio quotidiano d'informazione televisiva, il Tg serale di RaiUno, abbia censurato il discorso del nostro attore additando "disservizi tecnici" proprio durante il brevissimo speech di Elio Germano... Al signor Minzolini, più che scandaloso direttore di un telegiornale che sta rasentando gli estremi della propaganda dittatoriale, un sentito ringraziamento.
Di seguito, ovviamente, il discorso NON censurato del nostro grandissimo attore.

08 maggio 2010

David di Donatello 2010: i vincitori

Ieri, all'Accademia del cinema di Roma, sono stati assegnati gli Oscar del cinema italiano, i David di Donatello. Delle cinque pellicole che quest'anno si sono contese il maggior numero di candidature ha prevalso Vincere di Marco Bellocchio che ha vinto ben 8 premi per regia, fotografia, montaggio, scenografia, costumi, trucco, acconciatore ed effetti speciali. L'uomo che verrà di Giorgio Diritti si aggiudica però la statuetta per il miglior film, insieme al produttore e al fonico in presa diretta.
La prima cosa bella di Paolo Virzì, il favorito di questa 54ma edizione con ben 18 candidature, ha vinto per la miglior sceneggiatura e per i migliori attori protagonisti: Valerio Mastandrea e Micaela Ramazzotti, mentre Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek, forte del successo al Tribeca Film Festival di New York, nel quale ha vinto la Menzione Speciale della giuria, si è portato a casa le statuette per entrambi gli attori non protagonisti: Ilaria Occhini ed Ennio Fantastichini.
Grande delusione per Baarìa di Giuseppe Tornatore che delle 14 candidature ricevute si porta a casa solamente il David per le musiche di Ennio Morricone, oltre al David Giovani. Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino è stato premiato come miglior film straniero, mentre Il concerto di Radu Mihaileanu ha vinto come miglior film dell'Unione Europea.

Di seguito il riepilogo di tutti i premi (qui l'intero lotto delle candidature):
Miglior Film: L'uomo che verrà di Giorgio Diritti
Miglior Regista: Marco Bellocchio per Vincere
Miglior Regista Esordiente: Valerio Mieli per Dieci inverni
Miglior Sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì, Giorgio Diritti e Giovanni Gavalotti per La prima cosa bella
Miglior Produttore: RAI Cinema per L'uomo che verrà
Miglior Attrice Protagonista: Micaela Ramazzotti per La prima cosa bella
Miglior Attore Protagonista: Valerio Mastandrea per La prima cosa bella
Miglior Attrice non Protagonista: Ennio Fantastichini per Mine vaganti
Miglior Attore non Protagonista: Ilaria Occhini per Mine vaganti
Miglior Direttore della Fotografia: Daniele Ciprì per Vincere
Miglior Musicista: Ennio Morricone per Baarìa
Miglior Canzone Originale: Baciami ancora di Jovanotti per Baciami ancora
Miglior Scenografo: Marco Dentici per Vincere
Miglior Costumista: Sergio Ballo per Vincere
Miglior Truccatore: Franco Corridoni per Vincere
Miglior Acconciatore: Alberta Giuliani per Vincere
Miglior Montatore: Francesca Calvelli per Vincere
Miglior Fonico di Presa Diretta: Carlo Missidenti per L'uomo che verrà
Migliori Effetti Speciali Visivi: Paola Trisoglio e Stefano Marinoni di Visualogie per Vincere
Miglior Film dell'Unione Europea: Il concerto di Radu Mihaileanu
Miglior Film Straniero: Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino
Miglior documentario lungometraggio: La bocca del lupo di Pietro Marcello
Miglior cortometraggio: Passing Time di Laura Bispuri
David Giovani: Baarìa di Giuseppe Tornatore

26 aprile 2010

Agora

Quarto secolo dopo Cristo: nella città di Alessandria d'Egitto, santuario della scienza e della cultura del mondo antico, la filosofa e astronoma Hypatia (Rachel Weisz), figlia del direttore della Biblioteca, trasmette i suoi insegnamenti ad un gruppo di allievi di diversa estrazione sociale e religiosa; persino al suo schiavo Davus (Max Minghella) è concesso di assistere alle lezioni, e di presentare i suoi modelli del sistema tolemaico. Nel frattempo, la città scivola inesorabilmente nell'agitazione: il numero di cristiani sta salendo vertiginosamente, e soprattutto gli umili e gli schiavi sono sedotti dalla parola di Gesù Cristo e dal carisma dei Parabolani, una sorta di setta monacale che opera per la sottomissione del paganesimo (e del giudaismo) alla religione cristiana...
Alzi la mano chi, prima del 2009, anno di lancio di questa quinta fatica di Alejandro Amenábar, conosceva il nome e le vicissitudini di tal Hypatia d'Alessandria. Il sottoscritto, assolutamente no. E anche nei volumi enciclopedici classici (non le nuove frontiere del web stile Wikipedia), il nome della grandissima scienziata e astronoma compare con non più di una decina di righe sul suo conto. Pertanto, un primo sentito ringraziamento va al regista spagnolo, che ha avuto il coraggio e la "lucida follia" di portare a conoscenza del grande pubblico la vicenda di questa donna illuminata ed ovviamente incompresa.
Il secondo grazie nei confronti di Amenábar è per l'ardire nella scelta di un cast multietnico, in cui l'unico nome di una certa notorietà è quello dell'attrice protagonista Rachel Weisz (Oscar 2006 per The Constant Gardener); per il resto, tanti semisconosciuti o totali newcomer, che si sono davvero ben comportati in ruoli di responsabilità e/o credibilità storiche.
Il terzo ed ultimo ringraziamento, suggerito dal mio amico Fabio, va alla versatilità di questo regista, capace di passare da un giallo introspettivo come Apri gli occhi ad un thriller onirico come The Others, da un prodotto intimista come Mare dentro a questo pamphlet a metà trà il peplum e la celebrazione storiografica.
Detto questo, bisogna però riconoscere che Agora non è un film del tutto riuscito.
Le scene di battaglia (ivi compresa la distruzione della storica biblioteca di Alessandria), ad esempio, pur ben girate in campo lungo o nelle riprese dall'alto, non hanno alcun respiro epico e spezzano il ritmo più che alzarlo; gli avvenimenti, poi, si susseguono in modo piuttosto meccanico, senza fluidità; il difetto più grave è rappresentato comunque dalla scarsa profondità data ai protagonisti dallo script dello stesso regista: paradossalmente, il solo personaggio dotato di una certa credibilità caratterial-emotiva è l'unico creato ex-novo da Amenábar, lo schiavo Davus, ottimamente interpretato da Max Minghella, figlio del compianto Anthony, e autore insieme a Hypatia-Rachel Weisz della scena più intensa ed emozionante dell'intera pellicola.
In definitiva un film da vedere, più per la curiosità rappresentativa di una figura sconosciuta ai più che per il valore cinematografico della pellicola stessa.
Comunque, un prodotto ben al di sopra della media dei film di genere.

23 aprile 2010

Un amore senza tempo (Evening)

Tratto dal pluripremiato romanzo di Susan Minot, Evening (il titolo italiano è quanto di più ovvio e scontato esista) racconta la storia di Ann Grant (Vanessa Redgrave anziana, Claire Danes ragazza) che, bloccata a letto da un tumore in fase terminale, ricorda gli episodi salienti della sua vita, a cominciare dall'incontro con l'amore più importante della sua vita, avvenuto in occasione del matrimonio della sua migliore amica, avvenuto molti anni prima su un'isolotto del Maine. Tra sogno, ricordi e realtà, la donna ne approfitta per fare un bilancio della sua vita in compagnie delle due figlie (Natasha Richardson e Toni Collette) che l'accompagnano nel suo ultimo viaggio...
Oltre alle sopracitate attrici, gli altri illustrissimi nomi di questo polpettone rigido e banalissimo sono: Meryl Streep, Glenn Close, Eileen Atkins e gli emergenti Hugh Dancy (che proprio sul set di questo film conobbe l'attuale moglie Claire Danes) e Patrick Wilson. In tutto nove pezzi da novanta (più Mamie Gummer, figlia di Meryl Streep, al primo ruolo importante), che infatti campeggiano in primissimo piano nella locandina, per un risultato francamente ben al di sotto della sufficienza.
Lajos Koltai, stimato direttore della fotografia, cade infatti nelle più triviali e glicemiche trappole del melodramma, confezionando un prodotto che in un paio di occasioni sfocia anche nel ridicolo involontario (i viaggi onirici della moritura): non è in grado di dirigere un cast a dir poco stellare, non ha il senso del ritmo e soprattutto non sa dove collocare un po' di spessore emotivo in una sceneggiatura da romanzi Harmony (con tutto il dovuto rispetto).
Una pellicola tranquillamente evitabile, con musiche belle ma poco originali del premio Oscar Jan A.P. Kaczmarek e con troppi tramonti, la maggior parte dei quali vietata ai diabetici.
Un'ultima considerazione: fa veramente stringere il cuore vedere Natasha Richardson (al suo terz'ultimo film), figlia di Vanessa Redgrave nella vita e nel film, stringere la mano alla madre morente (nella finzione), quando a lasciarci è stata lei (davvero), poco più di un anno fa.

22 aprile 2010

I 101 anni di Rita Levi Montalcini

Non c'entrerà nulla con la settima arte, ma come giustamente suggerito dalla mia cara amica Silvana, mi sembra doveroso celebrare i 101 anni di una delle più grandi scienziate che l'Italia abbia mai avuto, vincitrice del premio Nobel per la Medicina nel 1986 per l'intuizione dei fattori della crescita nello sviluppo umano.
Nata a Torino il 22 aprile 1909, Rita Levi Montalcini ha ricevuto sei lauree honoris causa ed è stata, lo scorso anno, l'unico premio Nobel della storia a varcare la soglia dei cent'anni.
Senatore a vita dal 2001, la dottoressa Montalcini ha reso e rende orgogliosi i piemontesi e gli italiani nel suo indefesso lavoro e nelle sue costanti iniziative di stampo sociale.
Celebriamola quindi nel suo intervento, nell'autunno 2008, alla trasmissione di Fabio Fazio "Che tempo che fa". Qui e qui la seconda e terza parte dell'intervista.
Buon compleanno, dottoressa.

19 aprile 2010

Invictus

Sudafrica, 1994. Nelson Mandela (Morgan Freeman) è il presidente eletto del Sud Africa. Il suo intento primario è quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale. Per far ciò si deve scontrare con forti resistenze sia dalla parte dei bianchi che da quella dei neri. Ma Madiba, come lo chiamano rispettosamente i suoi più stretti collaboratori, non intende demordere. C'è uno sport molto diffuso nel paese, il rugby, e c'è la squadra nazionale, gli Springboks, che catalizza l'attenzione di tutti, sia che si interessino di sport sia che non se ne occupino. Perché gli Springboks, compagine formata da tutti bianchi con un solo giocatore nero, sono uno dei simboli dell'apartheid. Mandela decide di puntare proprio su di loro in vista dei Mondiali di rugby che si stanno per giocare in Sudafrica nel 1995. Il suo punto di riferimento per riuscire nell'operazione di riunire la Nazione intorno alla squadra è il suo capitano François Pienaar (Matt Damon).
Dopo due prodotti che hanno sfiorato l'appellativo di capolavoro (l'intensissimo Changeling e lo splendido Gran Torino), Clint Eastwood, autentico maestro dell'arte registica soprattutto negli ultimi vent'anni, sceglie la strada della quasi agiografia nel descrivere la figura del leader sudafricano e la sua dedizione (mirata per fini politici) nello spingere un intero paese ad appassionarsi allo sport della palla ovale in occasione del primo evento di portata mondiale ospitato dal Sudafrica dopo l'era dell'apartheid.
Lo stile è asciutto, la sceneggiatura è essenziale (e fortunatamente mai buonista) e l'approccio alla vicenda è privo di qualsivoglia faziosità: l'insieme, però, non ha la consueta forza delle ultime fatiche del regista californiano, a mio avviso. Il motivo è forse da ricercarsi nella vicenda stessa, che parla di unione, di compromessi in positivo, di adattamento e di esaltazione: nel cinema di Eastwood, sebbene la speranza faccia spesso capolino al termine di vicende altamente drammatiche, i temi sopracitati non sono certo di casa. Certo è che la capacità narrativa del regista attraverso la cinepresa resta assolutamente sopraffina, di pari passo con la direzione degli attori. Morgan Freeman è infatti mimeticamente strepitoso, recitando in sottrazione e finendo per assomigliare inequivocabilmente a Mandela, mentre Matt Damon esprime con la giusta fisicità il difficile ruolo del capitano della nazionale di rugby. Non sono comunque da dimenticare tutti i comprimari, dallo staff presidenziale alle guardie del corpo, dai "giocatori" ai ragazzini delle township.
In definitiva, un film gradevolissimo e indiscutibilmente appassionante nelle battute finali che vale sicuramente la visione: più in dettaglio, un piccolo passo indietro di uno dei più grandi registi del nostro tempo. Che resta tale.

15 aprile 2010

Ponyo sulla scogliera (Gake no ue no Ponyo)

Dalle profondità del mare emerge una pesciolina rossa a bordo di una medusa. Rimasta intrappolata in un barattolo di vetro, viene soccorsa e liberata da Sosuke, un bimbo di cinque anni che vive con la madre in cima alla scogliera. La gratitudine della pesciolina, che Sosuke battezzerà col nome di Ponyo, si trasforma in tenera amicizia. L'idillio viene però interrotto dall'intervento di Fujimoto, padre di Ponyo e padrone-stregone dei fondali marini...
Ponyo sulla scogliera è il terzo lungometraggio realizzato da Hayao Miyazaki nel nuovo millennio, dopo il meraviglioso La città incantata (vincitore di un sacrosanto Oscar) e dello snobbato ma apprezzabilissimo Il castello errante di Howl.
Ovvio che fossi più che curioso di recuperare questa sua opera, pur consapevole del fatto che lo stesso Miyazaki aveva parlato di un ritorno alle origini a tutto tondo: niente computer graphic, trama orientata ad un pubblico underage, messaggio ecologista molto made-in-Japan rivolto alla preservazione della fauna marina.
Francamente, però, non pensavo che la pellicola potesse farmi storcere il naso a tal punto, soprattutto dopo aver letto le unanimi critiche del globo, che tessevano sperticatissime lodi al presunto ennesimo capolavoro di Miyazaki.
Invece, a mio parere, Gake no ue no Ponyo (letteralmente, Ponyo sulla cima della scogliera), è un prodotto irrisolto, visivamente ineccepibile (l'animazione tradizionale ha sempre il suo incredibile fascino) ma strutturalmente flebilissimo, con rari momenti di autentica emozione.
A fatica, sono riuscito a trovare un pensiero assolutamente identico al mio, quello di Chris Tookey dal Daily Mail online, di cui riporto una breve sintesi: "Ponyo is Miyazaki's version of The Little Mermaid and shows some of his strengths - in particular, his use of colour, hallucinatory visuals and unbridled imagination. Unfortunately, it also suffers from his weaknesses: a fragmentary, unstructured plot, a confused, ecological message and dialogue that verges on banality. There is much mumbo-jumbo about the need to keep nature in balance, but not much clue as to how this connects to the love of two five-year-olds from different species, or why the future of the world depends on their friendship."
Purtroppo, se devo essere sincero, dal duemila in poi la strada che Miyazaki ha intrapreso non ha incontrato i miei favori, dato che in nove anni si è passati da un capolavoro a un film appena carino, passando per una buona (ma non eccezionale) pellicola.
A luglio, infine, uscirà in Giappone la sua ultima fatica di cui non so assolutamente nulla: cosa dovremo attenderci? Davvero non saprei dirlo...

In Memoriam: Raimondo Vianello (1922-2010)

Avrebbe compiuto 88 anni il 7 maggio.
Uno dei più grandi volti della commedia televisiva e cinematografica che l'Italia abbia avuto in tutta la sua storia però non ce l'ha fatta.
Si è spento in mattinata a Milano ancora con i suoi 87 anni.
Per quanto mi riguarda, Raimondo Vianello, insieme alla moglie Sandra Mondaini, rappresentava l'essenza stessa dell'intrattenimento televisivo anni settanta e ottanta: un must, una sorta di icona insostituibile del piccolo schermo. Mi ha accompagnato infatti fin dai primissimi anni in cui ho iniziato a prendere confidenza con il tubo catodico, a cominciare dall'esilarante sigla finale di "Noi... no" in cui interpetava un Tarzan decisamente inetto, fino alle ultime apparizioni televisive, in cui peraltro appariva già molto provato.
Oggi è uno di quei giorni in cui è giusto che sulle testate (web e non) si parli solo di quest'uomo e del suo genio.
Addio, Raimondo.

02 aprile 2010

Inkheart

Helen Mirren (premio Oscar), Jim Broadbent (premio Oscar), Brendan Fraser, Paul Bettany, Sienna Guillory, Andy Serkis più Jennifer Connelly (premio Oscar) in un cameo: questo il cast di Inkheart.
Di conseguenza si può intuire l'ovvia curiosità di recuperare l'adattamento fantasy dell'omonima prima parte della trilogia della teutonica Cornelia Funke.
Detto questo, mai in tempi recenti tal curiosità si è rivelata più disattesa.
La pellicola di Iain Softley, infatti, oltre ad essere stata girata dallo stesso regista con piglio svogliatissimo (si vedano le presunte colluttazioni tra "buoni" e "cattivi"), è un'accozzaglia di luoghi comuni, paesaggi cartolineschi e buoni sentimenti che all'inizio annoiano, poi infastidiscono per poi capitolare nel ridicolo involontario più becero.
Insomma, un'autentica catastrofe.
In poche parole, la trama: Mortimer "Mo" Folchart (Fraser) è un rilegatore di libri. Una notte, leggendo un libro fantasy intitolato Inkheart, sua moglie Resa (la Guillory) scompare misteriosamente. Nove anni dopo, Mo vive con la figlia dodicenne passando la maggior parte del suo tempo alla ricerca di volumi antichi da restaurare. Il ricordo di Resa è ancora presente in lui, ma da quando sua moglie è scomparsa non ha più letto nulla ad alta voce, conscio di essere un Lingua di Fata, ossia di poter trasportare sulla Terra i personaggi dei libri. È un dono pericoloso, però, perché ogni volta che il personaggio di un libro arriva nel mondo reale, una persona reale prende il suo posto nelle pagine del libro, come successe a Resa. In una vecchia libreria nei pressi di Zurigo, Mo trova una copia di Inkheart e subito viene avvicinato da Dita di Polvere (Bettany), personaggio che lui stesso ha portato fuori dal libro, il quale lo avverte che il malvagio Capricorno (Serkis) e i suoi scagnozzi sono sulle sue tracce...
Fermo restando che l'opera della Funke potrebbe anche rivelarsi un'ottima lettura per ragazzi, non credo davvero che ci sia una sola infinitesimale parte salvabile nella pellicola, che oltretutto non riesce neanche per un secondo a trasmettere quel sottofondo magico che immagino pervada il romanzo.
Meglio rifugiarsi in un film per un target simile, ma con meno pretese di cast e soprattutto molto più godibile quale Le cronache di Spiderwick.
Nota di cronaca: il film è girato tra Entracque (CN), l'entroterra ligure e Alassio (SV). Ma anche questo non è bastato.
Una sonora perdita di tempo: lasciate perdere.

30 marzo 2010

Note da brivido...

Tema sfruttatissimo in ambito sportivo (soprattutto nel pattinaggio artistico), la partitura di Clint Mansell per il film Requiem for a dream, che non ho visto e devo assolutamente recuperare, è un sublime pugno nello stomaco: una sorta di esaltazione in crescendo di energia ansiogena che fa sicuramente presagire la tematica della pellicola.
Da ascoltare a ripetizione in religioso silenzio.

27 marzo 2010

Memorie dell'Anello...

Senza una precisa ragione, probabilmente solo per nostalgia, pubblico il super-trailer celebrativo dell'intera saga del "Signore degli Anelli".
Per chi conosce la trilogia a memoria, un'occasione per emozionarsi ancora.
Per chi non la conosce, un modo per scoprirla.
Per chi non la ama, una via per apprezzarla.
Buona visione.

22 marzo 2010

Alice in Wonderland (RealD 3D)

Alice teme di essere pazza. Da quando è piccola continua a fare sempre lo stesso sogno, non sta mai attenta quando le parlano, è diversa dal resto della buona società che frequenta e non si integra nelle regole del suo mondo. Affinchè non rimanga zitella come la zia, che senza marito pazza lo è diventata sul serio, i parenti le combinano il matrimonio con un ottimo partito: un giovanotto integrato, conformato, di nobile lignaggio e con qualche problema digestivo. Al grande ricevimento nel quale le verrà fatta la proposta però le visioni di Alice si fanno insistenti, il ticchettio di un orologio sembra ossessionarla e sul più bello vede comparire un coniglio in doppiopetto che le indica che è oramai tardi. Alice lo segue nella sua tana e finisce in quel mondo che aveva sognato fin da piccola, dove scopre che esiste una profezia...
Alice in Wonderland, ennesima rivisitazione gotica da parte di uno dei registi più "visionari" del cinema moderno, è, semplicemente, un fallimento totale e senza appelli.
Anzi, per il budget utilizzato, le star impiegate, l'hype creatosi e tutto il resto, non si può definire un banale fallimento: il film di Burton è una sacrosanta porcheria.
Anzi, una volta tanto lasciatemi utilizzare un accenno di turpiloquio: Alice in 3D è davvero una cagata pazzesca (citando il leggendario Paolo Villaggio).
Inimmaginabilmente orrido.
Incommensurabilmente inutile.
Impensabilmente fastidioso.
Non so realmente da dove iniziare per descrivere una simile pellicola; meglio utilizzare una sorta di "stream of consciousness" senza ordine né logica particolare: la regia è piattissima, quasi svogliata; Johnny Depp è antipaticissimo e decisamente insopportabile nella sua ripetitività gigionesca; il personaggio di Alice è tristemente scialbo e l'attrice che lo interpreta è seriamente inespressiva; il 3D, realizzato in postproduzione, non aggiunge assolutamente nulla al presunto piacere visivo; le musiche del fedele Danny Elfman sono uno stanchissimo patchwork di tutte le colonne sonore precedenti; la sceneggiatura è inizialmente noiosissima per poi sprofondare nella mera idiozia (negli ultimi trenta minuti circa).
Qualche pro? Beh, giusto un paio: la Bonham Carter e la Hathaway si sforzano parecchio nei panni delle due regine e riescono a regalare qualche momento di sporadico divertimento, e i candelabri, i tavoli ed altro ancora retti da scimmiette e ranocchi sono a tratti esilaranti.
Il momento più basso? La "deliranza", il ballo in cui si esibisce Johnny Depp verso la sospiratissima fine del film: mai avrei pensato che Burton potesse concepire una simile iniquità. Da nascondersi all'istante dalla vergogna.
Insomma, un film di un'inutilità imbarazzante che credo rappresenti il più brutto prodotto che io abbia avuto la sfortuna di vedere nell'ultimo paio d'anni.
ASSOLUTAMENTE da evitare.

17 marzo 2010

Underworld: la ribellione dei Lycans

Un millennio prima degli scontri raccontati in Underworld (ottimo) e Underworld: Evolution (più che discreto) ha origine l'eterna lotta tra vampiri e lupi mannari. La storia d'amore tra Sonja (Rhona Mitra) e Lucian (Michael Sheen), la furiosa opposizione del temibile Viktor (Bill Nighy) e l'affermazione dell'autonomia dei licantropi dalla schiavitù impostagli dai vampiri sono ciò che poi porterà agli scontri più moderni. Nati quasi per caso come frutto di una particolare evoluzione e fioriti a partire dalla volontà dello stesso Viktor di avere una guardia personale che fosse più potente e controllabile dei semplici lupi, i licantropi acquistano autonomia guidati da Lucian, l'amante proibito di Sonja e il guerriero mitico che ha dato il via all'eterna lotta.
Il terzo capitolo di una saga fantahorror che io personalmente trovo gradevolissima è in realtà un prequel mal girato, mal recitato, decisamente noioso e tecnicamente scadente.
Se nei primi due episodi infatti la storia appariva fluida e i personaggi sciorinavano un carisma piuttosto coinvolgente, in questo terzo annacquatissimo polpettone neanche gli effetti visivi riescono a sollevare il morale: fondali troppo scuri, trasformazioni risibili, battaglie al limite del ridicolo. E poi la Mitra non vale neanche un capello della splendida Kate Beckinsale...
Un'occasione persa e francamente inutile: se avete amato i primi due film, lasciate perdere. Se non li avete amati, correte a gambe levate...