Woody Allen, dal 1966 al 2009, ha girato in tutto 40 film per il grande schermo: a conti fatti, poco meno di uno all'anno.In totale ne ho visti 12, che rappresentano, incredibile a dirsi, neanche un terzo della sua produzione.
Per fare un paragone, James Cameron, il celeberrimo regista dell'altrettanto celeberrimo Titanic, ha diretto 8 film (di cui uno non ancora in sala) in 31 anni. Li ho visti tutti, e sono 7...
Fare cinema, quindi, è sostanzialmente una questione d'approccio al prodotto che vuoi realizzare e ai messaggi che vuoi trasmettere. E Woody Allen, in quest'ultimo campo, non ha probabilmente eguali, sia in termini di attualità che di originalità.
Il più famoso regista ebreo newyorchese ha attraversato diverse fasi artistiche nella sua quarantennale carriera, tutte strettissimamente legate ai discussi avvenimenti che hanno caratterizzato la sua non convenzionale esistenza.
Sintomatico il fatto che le pellicole di Allen che hanno maggiormente catturato la mia attenzione al punto dal trascinarmi al cinema, a parte qualche classico (Manhattan, Amore e guerra, Commedia sexy...), si collocano nei primi anni 90 (fino al '95 circa) e poi a partire dal 2005 e dallo strepitoso Match Point.
Ovvio constatare che nel periodo più buio della sua vita (la separazione da Mia Farrow e tutto il resto), Allen era attraversato da idee confuse e un po' fini a loro stesse, che puntualmente si ripercuotevano nei suoi lavori (uno su tutti, il brutto e noiosissimo Celebrity).
Negli ultimi cinque anni sembra che il più famoso regista di Brooklyn abbia realizzato l'importanza di trasmettere messaggi meno di nicchia e più rivolti al grande pubblico (sempre con certe limitazioni, ovviamente), sciorinando una versatilità di soggetti mai vista prima.
Dal già citato Match Point (dramma teso e rabbioso) all'angosciantissimo Sogni e delitti (Cassandra's Dream) passando per il nostalgico Vicky Cristina Barcelona (che non ho particolamente apprezzato), giungiamo quindi fino alla sua ultima, esilarante opera: Basta che funzioni (Whatever Works).
Interpretata dal sarcastico comico americano Larry David, nuovo alter ego di Allen, la pellicola inizia in modo ostico (un lungo monologo del protagonista con sguardo rivolto al pubblico in sala), si schiude lentamente con l'entrata in scena dell'ochetta Evan Rachel Wood, per poi esplodere nella parte centrale e soprattutto nel bellissimo finale, molto più profondo ed intriso di significati (come al solito) di quanto non possa sembrare a prima vista.
Strepitosi gli attori (magistralmente diretti ancora una volta da Allen), a cominciare dall'antipaticissimo David (decisamente più indisponente ed egoriferito dell'Allen dei tempi d'oro), autore ed interprete dell'acclamata serie tv Curb Your Enthusiasm, fino a Evan Rachel Wood, rivelazione di Thirteen e Across the Universe, capace di risultare credibile e davvero divertente nel suo primo ruolo importante in una commedia.
Ancora una volta, fenomenale la strepitosa caratterizzazione bifronte di Patricia Clarkson, attrice assolutamente sottostimata, che meriterebbe un riconoscimento importante più che dovuto e meritato.
Molto ricercate (nonostante l'apparenza) le scenografie del grandissimo Santo Loquasto e veramente mozzafiato alcuni scorci di New York, che solo il regista americano è in grado di cogliere.
Cos'altro aggiungere? Che vale davvero la pena correre al cinema a vederlo: alcune battute valgono l'intero prezzo del biglietto.
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