16 aprile 2007

La sconosciuta

Senza indugio, lo scarno plot: in una Trieste mascherata da cittadina veneta giunge Irena, una giovane donna ucraina che, in breve tempo, trova un appartamento in cui vivere e un lavoro come domestica in una famiglia benestante. La "sconosciuta" vive segretamente con fantasmi e incubi del passato di cui teme l'improvviso ritorno. Ciò, però, non la distoglierà dall'obiettivo ultimo di riprendersi la propria vita...
E non serve sapere altro, in modo da godersi appieno l'intricato ed appassionante evolversi della pellicola, autentico colpo di genio di Giuseppe Tornatore, a diciotto anni di distanza dall'Oscar per Nuovo Cinema Paradiso e a sei dalla sua ultima fatica, il non fortunatissimo Malèna.
I meriti di questo grandissimo affresco dell'anima sono davvero molteplici, e risulta quindi arduo elencarne i meriti in modo equamente ripartito.
Riprendendo il tema appena sottolineato, ritengo sacrosanto lodare in primo luogo la regia d'alta scuola di Tornatore, che passa da raffinate geometrie sceniche a viscerali ritratti emotivi con maestria e naturalezza, dirigendo al contempo un cast stellare in modo sublime. E così facendo dimostra ancora una volta di essere davvero baciato da un talento non comune.
Tutti gli attori, come appena detto, sono in stato di grazia: la "sconosciuta" (almeno in Italia) Kseniya Rappoport, affermata attrice teatrale russa fortemente voluta dal regista siciliano, perfetta nel ruolo della protagonista; Michele Placido, immenso nella rappresentazione del suo personaggio più diabolicamente nauseabondo; i grandissimi Claudia Gerini, Alessandro Haber, Piera Degli Esposti e Pierfrancesco Favino (che adotta un credibilissimo accento veneto); l'esordiente Clara Dossena, di un'espressività disarmante; infine Margherita Buy e Angela Molina, che regalano camei d'eccezione.
Doveroso il commento sulla splendida partitura del solo ed unico Ennio Morricone, capace di costruire tre diseguali ed ugualmente efficaci temi musicali, modulati a seconda degli stati d'animo e delle situazioni in cui versa la protagonista.
Infine, poche parole d'encomio per la strepitosa fotografia di Fabio Zamarion, che ritrae tre mondi a parte scindendoli in maniera netta ed inequivocabile, grazie all'utilizzo di indovinatissime saturazioni di colore portate al limite monocromatico.
In sostanza "un film d'autore di grande carattere e di forte coinvolgimento emotivo, privo di sbavature e, anche per questo, vicino alla perfezione".
Assolutamente da non perdere, in attesa delle nomination ai David di Donatello che usciranno il prossimo 8 maggio.

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