11 gennaio 2012

J. Edgar


Dagli anni venti al 1972, l'ascesa al potere di uno degli uomini più temuti, ammirati, odiati e riveriti di tutto l'apparato istituzionale statunitense del ventesimo secolo: J. Edgar Hoover, l'ideatore e più longevo presidente del Federal Bureau of Investigation, il celeberrimo FBI. Ma anche, e soprattutto, la tormentata vita privata di un uomo capace di nascondere per un'intera esistenza i segreti che gli avrebbero rovinato l'immagine e la carriera.
J. Edgar è, in sostanza, l'analisi dettagliata e in parte romanzata di quanto descritto sopra da parte di uno dei più grandi registi del nostro tempo, the one and only Clint Eastwood.
Il mitico uomo dagli occhi di ghiaccio in questi ultimi anni ci aveva abituati a sontuose pellicole basate sull'essenzialità del plot e sull'esaltazione/sottrazione emozionale più profonda, quasi a volerci costringere a prendere posizione e riflettere su scomode vicende umane di difficile approccio (basti pensare a Mystic River, Changeling o Gran Torino): in questo caso Eastwood cambia completamente registro, si affida a Dustin Lance Black (noto affabulatore) per lo script, articola in modo quasi sincopato il montaggio e affronta di petto la mole di informazioni da elargire allo spettatore, sciorinando analisi e dettagli fin dalla primissima scena.
E, a mio avviso e a malincuore, sbaglia.
Il film infatti non ha un momento di autentica partecipazione emotiva (tranne il bel pre-finale), l'editing è assemblato in maniera caotica e anche un po' soporifera, la sceneggiatura è verbosissima e la didascalia ha purtroppo la meglio sulla descrizione costruttiva dei fatti. Non è un fallimento, sia chiaro, ma il buon Clint era solito propinarci ben altri prodotti...
Nulla da dire, invece, sullo straordinario cast che da solo vale il prezzo del biglietto: Leonardo DiCaprio (truccato piuttosto bene) è - lo dico col cuore - bravissimo, e per la prima volta credibile in ogni trasformazione fisica richiesta dal soggetto; Armie Hammer (truccato in modo pessimo) interpreta in modo encomiabile il partner (nel business e presumibilmente nella vita) di un sostanziale invasato sentimentalmente più che represso; Naomi Watts (truccata in modo splendido) è letteralmente eccezionale nella resa di una figura di apparente contorno ma di cruciale importanza nella vita di Hoover; Dame Judi Dench non ha più bisogno di aggettivi per quanto risulti aderente a qualsiasi ruolo le si proponga.
Insomma, una pellicola incompiuta ma non inconcludente, da guardare senza il tipico hype che accompagna ogni uscita di mister Eastwood.

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