22 settembre 2011

Harry Potter e i doni della morte: Parte II (Harry Potter and the Deathly Hallows: Part 2)


The End.
Finalmente, dopo dieci anni di (discutibili) film e sette (più che discreti) libri, la saga del maghetto per eccellenza si è conclusa, in un tripudio di articoli, speciali, retrospettive e altro ancora.
Sul film in sè non dirò assolutamente nulla, essendo l'onesta trasposizione di un testo troppo farraginoso (giustamente scisso in due pellicole) e l'ideale conclusione di un fenomeno mediatico che ritengo sia impossibile replicare nell'immediato.
Vorrei invece tracciare una brevissima sintesi dell'intero stream di prodotti cinematografici legati all'occhialuto magician, magari attraverso il controverso strumento delle Q&A.

Il film più bello? Indiscutibilmente il terzo (Il prigioniero di Azkaban), non a caso diretto dal grandissimo Alfonso Cuarón. Paradossalmente, è quello che ha incassato di meno.
E il più brutto? Se la giocano il secondo (La camera dei segreti) e il quinto (L'ordine della Fenice): noiosi e inconcludenti.
Il momento più emozionante? Nel terzo, la rivelazione di chi realmente sia Sirius Black.
La scena meglio trasposta? Direi l'intero torneo dei Tre Maghi, appassionante sia nel libro che sullo schermo.
Il miglior attore? Stendendo un pietosissimo velo sui tre protagonisti (solo la Watson "prova" a recitare), vittime di un clamoroso miscasting (ma d'altronde è difficile scovare il talento a undici anni), tutto il cast di contorno, su cui svettano Alan Rickman (il professor Piton) e Dame Maggie Smith (la professoressa McGranitt).
E il peggiore? Senza dubbio di sorta, l'inespressivo e fin fastidioso Rupert Grint, a cui qualcuno dovrebbe dire di FARE ALTRO.

In definitiva, addio Harry. Ci hai tenuto compagnia (emozionandoci o tediandoci) per dieci lunghi anni, e, volenti o nolenti, negli anni a venire dovremo necessariamente paragonare tutti i cloni che sopraggiungeranno alla tua folgore frontale e al tuo sorrisetto un po' ebete.

Farewell, Mr. Potter.

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