Circa un anno fa, Le vite degli altri sbancò i Deutscher Filmpreis (gli Oscar tedeschi) aggiudicandosi sette riconoscimenti su undici candidature. Essendo una kermesse di stampo nazionale, il fatto non ebbe alcun tipo di eco sulla scena europea e tantomeno mondiale.A dicembre la pellicola vinse, non proprio da favorita, l'European Film Award come miglior film, aggiudicandosi altri due award su un totale di sei nomination. Dato che il suddetto premio non ha ancora alcun credito nell'ambiente cinematografico, la vittoria passò del tutto inosservata.
Due mesi fa, tra sguardi attoniti di sorpresa, l'opera prima di Florian Henckel von Donnersmarck vinse l'Oscar come Miglior Film Straniero e conquistò finalmente l'attenzione degli addetti ai lavori, o perlomeno di quelli che non si erano ancora disturbati a considerare questo film degno di attenzione.
34 premi vinti su un totale di 44 possibili (non sto ad elencare l'incredibile serie di festival cinematografici in cui il film ha trionfato).
Cifre impressionanti. Per un film davvero impressionante.
Diretto, come già detto, dal talentuoso regista di Colonia (ma da genitori fuggiti dalla Germania Est), il film è sostanzialmente uno sguardo realistico e un po' rétro alla DDR pochi anni prima della caduta del muro di Berlino. Il tutto attraverso gli occhi di un agente della Stasi (la terribile polizia segreta del regime socialista) che vedrà vacillare il proprio credo politico e sociale in occasione di un compito apparentemente di routine: tenere sotto controllo (con microfoni e telecamere) la vita di una coppia di artisti.
Trama d'altri tempi, verrebbe da pensare, ed in effetti il film, ben costruito e molto ben recitato, ricorda piuttosto da vicino le pellicole "vecchio stile" che ormai non vengono più realizzate da almeno una ventina d'anni. L'incedere, senza fronzoli, è infatti assolutamente consequenziale e lo script non si preoccupa minimamente dell'effetto sorpresa (alcuni sviluppi risultano addirittura prevedibili), quanto del modo di descrivere i fatti con accurata precisione e misurata partecipazione.
Attori e regia (un po' scolastica, ma davvero efficace) fanno il resto.
Qualche parola di Andrea D'Addio dal sito FilmUP.com: "...Un film profondo, intenso, importante tanto a livello storico quanto artistico, che si avvale delle grandi performance del terzetto di protagonisti. Su tutti Ulrich Mühe: intenso, duro e al contempo fragile nel suo lento cambiamento. La sua seconda moglie fu, al tempo, una collaboratrice della Stasi. In Germania, alla presentazione del film, gli hanno chiesto come si fosse preparato per il suo personaggio. La sua risposta è stata: 'Ho semplicemente ricordato'".
C'è bisogno di aggiungere altro?
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