Sempre più frequentemente, i critici di tutto il mondo decantano con smisurate lodi e unanimi consensi prodotti off, magari non destinati alla grande distribuzione, assurgendoli a film che meritano assoluta attenzione.Purtroppo, in casi via via più numerosi, queste pellicole finiscono per rivelarsi cocenti delusioni (vedi Il labirinto del fauno). The Constant Gardener è una di queste.
Piatto, senz'anima, ricolmo di fastidiosi virtuosismi registici, si trascina fino al termine senza un vero sussulto, retto esclusivamente dalla buona prova recitativa di Rachel Weisz (premiata con l'Oscar, forse persino un po' eccessivo), che comunque sparisce dopo 40 minuti, e da qualche struggente tramonto kenyota, fotografato peraltro in maniera troppo cartolinesca da César Charlone.
Il lato debolissimo è pertanto lo script, talmente brutto da non sembrare vero: dialoghi banalissimi, personaggi sterili, ritmo assente.
Il lato fastidioso è invece la regia di Meirelles, personaggio sicuramente egoriferito che trasla le favelas di Rio de Janeiro (era suo il bel Cidade de Deus) nei sobborghi delle città africane, utilizza filtri impropri per descrivere situazioni e luoghi e concentra la sua cinepresa su inutili dettagli che fanno tanto cinema d'essai ma non hanno un briciolo di sostanza.
In definitiva, un film da vedere solo in casi di estrema necessità o accanito amore verso il continente nero.
Che delusione.
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