Parigi, inizio del Ventesimo secolo. Uno degli elementi catalizzatori delle nuove energie sono (come peraltro in passato) le cosiddette cortigiane. Prostitute di alto livello, partecipano della vita delle classi più elevate. Tra di loro ha un ruolo particolare Léa (Michelle Pfeiffer) che, ancora assolutamente attraente, si è ritirata a vita privata senza alcun rimpianto. Un giorno Madame Peloux (Kathy Bates, sempre più pingue), un tempo seducente collega e ora donna priva di fascino, le presenta il figlio (Rupert Friend) che non sembra avere altro nome se non l'appellativo materno "Chéri". Il giovane è inesperto e Léa dovrebbe, per così dire, 'svezzarlo'. Ma lo svezzamento si trasforma in ben altro...Tratto da due novelle di Colette, adattato da Christopher Hampton e diretto da Stephen Frears (di nuovo insieme dopo quel capolavoro assoluto che è Le relazioni pericolose), Chéri è un film che, nonostante il risaputissimo plot, non delude.
ll merito, a mio parere, va equamente diviso in tre parti ben distinte: la durata, lo script e Michelle Pfeiffer.
Innanzitutto, la durata: trasporre due noiosetti romanzi di Colette concentrandoli in un'ora e mezza è, di questi tempi, un pregio assolutamente da non trascurare; qualche discutibile sforbiciata c'è stata (il finale è davvero un po' troppo raffazzonato), ma il risultato è di una scorrevolezza inappuntabile.
Poi, lo script: Hampton, letteralmente magistrale nella già citata trasposizione di Choderlos de Laclos, si conferma autentico buongustaio nella scelta dei più piccoli particolari verbali per descrivere anche le situazioni più comuni o trascurabili (vedi la giovanissima moglie di Chéri).
Infine, lei: Michelle Pfeiffer. A 51 anni, ancora di una bellezza quasi imbarazzante, catalizza l'attenzione dello spettatore con l'aggrottamento di un sopracciglio o l'accenno di una risata. Da Madame de Tourvel a Léa de Lonval il tempo per lei davvero non sembra passato.
In sintesi, una pellicola godibile, intelligente e un po' rétro, che sarebbe meglio non perdere.
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