21 novembre 2006

Marie Antoinette

Dopo la riuscita trasposizione del bel romanzo di Jeffrey Eugenides (Il giardino delle vergini suicide) e il colpo di classe di Lost in translation, alla terza prova da regista, Sofia Coppola compie un mezzo passo falso con la sua Marie Antoinette, regina troppo incolore nonostante la profusione di nuance cromatiche utilizzate nel deludente film.
Parliamo chiaro: non si tratta di un fallimento né dell'ennesima sfilata di costumi d'epoca, ma di un esperimento cinematografico che a mio avviso sa di poco.
La Coppola ha infatti dichiarato di non essere interessata alla credibilità storica, allo spaccato accuratamente riprodotto o alla descrizione caratterialmente dettagliata di uno dei personaggi più controversi della storia, bensì al ritratto estraniante di una ragazzina strappata ai propri affetti a soli 14 anni, e all'indolente incedersi della sua esistenza a corte, a Versailles: alla fine, il risultato è fin troppo asettico e privo di qualsiasi spessore, quasi come se l'operazione chirurgica della regista sia riuscita talmente bene al punto di privare la pellicola di ogni goccia di linfa vitale.
La scelta, poi, di brani quali "Ceremony" dei New Order o "I want candy" dei Bow Wow Wow nella colonna sonora non ha a mio avviso aggiunto nulla di particolarmente originale; ha semmai accresciuto i dubbi sul reale intento della figlia del grande Francis Ford, al punto che ai più è parso di intravedere un mero e fastidioso autocompiacimento.
Cosa resta? I grandiosi costumi (e non c'erano dubbi) di Milena Canonero, le recitazioni volutamente sottotono dell'intero cast e un'indubbia originalità descrittiva dell'animo umano, seppur privata del calore e della disperazione che rappresentavano il punto di forza di Lost in translation.
Niente di grave, comunque. Per quanto mi riguarda, Sofia, alla prossima.

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